Parma, Teatro Regio: “Un ballo in maschera”

Parma, Teatro Regio, Stagione lirica 2019
UN BALLO IN MASCHERA”
Melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma, da Gustave III ou le bal masqué di Eugène Scribe.
Musica di Giuseppe Verdi
Riccardo SAIMIR PIRGU
Renato LEON KIM
Amelia IRINA CHURILOVA
Ulrica SILVIA BELTRAMI
Oscar LAURA GIORDANO
Silvano FABIO PREVIATI
Samuel MASSIMILIANO CATELLANI
Tom EMANUELE CORDARO
Un giudice/Un servo di Amelia BLAGOJ NACOSKI
Orchestra Filarmonica italiana, Orchestra giovanile della via Emilia
Coro del Teatro Regio di Parma
Corpo di Ballo Artemis Danza
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Marina Bianchi
Scene Giuseppe Carmignani
Ripristino fondali Rinaldo Rinaldi
Coordinamento spazio scenico e arredi Leila Fteita
Costumi Lorena Marin
Luci Guido Levi
Coreografie Michele Cosentino
Video Stefano Cattini
Allestimento storico del Teatro Regio di Parma in coprodzuione con Auditorio de Tenerife e Royal Opera House Muscat
Parma, 18 gennaio 2019
Molte cose viste in teatro a Parma venerdì 18 gennaio mi hanno riportato indietro a quello che è stato il mio personale approccio all’Opera. La musica di Verdi in primis, la grande storia d’amore che anima Un ballo in maschera e che fu colonna sonora della prima scuffia adolescenziale, la riproposizione delle figurine Liebig in occasione del centenario verdiano 2001. Ecco, se dovessi riassumere l’impressione lasciatami userei proprio il paragone con una grande figurina Liebig animata, nel bene e nel male. Parma disponeva già di un classicissimo allestimento dell’opera firmato da Pierluigi Samaritani, più volte ripreso dagli anni ’80 al 2013. L’operazione del Teatro Regio è audace e azzeccata nel proporre uno spettacolo non tanto tradizionale quanto storico, poiché costruito intorno al ritrovamento e al restauro delle tele dipinte si disegno di Giuseppe Carmignani del 1913 (primo centenario verdiano). L’amore e la cura con cui questo pezzo d’arte è tornato vivo e utilizzabile sul palcoscenico parmense è visibile, tangibile, sin dalla promozione mediatica, per non parlare nel video proiettato durante il preludio, che mostra lo stato originario delle scenografie e alcune fasi del ripristino. Diciamolo, le tele in questione vanno dal buono all’eccezionale, con prospettive e colori d’effetto stupefacente, sottolineati dalle luci di Guido Levi. Regia, costumi, parrucco, attrezzeria, coreografia sono nuovi di zecca ma, per forza di cose, commisurate alle possibilità che un tipo di scenografia à la 1913 (quindi di fatto anche alla prassi ottocentesca). Il risultato, grazie anche ad un buon cast, è perfettamente godibile: insomma, meglio un’operazione storica come questa che una nuova produzione sospesa a metà tra le ampie possibilità del nuovo e la scarsezza di idee dovuta al compromesso con un pubblico mediamente competente e intransigente. Saimir Pirgu sembra essere un Riccardo ideale: il timbro lirico, giovanile e fresco ove non spinga, lo inserisce nella linea felice e “leggera” della miglior tradizione italiana. L’accento è baldanzoso e partecipe e disegna alla perfezione il lato giocoso ed estroverso di Riccardo che illumina in maniera inusuale quest’opera in tutto il catalogo verdiano. Attento al fraseggio come forse solo Bergonzi e Meli prima di lui, piega il canto ad una buona gamma d’espressione con acuti sicuri e lucenti al bisogno. Pur eseguendoli correttamente, sembra però rimanere un po’ in superficie dei momenti drammatici di Riccardo, le sue pene d’amore, insomma tutto ciò che dovrebbe turbarlo “nell’intimo del cor”. Ammirevole il dosaggio delle forze in un artista ancora giovane e al debutto nel ruolo, dato che arriva al finale padroneggiando ancora fiati e acuti come in principio. Accanto a lui, sopraggiunta in corso d’opera, c’è l’Amelia vocalmente sontuosa di Irina Churilova: la sortita nel terzetto dell’atto primo non lasciava presagire quello che si è sentito dopo, in particolar modo nelle due arie: volume torrenziale, voce ampia, ricca di armonici e con una luce particolarmente “verdiana” nei centri e in acuto, ottime intenzioni espressive sicurissime a servizio del personaggio, anche a scapito di minime imperfezioni d’emissione e quindi perdonabilissime. È il suo “orrido campo” che scalda il pubblico, altrimenti attento ma un po’ freddino. Reazione dovuta ad un altro cantante sorvegliatissimo e molto applaudito ma un po’ troppo distaccato come interprete, ossia il Renato del baritono Leon Kim: ottima dizione, voce non enorme ma ben emessa e sicura in acuto, purtroppo prigioniero dell’aspetto tecnico e quindi limitato nei gesti a sottolineare gli acuti, come i cantanti fanno dall’alba dei tempi, alzando un braccio (quando va bene; quando va male… qualcuno gli dica per l’amor del cielo di non tenere le mani ad artiglio davanti al ventre: agli Italiani non suggerisce tormento interiore bensì un gesto più minaccioso e un po’ volgare). Laura Giordano, annunciata indisposta, ha regalato invece un ottimo Oscar, ben cantato, mai petulante, scenicamente partecipe (anche alle danze dell’atto terzo). Corretti musicalmente, scenicamente un po’ impalati, i congiurati Samuel e Tom, di Massimiliano Catellani ed Emanuele Cordaro, così come il Silvano di Fabio Previati e Blagoj Nacoski nel doppio ruolo del servo e del giudice. In mezzo a tanta correttezza a tratti un po’ freddina, non potevano non suscitare simpatia le intemperanze espressive di Silvia Beltrami, che come Ulrica ha padroneggiato un sonoro registro di petto ma meno controllo in acuto, perdonabile appunto grazie all’interpretazione dell’invasata sconvolta dalla divinazione.
Laddove i cantanti hanno fatto un po’ quello che vogliono e possono, la regia esperta di Marina Bianchi si è vista maggiormente nelle appropriate controscene, che hanno animato i “pertichini” destinatari silenti di altrui assoli in un gioco fitto e sapiente di gesti e di sguardi. Nell’angusto spazio che limitava tutti al proscenio, efficaci sono state le coreografie di Michele Cosentino per Artemis Danza: acrobatici numeri nel ballo in maschera e un esorcismo vero e proprio nell’antro di Ulrica. A completare l’effetto “wow” concorrevano i costumi di Lorena Marin, con maschere da commedia dell’arte nel ballo, divise d’epoca marinaresche americane a corte, tavolozza di colori caldi per i personaggi femminili ed un particolare utilizzo di stoffe cangianti per Amelia, e ovviamente il Coro del Teatro Regio, premiatissimo, idiomaticissimo per la pluriennale collaborazione con Martino Faggiani e per l’attenzione alla parola scenica, che può passare con facilità dal canto limpido e spiegato al più terrificante sottovoce con facilità estrema. A sovrintendere all’operazione musicale, correttissima, Sebastiano Rolli sul podio di un’orchestra che unisce la Filarmonica italiana e la Giovanile della Via Emilia: la cura del canto in tutte le sue forme e timbri orchestrali, la precisione degli attacchi, dei ritmi e della coordinazione buca-palcoscenico ne fanno un ottimo maestro del teatro musicale. La prova si eleva al di sopra del corretto accompagnamento dei cantanti, pur amorevole, solo verso la fine della serata: quel rallentando malizioso sotto l’ultima ripetizione di “commedia” che scorta l’uscita dei bassi, oppure la tensione della scena dell’urna con timpani e ottoni titanici, quasi inaspettati. Teatro musicale come va fatto. Grande successo, con calorosi apprezzamenti per tutti i personaggi principali e il direttore.

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