Gioachino Rossini 150: “Mosè in Egitto” (1818)

Gioachino Rossini 150: “Mosè in Egitto” (1818)

Azione tragico-sacra in tre atti su libretto di Andrea Leone Tottola. Andrew Foster-Williams (Faraone), Mandy Fredrich (Amaltea), Sunnyboy Dladla (Osiride), Clarissa Costanzo (Elcia), Tayland Reinhard (Mambre), Goran Jurić (Mosè), Matteo Macchioni (Aronne), Dara Savinova (Amenofi). Prague Philarmonic Choir, Lukáš Vasilek (Maestro del coro), Wiener Symphoniker, Enrique Mazzola (direttore). Lotte de Beer (regia), Christof Hetzer (scene e costumi), Alex Brook (luci), Felix Breisach (direttore video), Theater Company Hotel Modern. Registrazione: Bregenz Festspielhaus, 18 & 20 luglio 2017. T.Time: 150′. 1 DVD CMajor 744808.

Un “Mosè in Egitto” soprattutto da vedere quello allestito al Festival di Bregenz. È infatti la parte scenica firmata dalla regista olandese Lotte de Beer con i connazionali del Theater Company Hotel Modern – compagnia di marionettisti specializzati in spettacoli d’avanguardia e impegnati nel teatro sociale – a dare la cifra più originale dello spettacolo. L’essenziale impianto scenico – sobri praticabili che rievocano ambienti desertici – è dominato da una grande struttura sferica che rappresenta il cuore dello spettacolo. Infatti fra i cantanti in abiti essenziali e atemporali – tagli stilizzati, elementi moderni e citazioni egittizzanti che convivono in un’estetica di totale rigore – si muovono, come archeologi intenti allo scavo, i marionettisti. Questi muovono i loro pupazzi all’interno di quelle che sembrano trincee di scavo o cassette per deposito di materiali e questi movimenti vengono filmati e riproiettati ingigantiti sul gande elemento sferico. L’artificio permette di mostrare con una riuscita teatrale di grande impatto quanto accade fuori scena: i destini dell’Egitto scatenati dai protagonisti ma di cui in scena poco o nulla si vede – dal ritorno della luce su una città egiziana dominata dai grandi piloni di una struttura templare ai dettagli delle case incendiate durante la tempesta di fuoco fino ai soldati del faraone travolti dalle acque. Soluzioni essenziali ma molto curate – qui il contesto antico è pienamene rispettato – e di innegabile effetto, spettacolari e spiazzanti al contempo. La regia della de Beer tende a tratti a strafare – come gli eccessivi rumori ambientali che accompagnano l’apertura del III atto – o si perde un po’ in una ricerca della soluzione visuale fine a se stessa ma tiene comunque le redini dello spettacolo con buona chiarezza. Sul piano musicale si apprezza la direzione esemplare di Enrique Mazzola, esperto conoscitore dello stile rossiniano. Una lettura intensa e drammatica capace di coniugare il rigore formale e la chiarezza dell’articolazione con la ricerca dei colori e degli impasti timbrici. Basterebbe il preludio cupo, caliginoso ma squarciato da autentiche scariche elettriche per dare il senso dell’interpretazione di Mazzola ma è tutta l’opera a mantenere questa qualità di accompagnamento – memorabile la poesia con cui viene attaccata la grande preghiera del III atto – che fa di questa forse la miglior direzione dell’opera discograficamente documentata. I Wiener Symphoniker realizzano al meglio ogni richiesta del direttore e superlativa è la prova del Coro Filarmonico di Praga. Purtroppo la compagnia di canto non appare all’altezza di quanto direzione e spettacolo avrebbero meritato. Goran Jurić è un Mosè di buona presenza vocale la cui naturale qualità non è, però, pienamente valorizzata a causa di un’emissione scomposta e di un fraseggio decisamente troppo rozzo e squadrato che toglie molto all’autorità del personaggio. L’aspetto troppo giovanile non aiuta poi a rendere neppure scenicamente la figura del patriarca. Andrew Foster-Williams canta del Faraone tutte le note e regge con sicurezza la scomoda tessitura ma manca di personalità e di approfondimento interpretativo e non va oltre un’onesta professionalità. Il giovane tenore sudafricano Sunnboy Dladla mostra di essere cresciuto con piena conoscenza dell’attuale scuola rossiniana di cui conosce tutte le qualità tecniche e stilistiche ma la voce – oltre tutto affetta da un vibrato non sempre piacevole – sembra indirizzarlo di più verso ruoli di mezzocarattere che a parti come quella di Osiride pensata per le doti drammatiche di Donzelli. Si apprezzano buona qualità nel canto di coloratura e una certa intensità noi momenti più lirici ma i recitativi e le accessioni drammatiche latitano di forza.  Troppo nasale nel timbro e generico come interprete è Taylan Reinard (Mambre) mentre Matteo Macchioni ha sicuramente più gusto e senso dello stile anche se il timbro resta purtroppo ingrato. Complessivamente meglio il versante femminile. Mandy Fredrich è più lirica che regale come Amaltea ma è molto musicale,  la voce è di bel colore, sicura in tutta la gamma. Anche meglio l’Elcia di Clarissa Costanzo dotata di voce ampia e robusta – pur con qualche velatura di troppo –  che stilisticamente mostra di muoversi con disinvoltura in questo repertorio. Molta brava nei brevi interventi di Amenofi Dara Savinova.

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