Roma, Teatro dell’Opera: “Il lago dei cigni”

Roma, Teatro dell’Opera di Roma, stagione di balletto del Teatro dell’Opera di Roma 2018-2019
“IL LAGO DEI CIGNI”
Balletto in un prologo e quattro atti
Musica Pëtr Il’ič Čajkovskij
Coreografia Benjamin Pech da Marius Petipa e Lev Ivanov
Odette/Odile SUSANNA SALVI
Principe Siegfried GERMAIN LOUVET
Benno ALESSIO REZZA
Direttore Nir Kabaretti
Direttrice del Corpo di Ballo Eleonora Abbagnato
Orchestra, étoile, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Scene e Costumi Aldo Buti
Luci Vinicio Cheli
Assistente coreografo Patricia Ruanne
Roma, 4 gennaio 2019 

Lunga fila all’ingresso del Teatro dell’Opera di Roma per vedere Il lago dei cigni di Benjamin Pech che inaugura la stagione di balletto 2018/2019 con un notevole successo di botteghino, ovvero il sold out per tutte le recite, dal 28 dicembre al 6 gennaio.  Anche se probabilmente favorito dal periodo natalizio. Nell’intenzione di far crescere l’intero Corpo di ballo, la sua direttrice Eleonora Abbagnato, che vede rinnovata la carica fino al 31 dicembre 2021 proprio in questi giorni, ha il grande merito di aver dato spazio negli ultimi anni a danzatori autoctoni in un dialogo e in un confronto costante con rilevanti figure provenienti dall’estero. Questa produzione lo conferma in pieno, coinvolgendo nei ruoli principali le étoile, i primi ballerini e i solisti del teatro capitolino, tra cui ricordiamo le stelle emergenti Marianna Suriano e Michele Satriano, e portando sul palcoscenico del Costanzi artisti internazionali come i principal dancer del Bol’šoj di Mosca Anna Nikulina e Semyon Chudin, oltre all’étoile dell’Opéra di Parigi, Germain Louvet, protagonista della replica del 4 gennaio, in perfetta sintonia con la prima ballerina Susanna Salvi.
Approcciandosi a questo classico dei classici nella coreografia di Pech si deve considerare che si tratta non tanto di un remake – come il coreografo stesso ha dichiarato – ma di una rilettura in cui «l’unico atto rimasto più o meno invariato riguardo alla tradizione è il secondo, che rispetta pienamente la successione delle variazioni conferitale da Petipa-Ivanov». Da un punto di vista drammaturgico la rilettura di Pech funziona molto bene e per chi ha dimestichezza coi balletti narrativi i cambiamenti del plot sono di facile comprensione sin dal bel prologo che chiaramente ci immerge nella storia: la principessa Odette è trasformata in un cigno da un personaggio vestito di nero, che si rivelerà essere Benno. La scena si apre nell’eleganza dell’allestimento del maestro Aldo Buti in cui è dato risalto alle rassicuranti tonalità del colore blu, di contrasto con quanto andremo a vedere nelle scene successive, per nulla rassicurante. Il motore dell’azione è proprio il sentimento di invidia di Benno, amico d’infanzia del principe Siegfried che sostituisce la figura malefica del mago von Rothbart, artefice dell’incantesimo – nella versione originale del balletto – che condannava giovani fanciulle a essere cigno e ad assumere forma umana solo durante la notte. La centralità del personaggio di Benno, qui bene interpretato da Alessio Rezza, sposta il focus del dramma dall’amore irrealizzabile di Siegfried e Odette al valore dell’amicizia, un’amicizia – o qualcosa di più dell’amicizia –  che verrà tradita e che comunque vincerà su tutto, pur nel finale tragico con la morte di Odette per mano involontaria di Siegfried, poiché Benno rinuncerà ai suoi piani e Siegfried da parte sua lo perdonerà. Viene da sé che la figura della donna-cigno Odette perda in questo balletto la sua funzione drammatica, pur rimanendo il suo ruolo un forte elemento visivo per la messa in scena. Salta all’occhio quindi questa incongruenza tra la struttura narrativa e il suo testo spettacolare. L’interpretazione della Salvi è coerente con la rilettura di Pech: Odette rimane un cigno, e si perde nel registro espressivo quella complicità sensuale tra lei e il principe, già dal loro primo incontro in cui predomina la sua natura inumana da cui Siegfried è comunque attratto perché «quando vede il cigno prova una sensazione di leggerezza e di bellezza», ma non perché ci sia una forte passione. Sempre Pech dichiara che se egli «si lascia ammaliare da un essere piumato, dalle fattezze di un cigno, vuol dire che ha dei problemi con la propria sessualità». L’accento è posto sull’umanità del personaggio principale, si perde quindi l’enfasi sul lato onirico del balletto, tema preponderante della versione tradizionale che non a caso viene esplicitato nel titolo stesso
Non mancano momenti di bellezza nella coreografia di Pech, sono da segnalare soprattutto le variazioni di

Alessio Rezza e Germain Louvet; tuttavia l’impressione generale è che la sua coreografia, in cui ha accresciuto le danze del corpo di ballo, nel tentativo di renderla più dinamica, sia un po’ impegnativa da danzare, forsennata nell’esecuzione di alcune sequenze e sotto tono in altre; senz’altro riuscito invece il tentativo di integrare la pantomima con la danza pura, “attualizzando” in qualche modo la gestualità dei danzatori. Certamente il merito del coreografo francese, anche assistente alla Direzione del Balletto dal 2016, è quello di essersi messo in gioco insieme all’intero corpo di ballo romano scegliendo una pietra miliare della storia della danza alla sua prima prova come coreografo, uno spettacolo importante e complesso, la cui preparazione ha previsto – non dimentichiamolo – un rigoroso studio della e sulla musica di Čajkovskij, affidata qui alla sicura bacchetta del direttore Nir Kabaretti ed essenziale ispirazione per questa coraggiosa rilettura. (foto Yasuko Kageiama)

 

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