Verona, Teatro Filarmonico: “La Bohème”

Fondazione Arena di Verona, Stagione Lirica 2018-2019
LA BOHÈME”
Opera in quattro quadri,Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini
Mimì MARIA MUDRYAK
Rodolfo
ORESTE COSIMO
Marcello DAVIDE LUCIANO
Musetta VALENTINA MASTRANGELO
Schaunard BIAGIO PIZZUTI
Colline ROMANO DAL ZOVO
Benoit/Alcindoro ROBERTO ACCURSO
Parpignol GREGORY BONFATTI
Sergente dei doganieri NICOLÒ RIGANO
Doganiere VALENTINO PERERA
Orchestra e  Coro dell’Arena di Verona
Coro di voci bianche A.Li.Ve diretto da Paolo Facincani
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia Giuseppe Patroni Griffi
Scene Aldo Terlizzi Patroni Griffi
Costumi Casa d’arte Fiore
Lighting Designer Paolo Mazzon
Allestimento del Teatro Regio di Torino
Verona,  23 dicembre 2018
Per la fine del 2018, sarà perché l’opera di Puccini inizia la vigilia di Natale, sarà perché è un classicone del repertorio, sono diversi i teatri che propongono al loro pubblico La Bohème. È presente tra questi anche Fondazione Arena, che conclude l’anno solare col titolo pucciniano in veste nazional-popolare, come è anche giusto che sia, prima di un’inaugurazione vera e propria che cadrà in gennaio 2019 con una nuova produzione di Don Giovanni (in luogo dell’annunciato Mefistofele boitiano per cui dovremo aspettare ancora). Ripreso l’allestimento del Teatro Regio di Torino (che nel 2016 si è dotato di una Bohème nuova nella forma ma non nel contenuto ad opera della Fura), concepito per il centenario dell’opera laddove debuttò nel 1896, le scene di Aldo Terlizzi arrivano per la prima volta a Verona dopo 22 anni dal loro debutto torinese, mentre la regia del compianto Giuseppe Patroni Griffi di fatto è stata ricostruita e ricucita un po’ addosso agli interpreti, facendo fronte al già limitato periodo di prove a causa dello stop autunnale imposto dal piano triennale di risanamento della Fondazione (per cui pure i costumi, di svariate fogge, sono messi insieme per l’occasione). Illuminano il tutto le luci di Paolo Mazzon, lighting designer di casa, che spennellano un impianto tradizionalissimo (e forse un po’ dove la soffitta che apre e chiude l’opera sono già stilizzati palazzi parigini visti dall’esterno, atti ai quadri centrali. La neve cade nel terzo quadro, creando quel mai sorpassato effetto “wow” all’aperto di sipario, con la barriera d’Enfer coperta di bianco (una distesa su cui purtroppo inciampano i solisti rovinando l’incanto dell’illusione teatrale, ma non è colpa loro). Malauguratamente, per una serie di sfortunate coincidenze legali/artistiche/contrattuali, le prime due recite del 16 e del 18 sono saltate per sciopero degli addetti ai lavori di vari reparti della Fondazione veronese, lasciando sul palcoscenico il previsto “secondo cast” la sera di giovedì 20, per una sorta di prima dai riflettori non troppo luminosi. Il pubblico che gremiva il Filarmonico nella pomeridiana di domenica 23, evento in un certo senso più mondano, è di quelli peggiori ipotizzabili: distratto, rumoroso, malato di tossi bronchitiche pesanti e di scaracchi indiscreti, preoccupato spesso di chiacchiere, shopping e auguri natalizi e frequentemente distratto nello spegnere i telefonini, che squillano impertinenti anche nei momenti più drammatici. Ovviamente si trattava in media di signore bellamente agée, arrivate giusto dopo aver tolto dalla naftalina la pelliccia buona ed insieme il principe consorte, che quando ascoltano ci tengono a far sapere ad alta voce, alla vicina e a noi, che la musica è bella. Almeno su questo hanno ragione: la musica di Puccini è bella e il giovane maestro Francesco Ivan Ciampa fa il possibile per immergere il pubblico in una lettura intensa, tutt’altro che oleografica, delicata, “parigina” ed estenuata, ma robusta, appassionata, “cruda” e accesa insieme come può esserlo un amore giovanile, il più grande e memorabile, anche crudele a volte. Ottenendo un suono compatto e levigato dai complessi artistici areniani, Ciampa cerca di tenere insieme la narrazione con un passo spedito senza sacrificare i molti colori dell’opera pucciniana, talvolta soverchiando un po’ il volume del palcoscenico, che comunque sa tenere insieme come i grandi maestri concertatori che conoscono il repertorio. Riesce Ciampa ma la tensione narrativo-musicale è vanificata dall’inserimento di tre intervalli di oltre 20 minuti tra ogni quadro. E non sappiamo cosa si inventeranno il 31 dicembre, negli ultimi 30 minuti del 2018, per far brindare il pubblico all’anno nuovo dopo uno dei finali più strazianti nella storia del teatro musicale. Felicissime interpretazioni a tutto tondo sono quelle date dai due baritoni del quartetto: Davide Luciano è un Marcello giovane e credibile, fresco, scenicamente partecipe e disinvolto e oltretutto musicalmente a posto, con timbro caldo, ottimo fraseggio, emissione solida e sonora; caratteristiche condivisibili per Biagio Pizzuti, uno Schaunard che beneficia chiaramente della provenienza dal repertorio buffo. Più critici dovremmo essere sui protagonisti: l’emissione spinta del pur leggero Oreste Cosimo gli fa stare un po’ larghi gli abiti del poeta Rodolfo, non foss’altro per l’emissione in perenne mezzo forte ed il volume esiguo, almeno per l’acustica del Filarmonico; volume che non manca alla florida Maria Mudryak, la quale però ha un’intonazione non sempre immacolata e come interprete sta solo in superficie di Mimì.Più composti vocalmente e scenicamente, a volte anche troppo, la Musetta di Valentina Mastrangelo (che diventa davvero personaggio nelle brevi parti dell’ultimo quadro, corrette e toccanti) e Romano Dal Zovo nei panni di Colline. È forse una mia impressione, ma il giovane basso veronese per indole sembra più a suo agio in ruoli regali e solenni, anche compassati, quando si lancia nelle danze con gli amici, ma regala una Zimarra intima e sentita. Roberto Accurso presta le solide spalle alla comicità, sempre misuratissima, di Benoit e Alcindoro; buoni gli interventi di Gregory Bonfatti (Parpignol), Nicolò Rigano e Valentino Perera. Nulla da eccepire sul Coro, ben preparato da Vito Lombardi, mentre gli angelici bimbi di A.Li.Ve risultano, forse per l’esiguità delle prove a disposizione, inermi in una regia che li attiva e disattiva a seconda delle poche battute destinate alle voci bianche. Anche altrove a volte la ristrettezza dei mezzi impiegati si sente, come nella produzione di Maestrini vista a Verona solo 4 anni fa: figuranti ridotti, banda assente nel quartier latino, costumi e trovate attoriali che sono pur sempre teatro vivo ma sacrificano per forza il ricordo di Patroni-Griffi. Trattasi comunque di uno spettacolo da vedere obbligatoriamente una volta nella vita, dopo l’immortale Bohème “di” Franco Zeffirelli, per saggiare un titolo che effettivamente funziona sempre ma più di altri si imprime nella memoria con una messinscena “tradizionale”. Alla fine buon successo per tutti, con calorosi consensi per le interpreti femminili ed i personaggi in chiave di basso, e molte delle signore sopracitate che si soffiano il naso, nonostante trilli di cellulari duri a morire anche nel finale, gocciolanti per una volta lacrime di commozione e non di raffreddore. La morte di Mimì ci ricorda che la giovinezza passa. E il grande amore resta, grazie all’arte che è la forma più nobile di ricordo. 2018 addio, speriamo in un 2019 di rinascita per la Fondazione veronese. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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