Sonya Yoncheva: “The Verdi Album” – Joseph Calleja: “Verdi”

Sonya Yoncheva: “The Verdi Album” – Joseph Calleja: “Verdi”

Giuseppe Verdi: “Tacea la notte placida…Di tale amor che dirsi” (Il Trovatore);  “Tu puniscimi, o Signore” (Luisa Miller); “Liberamente or piangi … Oh! Nel fuggente nuvolo ” (Attila);Tosto ei disse! … A te ascenda, o Dio clemente” (Stiffelio); “Pace! Pace, mio Dio!” (La forza del destino); “Ave Maria, piena di grazia” (Otello); “Come in quest’ora bruna” (Simon Boccanegra); “Tu che le vanita … Francia, nobile suol” (Don Carlo); “Anch’io dischiuso un giorno … Salgo gia del trono aurato” (Nabucco) Sonya Yoncheva (soprano), Münchner Rundfunkorchester, Massimo Zanetti (direttore). 1 CD Sony 7818157

Sonya Yoncheva
è sicuramente fra le cantanti più in vista dell’attuale scena lirica con un repertorio molto ampio e a volte fin troppo ecclettico. Sull’onda dei successi teatrali arriva questo recital discografico con i complessi della radio di Monaco diretta da Massimo Zanetti in cui appare impegnata in un programma tutto verdiano. All’ascolto però è difficile non nascondere la delusione e l’impressione è che la Yoncheva stia dilapidando un raro dono di natura con scelte azzardate e frettolose di repertorio. La cavatina di Leonora da “Il trovatore” posta in apertura del programma incanta subito per la bellezza veramente non comune del timbro, caldo, morbido, vellutato e la flautata emissione nel settore mediano della voce ma presto queste doti non bastano a nascondere ben più preoccupanti difetti. Il settore superiore è problematico con acuti sì ricchi di suono ma forzati e affetti da un vibrato per nulla piacevole; inoltre l’interprete è generica, monocorde, poco attenta ai dettagli. I brani seguenti confermano purtroppo questa impressione: una forma di ricerca di drammaticità la porta, inoltre, a eccedere sul piano espressivo – il “Liberamente or piangi” è davvero troppo estroverso – in una concitazione che alla lunga risulta sempre simile a se stessa. Questo discorso vale per “Luisa Miller”, la Mina di “Stiffelio” – dove pur si apprezza una buona naturalezza nei passaggi di agilità – la Leonora di Vargas de “La forza del destino”, ruolo per altro fin troppo pesante e in cui è ancor più evidente la scollatura fra le parti più cantabili dove la bellezza timbrica della Yoncheva è innegabilmente coinvolgente e le palesi difficoltà in quelle più impervie arrivando oltre il limite all’esplosione di “Maledizione” con la salita al Si acuto.Un’eccessiva spinta espressiva si ritrova perfino in un ruolo molto più lirico e confacente alle sue doti come Maria Boccanegra dove l’inizio è magnifico, terso e luminoso come il mare di Liguria ma con un crescendo inutilmente forzato nel cercare una drammaticità per molti aspetti impropria al brano. Il carattere sostanzialmente lirico della vocalità della Yoncheva trova il suo momento di gran lunga migliore nel canto raccolto dell’”Ave Maria” di Desdemona dove rinunciando a forzare trova accenti di intima commozione perfettamente congeniali al brano che esaltano la suggestione timbrica. In “Tu che le vanità” dal “Don Carlo” mostra un’attenzione al fraseggio e al gioco dei colori che non ritroviamo nelle altre arie. Quella che ne esce è una Elisabetta intensa, partecipe, sofferta che rende più accettabili anche lo sforzo in acuto e la sostanziale povertà dei gravi che in quest’occasione risulta forse il difetto più evidente.  Approfondimenti forse da collegare alla partecipazione della Yoncheva ad alcune importanti produzioni dell’opera. Decisamente azzardata invece la grande scena di Abigaille da “Nabucco”, perché ,se in “Anch’io dischiuso un giorno” si apprezza il raglio più lirico e intimo dato alla scena che giustamente evidenzia il lato femminile della principessa nella cabaletta, tutti i nodi vengono al pettine. Priva della necessaria potenza vocale, cerca di ottenerla forzando il suo materiale e ottenendo acuti faticosi e ancor più problematiche discese al grave che compromettono in modo irrimediabile la riuscita. Ci si augura che si tratti di un incidente di percorso e che la Yoncheva possa ritornare la luminosa promessa che si conosceva magari rivedendo e riducendo il proprio repertorio. Zanetti accompagna con professionalità e rigore mentre il programma manca apparentemente di qualsiasi logica interna tanto che si presenta come una successione casuale di arie.
Giuseppe Verdi:“Se quel guerrier io fossi!..Celeste Aida” (Aida); “Ah sì ben mio…Di quella pira” (Il Trovatore);”La vita è inferno…Oh, tu che in seno agl’angeli”, “Invano Alvaro” (La forza del destino);”E’ lui..desso!..Dio, che nell’alma infondere” (Don Carlo); “Già nella notte densa”, “Oh! Monstruosa colpa!…Si per ciel marmoreo giuro!”, “Dio! mi potevi scagliar tutti i mali”, “Niun mi tema” (Otello) Joseph Calleja (tenore), Angela Gheorghiu (soprano), Vittorio Vitelli (baritono) Orquestra de la Comunitat Valenciana, Ramon Tebar (direttore). 1 CD Decca 8075986
Speculare – fin dalla veste grafica – al CD della Yoncheva è questo secondo prodotto verdiano della Decca che vede protagonista il tenore maltese Joseph Calleja. Il risultato è nel complesso più coerente e decisamente migliore di quanto è avvenuto sul fronte sopranile. Già le scelte dei brani mostrano una più attenta cura. Calleja evita infatti di riproporre ruoli già affrontati a teatro per concentrarsi su pochi titoli verdiani, quasi tutti della maturità – con l’esclusione de “Il trovatore” – che precedono una piccola ma significativa selezione di “Otello” che per la sua ampiezza lascia intendere un non lontano debutto nel ruolo.  Calleja ha una voce timbricamente piacevole anche se non bellissima, molto personale e una significativa capacità di sfruttare anche i difetti – come l’evidente tendenza al vibrato – per dare ad essa una maggiore personalità. La natura vocale è sostanzialmente lirica pur con una tendenza a irrobustirsi negli ultimi anni. A reggere il tutto vi sono ottime doti di musicalità e un’ammirevole solidità tecnica. La sortita di Radames che apre il programma manca un po’ di forza nel recitativo introduttivo – nonostante l’ottima dizione – ma riprende fiato nell’aria dove, se il timbro resta particolare – e al primo ascolto forse non piacevolissimo –, la qualità del canto è innegabile e viene sugellata dalla splendida smorzatura sul Si bemolle acuto.

La scena de “Il trovatore” è più anonima pur nella correttezza dell’esecuzione; si segnala la cabaletta con da capo ma è tagliata “L’onda dei suoni mistici” nonostante rimangano gli interventi di Leonora nel finale. La grande scena di Don Alvaro da “La forza del destino” è invece pienamente centrata da tutti i punti di vista. Il recitativo introduttivo meno eroico e più dolente di quello di Radames trova nella naturale malinconia del canto di Calleja una perfetta cifra stilistica che prosegue nell’aria dove la musicalità e la cura al fraseggio emergono con una chiarezza raramente ascoltate. Un canto capace di evidenziare ogni parola, ogni accento impongono la sua esecuzione fra le migliori ascoltate non solo negli ultimi anni. Completa gli estratti dall’opera il duetto del IV atto dove Calleja è affiancato da un solido Vittorio Vitelli. Il duetto del “Don Carlo” – sempre con Vitelli – è forse più vicino ai ruoli affrontati abitualmente da Calleja e forse per questo tende ad attirare meno l’attenzione rispetto all’ottima prestazione nella parte di Don Alvaro che l’ha preceduto e all’autentica rivelazione dei successivi brani di “Otello”. E, se facilmente si può prevedere la facilità del canto in “Già nella notte densa” – e duole al suo fianco il canto sempre più faticoso di Angela Gheorgiu –, è nei brani più intensamente drammatici che la prestazione di Calleja giunge veramente a sorprendere. Calleja approccia infatti Otello con grande intelligenza, non cerca un’imponenza che non gli è propria, ma lavora di cesello sul fraseggio, sfrutta al meglio la chiarezza della dizione creando un personaggio ricco di complessità. Un Otello quindi meno eroico ma più umano, più chiaro come timbro e più lirico come accento di quanto si è usi ascoltare ma autenticamente verdiano nella capacità di fondere canto e parola in un unico arco espressivo. E, se qualche segno di forza si può notare nei momenti più spavaldi di “Oh! Mostruosa colpa…Si pel ciel marmoreo giuro”, questi sono ampiamente compensati dalla ricchezza e dalla sensibilità espressive del “Dio! Mi potevi scagliar”, che di Otello è il punto di svolta emotivo e drammatico, e del finale. È difficile dire se Calleja possa affrontare convincentemente Otello in scena ma ciò che si ascolta qui è di indubbio fascino.

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