Piacenza, Teatro Municipale: “La forza del destino”

Piacenza, Teatro Municipale: “La forza del destino”

Piacenza, Teatro Municipale – Stagione d’Opera 2018-19
LA FORZA DEL DESTINO
Melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave e Antonio Ghislanzoni, dal dramma “Don Álvaro o La fuerza del sino” di Ángel Perez de Saavedra, Duca di Rivas.
Musica di Giuseppe Verdi
Il marchese di Calatrava MATTIA DENTI
Donna Leonora ANNA PIROZZI
Don Carlo di Vargas KIRIL MANOLOV
Don Alvaro LUCIANO GANCI
Il Padre Guardiano MARKO MIMICA
Fra Melitone MARCO FILIPPO ROMANO
Preziosilla JUDIT KUTASI
Curra CINZIA CHIARINI
Mastro Trabuco MARCELLO NARDIS
Un alcade, un chirurgo JULIUSZ LORANZI
Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del Coro Corrado Casati
Regia Italo Nunziata
Scenografie Emanuele Sinisi
Dipinti Hannu Palosuo
Light design Fiammetta Baldiserri
Costumi Simona Morresi
Nuovo Allestimento in Coproduzione Teatri di Piacenza, Teatro Comunale di Modena, I Teatri di Reggio Emilia.
Piacenza, 18 gennaio 2019
Il Municipale di Piacenza prosegue la sua stagione proponendo il venticinquesimo titolo verdiano, quella “Forza del destino“ tanto vituperata da un marchio di infamia da essere ancora oggi a volte snobbata dalle programmazioni di piazze importanti. La scelta viene ben supportata da un ottimo lavoro di produzione e di cast musicale: è necessario, infatti, chiarire subito che la maggior parte degli interpreti sul palco è entusiasmante, non dando nessuno una interpretazione perfetta, ma comunque sfoderando belle voci in ruoli convincenti. Prima splendida conferma è l’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna, coesa, precisa, coinvolgente: la conduzione del maestro Francesco Ivan Ciampa è apprezzatissima quando si tratta dei momenti sinfonici, più imprecisa nel tenere le fila di buca e scena, specialmente nel gestire i cantanti nelle parti più concitate. Si mettono bene in luce, in questa produzione, due straordinari strumenti: il clarinetto di Daniele Titti e soprattutto l’arpa di Elena Meozzi, splendidamente suonata. Per quanto riguarda la scelta dei tempi il Maestro Ciampa sembra piuttosto rispettoso delle indicazioni di partitura, senza esagerare in impeto e lasciando agio alle parti più squisitamente liriche, implementando con recitativi ben scanditi. Come già anticipato, i componenti dell’ensemble vocale offrono quasi tutti performance di buon livello: certo la grande vetta della serata è la Leonora di Anna Pirozzi, che fin dalle prime battute fa sfoggio di un fraseggio sensibile e soprattutto di grande intensità interpretativa, mai separata da una puntuale precisione nell’emissione. Le celebri “La vergine degli angeli” e “Pace, pace mio Dio” sono interpretate magistralmente, con il trasporto che ci aspetteremmo, ma anche con una morbidezza dalle venature eteree che delineano una Leonora mistica, quasi ultraterrena. La Pirozzi, insomma, illustra il ruolo con estrema sicurezza, consapevole del suo mezzo vocale e del suo lucido controllo. Voce nobile, potente e piena sfodera anche Luciano Ganci, (Don Alvaro): sul fraseggio gli possiamo imputare qualche scivolone verista e qualche affanno nel registro acuto all’inizio del terzo atto; tuttavia la sicura personalità scenica di Ganci supplisce a queste imperfezioni, e ci regala comunque una pregevole interpretazione. Kiril Manolov (Don Carlo) stupisce, non certo per emissione o intonazione, che già sapevamo l’una potente e l’altra precisa, ma soprattutto perché sfata il luogo comune dei cantanti dell’est “bravi ma freddi“: la sua è una performance altamente interpretativa e riesce a comunicare le molte nuance emotive del personaggio attraverso il canto – in particolare in “Urna fatale del mio destino” e nel duetto “Sleale! Il segreto fu dunque violato”. Di grande spessore anche le prove di Marko Mimica  e Marco Filippo Romano (il Padre Guardiano e Fra’ Melitone). Mimica sfoggia un impasto vocale morbido, un canto spontaneo, ampio e fluido, che ne fanno un Padre Guardiano ragguardevole – gli si può se mai imputare un eccessivo distacco interpretativo. Romano dimostra nella celebre prima scena del IV atto buona dimestichezza, sia scenica che vocale, con il ruolo, creando un personaggio accattivante, dal fraseggio adeguato e dalla giusta carica grottesca, comunque caratterizzato da una vocalità sicura ben proiettata. Judit Kutasi nel ruolo di Preziosilla conferma il solido bagaglio  vocale già mostrato nella recente “Aida” genovese. La cantante mostra gran sicurezza nella estesa tessitura del personaggio; sul piano scenico è, invece, un po’ rigida, penalizzata forse da un costume poco sensuale. Più che soddisfacente l’apporto anche del Coro cittadino (diretto dal Maestro Corrado Casati), che si esprime scenicamente con coerenza e buona intenzionalità. Si attestano a un buon livello anche le performance degli altri interpreti, fra cui spicca per spessore vocale il Calatrava di Mattia Denti, mentre Marcello Nardis (Mastro Trabuco), con Juliusz Loranzi (l’Alcade / Un chirurgo) danno un efficace e sicuro apporto interpretativo ai loro interventi nell’atto secondo. Sul piano della correttezza Cinzia Chiarini nella parte di Curra. Con un tale dispiego di professionisti d’alto profilo, ci si poteva aspettare una maggiore approssimazione per quanto concerne l’apparato scenico: invece questa “Forza del destino” gode di un progetto registico forse non originalissimo, ma certamente ben congegnato, giocato sui toni di un minimalismo ragionato, e non solo d’antan. La regia intende far muovere i personaggi in una specie di non-luogo, che sia in realtà il luogo del destino, dello spirito (che così preponderantemente permea il libretto di Piave-Ghislanzoni): ne deriva un’ambientazione quasi purgatoriale, tutta giocata su colori acromatici (bianchi, neri, beige, tortora), dalle line pulitissime e razionaliste, dall’attrezzeria ridotta all’osso. Il tempo risorgimentale della scrittura diviene il tempo della vicenda, per stornare ulteriormente vezzosità secentiste dalla mis-en-scène, e anche i costumi si adagiano su scale cromatiche freddissime, che azzardano un autoironico viola nel primo atto, ma poi si attestano sui toni di ocra chiarissimo, avorio e grigiazzurro. Gli echi ronconiani della scena vengono evidenziati anche da un ardito uso delle profondità e dalla gigantesca cornice che domina il palco, a volte vuota, a volte occupata da dipinti troppo grandi per esservi contenuti (realizzati dall’artista finlandese Hannu Palosuo), a volte accostata a un croce d’ombra, uno dei molti riusciti effetti di luce della bravissima light designer Fiammetta Baldiserri: in questo contesto i performer si muovono sicuri, forse un po’ manierati, certi che la nobiltà dei loro personaggi possa venire ben esaltata, e non a torto. Il giusto riconoscimento va dunque al regista Italo Nunziata, allo scenografo Emanuele Sinisi e alla costumista Simona Morresi, che si unisce ai calorosi applausi che anche il team creativo (oltre che l’intera compagine canora) strappa alla platea alla fine.

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