Giacomo Puccini 160: “Edgar” (1891)

A 160 anni dalla nascita.
Su commissione di Giulio Ricordi, che aveva acquistato la partitura di Le Villi, Puccini compose Edgar la cui stesura, per la sua complessità, lo impegnò dal mese di luglio 1884 fino all’autunno del 1888. Quali furono le ragioni di una gestazione così lunga? Innanzitutto il libretto di Ferdinando Fontana che non solo aveva scelto come soggetto un dramma forse poco adatto alla Musa pucciniana, La coupe et les Lèvres di Alfred de Musset, ma che, convinto di aver scritto un libretto perfetto, era, inoltre, sordo alle richieste del compositore di apportare delle modifiche. Influirono anche l’evento doloroso della morte della madre (17 luglio 1884) e le burrascose vicende sentimentali che culminarono nella sua decisione di andare a convivere con Elvira Bonturi, già sposata con Narciso Gemignani, un droghiere all’ingrosso con il quale aveva avuto due figli, Fosca e Renato. Contribuirono al ritardo anche i suoi tentativi di avere nel cast il grande tenore Francesco Tamagno, che aveva firmato proprio per il periodo in cui l’opera sarebbe andata in scena, un contratto per una tournée in America. L’opera, rappresentata alla Scala di Milano il 21 aprile 1889 sotto la direzione di Franco Faccio con un cast comunque di tutto rispetto formato da Romilda Pantaleoni (Tigrana), Aurelia Cattaneo (Fidelia), Gregorio Gabrielesco (Edgar), ebbe soltanto un successo di stima e appena due repliche. I critici, pur riconoscendo a Puccini progressi a livello tecnico rispetto alle Villi e apprezzando alcune pagine dell’opera, non furono molto benevoli eccezion fatta per Gramola che sul «Corriere della Sera», esaltò l’aria di Edgar, O soave vision, definendola chiara e appassionata e aggiungendo che le parti migliori, concentrate nel quarto atto, erano il Requiem e le due arie di Fidelia, delle quali la seconda fu bissata. Dopo la prima, su suggerimento di Ricordi, promotore di una riunione rivelatasi piuttosto tumultuosa per il contrasto tra compositore e librettista, si decise di fare una revisione dell’opera per una possibile ripresa a maggio poi non avvenuta. La partitura fu comunque rivista dal momento che furono operati alcuni tagli all’atto quarto mentre nel secondo fu ampliata la stretta del concertato e aggiunta una nuova scena finale affidata a Tigrana. In questa versione l’opera andò in scena al Teatro del Giglio di Lucca il 5 settembre 1891 e, dopo ulteriori modifiche tra cui la soppressione dell’intero quarto atto, il 28 gennaio 1892 al Teatro Comunale di Ferrara sotto la direzione di Carlo Carignani. Nel 1905, dopo un’ulteriore revisione, che non soddisfece il maestro il quale, criticando il finale del terzo atto, manifestò la sua intenzione di ripristinare il quarto, Edgar fu rappresentato al Teatro Colón di Buenos Aires.
Atto primo. In un villaggio delle Fiandre, durante la Messa mattutina, Tigrana, una zingara di cui non si conosce il passato, intona una canzone blasfema suscitando l’indignazione della gente del paese che l’ha allevata. La zingara viene difesa da Edgar il quale, nonostante senta un certo affetto per la dolce Fidelia, non riesce a sottrarsi al fascino della zingara tanto da decidere di fuggire con lei conducendo una vita dissoluta.
Atto secondo. Pur vivendo i due amanti in un ricco castello passando da una festa all’altra, Edgar non è felice in quanto comincia a sentire molto intensamente la nostalgia per la sua casa e per la dolce Fidelia. Così, sentendo rulli di tamburi e suoni di fanfare militari che accompagnano un esercito diretto al campo di battaglia, viene assalito dal desiderio di cambiare vita e segue, ignorando i tentativi fatti da Tigrana per trattenerlo, quell’esercito guidato da Frank, fratello di Fidelia, pronto a morire o a ricoprirsi di gloria.
Atto terzo. L’esercito fiammingo, sebbene vittorioso, ha subito ingenti perdite e tra gli scomparsi c’è anche Edgar per il quale in una spianata nei pressi del villaggio si stanno celebrando solenni funerali. Non partecipa alla celebrazione delle gesta di Edgar un frate che anzi ricorda a tutti le numerose colpe di cui si è macchiato il giovane suscitando la reazione di Fidelia, decisa a difendere la memoria del-l’uomo amato. Finita la cerimonia funebre, giunge Tigrana nell’atteggiamento di una vedova inconsolabile ed è avvicinata dal frate che, offrendole oro e oggetti preziosi, le propone, con l’accordo di Frank, di aiutarli in una macchinazione ai danni del morto. Tigrana, che non sa resistere a quell’immensa ricchezza, ammette di essere stata l’amante di Edgar aggiungendo che addirittura egli era intenzionato a tradire la sua patria. A queste affermazioni alcuni soldati si avvicinano per profanare la bara, ma, aprendola, trovano soltanto l’armatura. Allora il frate, che altri non è se non Edgar, si spoglia del suo saio e addita Tigrana al pubblico sdegnato.
Atto quarto. È l’alba e Fidelia, dopo una notte insonne e tormentata, decide di lasciarsi morire nonostante le cure e l’affetto di papà Gualtiero e delle amiche. Recatasi al balcone per guardare per l’ultima volta le sue rose, alla vista di Edgar e del fratello, sviene. Ripresasi, è rassicurata da Edgar che le propone il matrimonio da celebrarsi quello stesso giorno e, poi, rimasto solo con lei, le spiega il motivo di quella finzione. Mentre si sta preparando per il matrimonio, è raggiunta, nella sua stanza, da Tigrana che la pugnala, trasformando la festa in tragedia. Trovata agonizzante da Edgar, Fidelia muore fra le sue braccia e Tigrana, catturata dagli abitanti del villaggio, viene portata verso il patibolo.
La versione in tre atti è molto simile a quella originale eccezion fatta per il finale del terzo atto nel quale Tigrana uccide Fidelia che si era slanciata verso Edgar per abbracciarlo.
Sebbene  opera giovanile, Edgar mostra una mano sicura nella delineazione vocale dei personaggi che si esprime con accenti di rara forza nella parte di Tigrana e in una scrittura che anticipa il Des Grieux della Manon Lescaut per Edgar, la cui romanza O soace vision si segnala per un intenso lirismo.

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