Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “La Traviata”

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “La Traviata”

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – Stagione lirica 2018/19
LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, dal romanzo “La dame aux camélias” di Alexandre Dumas.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry EKATERINA BAKANOVA
Flora Bervoix ANA VICTÓRIA PITTS
Annina MARTA PLUDA
Alfredo Germont ANTONIO POLI
Giorgio Germont SIMONE DEL SAVIO
Gastone ANTONIO GARÈS
Barone Douphol DARIO SHIKHMIRI
Marchese d’Obigny PATRIZIO LA PLACA
Dottor Grenvil ADRIANO GRAMIGNI
Giuseppe LEONARDO SGROI
Un domestico NICOLA LISANTI
Commissionario ANTONIO CORBISIERO
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Enrico Calesso
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Francesco Micheli
Scene Federica Parolini
Costumi Alessio Rosati
Luci Daniele Naldi
A
llestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 5 dicembre 2018
Preceduta a stretto giro dalla trilogia popolare di settembre, “La traviata” di Giuseppe Verdi torna sulla scena dell’Opera di Firenze nell’allestimento di Francesco Micheli, con le scene di Federica Parolini, i costumi di Alessio Rosati e le luci di Daniele Naldi. Tutto già visto e commentato , ma c’è da aggiungere che la ripresa, con l’assistenza di Valentino Villa e Giacomo Bisordi, ha avuto il merito d’iniziare quel lavoro di affinamento che ci si aspetta dalla frequente riproposizione di usuali allestimenti, intensificando la sinergia tra l’azione e i rimandi al recondito. Anche il coro di mattadori acquista un significato più profondo, grazie alla proiezione di un vero e proprio polverone di ombre sullo schermo di fondo, nel quale si concretizza la commistione di caratteri già introdotta dai manichini del primo atto e in cui gli spettatori dovrebbero riconoscersi. Si disperdono, invece, le tinte marginali del tricolore, più orientate verso tonalità di accostamento al bianco camelia e forse anche preferibili, una volta svincolata la rappresentazione dal contesto della trilogia. La direzione era stavolta affidata al maestro Enrico Calesso, incoerente nello scavo della partitura e incline agli usuali tagli di tradizione. Parte a ribasso con un preludio quanto mai lento e piatto, per poi alternare tempi dilatati, soprattutto sulle cabalette, a momenti più concitati, quasi bandistici, alla stregua della dicotomia intrinseca all’animo di Violetta, aperto tra amore puro e convenzione, spinta vitale e morte. È l’emblema di una conduzione che in corso d’opera crea un’agogica troppo disomogenea e poco congeniale all’orchestra del Maggio (numerosi gli scollamenti tra le file dei violini), ma che riserva le sue sorprese, come nell’incisivo crescendo a chiusura del “Si ridesti in ciel l’aurora”.
Sul piano vocale, colpivano i centri di Ekaterina Bakanova, soprano lirico-leggero dalla proiezione corposa e duttile sulle puntature, soprattutto quando la scrittura è meno varia. Il soprano russo sembra però possedere il calibro solo per affrontare il secondo atto, attorialmente convincente e dalle messe di voce penetranti, al di là di qualche lieve forzatura nel sostegno degli acuti a piena voce e di alcune parentesi dal vibrato più stretto. Per il resto, si ha costantemente l’impressione che l’interprete stenti a restituire i passi d’agilità così come scritti, riducendo lo spettro virtuosistico alla corretta emissione dei trilli, mentre la faticosa estensione al di sopra del Do esclude la chiusura sovracuta della cabaletta. Passando per qualche imperizia di troppo nella dizione, piuttosto marcata al momento dell’“Amami Alfredo”, il soprano approda a un terzo atto in cui la linea di canto viene ancora di più perturbata dalla difficoltà nei passaggi dinamici. Non si può soprassedere su un “Addio del passato” compromesso da diverse incertezze, sia d’intonazione che nella gestione dei fiati, ma soprattutto sul fatto che il soprano sembri tralasciare l’intenso indebolimento tisico che caratterizza il personaggio nel terzo atto, vanificando il seppur estroso intervento conclusivo. Dibattuta anche la prova dell’Alfredo di Antonio Poli, il quale possiede un timbro peculiare, ma poco atto all’approfondimento dinamico e alle sfaccettature del fraseggio. Se sulle tessiture centrali e i primi acuti l’emissione è fruibile, l’estensione oltre il passaggio è discontinua e la voce tende più volte a essere indietro sugli estremi superiori della parte. Per questo l’esecuzione si fa sfuggente sulle ascese ai Sidella cabaletta e gli è arduo trovare il giusto compromesso tra qualche attacco più gutturale (evidente nel primo duetto d’amore) e le inflessioni nasali delle mezze voci. D’altra parte, il suo non è un Alfredo che emerge per particolare prontezza espressiva, della cui mancanza risente l’invettiva contro Violetta nella scena delle carte, ma che restituisce il conflitto interiore del personaggio con l’alternarsi di frasi chiuse in velocità e altre quasi in rallentando. Nel panorama delle parti solistiche era dunque il Giorgio Germont di Simone Del Savio a offrire la prova più equilibrata. Il giovane baritono si avvale di tutti i mezzi espressivi a sua disposizione, correttamente innestati in uno strumento abile nell’appigliarsi agli spunti del libretto, per una resa tangibilmente ispirata al fraseggio nucciano. Parimenti, il dispiegarsi delle piane melodie dei duetti è favorito da una fonazione brillante in tutta l’area medio-acuta, in grado di supportare fiati lunghi senza particolare sforzo sugli sfoghi acuti; meno memorabile la restituzione dell’aria, dove si ritiene che il baritono possa essere capace di maggiore inventiva. Interessante la compagine degli interpreti secondari, tra i quali debuttavano nella produzione il chiaro Gastone di Antonio Garès, elegante nel fraseggio e vocalmente omogeneo, e lo schietto marchese di Patrizio La Placa, perfetto per fare coppia fissa con la spavalda Flora di Ana Victòria Pitts, che conferma l’alto profilo nel ruolo. Direttamente dalle performance dello scorso settembre, lo scambio tra la timorosa Annina di Marta Pluda e il rattristato Dottor Grenvil di Adriano Gramigni contribuiva poi a recuperare l’autentica atmosfera dell’ultimo atto. Egualmente pertinenti gli apporti dei rimanenti personaggi, molti dei quali già coinvolti nelle recite estive a Palazzo Pitti, tra cui ricordiamo Dario Shikhmiri (contrariato barone), Leonardo Sgroi (corretto Giuseppe), Nicola Lisanti (teatrale domestico) e Antonio Corbisiero (nitido commissionario). Sempre alta la partecipazione e l’apprezzamento del pubblico fiorentino, che non perde l’occasione per manifestare la propria affezione a questo titolo e al suo autore.

 

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