“La Bohème” al Teatro di San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione d’opera e danza 2018/19
LA BOHÈME
Opera in quattro atti su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica dal romanzo di Henri Murger Scènes de la vie de bohème.
Musica di Giacomo Puccini
Mimì LANA KOS
Rodolfo FRANCESCO PIO GALASSO
Musetta VALENTINA MASTRANGELO
Marcello FILIPPO POLINELLI
Schaunard FRANCESCO VERNA
Colline VLADIMIR SAZDOVSKI
Benoît / Alcindoro MATTEO FERRARA
Parpignol ENRICO ZARA
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
con la partecipazione del Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo
Direttore Alessandro Palumbo
Maestro del Coro Gea Garatti
Maestro del Coro di Voci Bianche Stefania Rinaldi
Regia Francesco Saponaro
Scene e Costumi Lino Fiorito
Luci Pasquale Mari
Napoli, 20 gennaio 2019
Torna, al Teatro di San Carlo di Napoli, La Bohème di Giacomo Puccini. Dopo La Traviata verdiana la seconda opera più rappresentata in Italia. Sul podio, Alessandro Palumbo. Egli non rinuncia alla bellezza d’un suono sempre sovrano, imponendo una prassi interpretativa che mostra una particolare  cura alla frammentarietà della frase, favorendo la formazione d’un appropriato legame tra coerenza ritmica e frasi melodiche languidamente e “pateticamente” trattate. Un’orchestra, quella del Teatro di San Carlo, che sfoggia un suono morbido, “affettuoso”. Un tessuto armonico notevolmente toccato da colori impressionistici, da fluidi sussurri, da punti estatici e da una trasparente intensità strumentale. Un’impronta esecutiva, fattasi pura ed espansiva teatralità, coerente con la regia curata da Francesco Saponaro, con scene e costumi ideati da Lino Fiorito e luci curate da Pasquale Mari. La regia risulta essere una esplorazione affettiva, a tratti, “paterna”. Ponendo cura all’unità drammatica della vicenda, favorisce la formazione d’un teatro psicologicamente veritiero, conferendo alle scene una languida maestà governando scenicamente anche un altro protagonista/antagonista, ovvero l’eterno freddo, così spietato da tormentare financo le ossa: la precarietà d’una esistenza. Una teatralità, destramente e scrupolosamente controllata, fattasi ai piedi d’una pedana trasversale riproducente un panorama alquanto strambo realizzato con tinte cupe: sul golfo napoletano s’erge trionfante e svettante la ferrea Torre Eiffel. Un prodotto “fantascientifico” – ma sapientemente toccato da intimistiche e rarefatte luci – che, se fosse effettivamente realizzabile, farebbe rabbrividire napoletani, francesi… e non solo. Un monumento non è solo un mero e vago ornamento, ma è depositario d’un valore civile e sociale solo se osservato e considerato nel contesto ove è nato; la Torre Eiffel è “parte” del paesaggio francese. Quel “tutto” senza quel monumento, dunque, sarebbe irrimediabilmente monco. Discorso identico per la nota stonata d’una ferrea torre innalzata sul nostro golfo. Non possiamo ignorare tutto ciò nel Massimo napoletano, o in un qualunque altro teatro, poiché generatore e promulgatore del sapere o, perlomeno, tale dovrebbe essere. Emerge una indole intimistica d’una regia improntata sull’accorto ed accurato governo delle relazioni tra i cantanti, avvolti in abiti dalle essenziali forme, colorati, zingareschi.  Complessivamente buona la prova della compagnia di canto. Il soprano Lana Kos (Mimì) ha una buona padrona dello strumento vocale, oltre a musicalità. Tuttavia, nonostante le qualità timbriche e interpretative lontane da un manierismo di maniera, il fraseggio non appare particolarmente vario, così come si nota un registro acuto non molto a fuoco. Dal canto suo, il tenore Francesco Pio Galasso (Rodolfo) risolve scenicamente il suo ruolo con notevole ed inappuntabile destrezza. Nonostante un controllo accorto del fraseggio, la suddetta destrezza non investe anche la vocalità che soffre un po’ in  proiezione e in zona di passaggio. Fragilità comunque colmata da una accurata e ben controllata sensibilità teatrale. Stessa destrezza scenica mostra il soprano Valentina Mastrangelo (Musetta). Padrona d’un fraseggio squisitamente e “capricciosamente espresso”, colpisce per la freschezza del timbro e per una vocalità mai sopra le righe, sempre rotonda, centrata, ben proiettata. Bene anche il baritono Filippo Polinelli (Marcello). Scenicamente convincente, sfoggia una voce di bel timbro, morbida nell’emissione, omogenea in tutti i registri. Efficacemente espressivi il baritono Francesco Verna (Schaunard), dal timbro caldo e compatto, ed il basso Vladimir Sazdovski (Colline) con un canto sempre omogeneo e dal bel colore bronzeo. Bene anche i ruoli minori Matteo Ferrara (Benoît / Alcindoro) ed Enrico Zara (Parpignol). Notevole anche l’apporto del Coro magistralmente preparata da Gea Garatti e squisito appare il Coro delle Voci Bianche del Teatro di San Carlo preparato da Stefania Rinaldi.Il pubblico partenopeo, sempre particolarmente entusiasta, ha accolto calorosamente anche questa produzione del Massimo napoletano. Foto Luciano Romano

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