Verona, Teatro Filarmonico: Gustav Kuhn & Maria Radoeva in concerto

Fondazione Arena di Verona, Stagione Sinfonica 2019
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Gustav Kuhn
Soprano Maria Radoeva
Maestro del coro Vito Lombardi
Wolfgang Amadeus Mozart: Sinfonia 39 “Schwanengesang” in mib maggiore KV543; “Ave verum Corpus” KV618
Ludwig van Beethoven: “Egmont”, Ouverture in fa minore op. 84
Richard Wagner: “Wesendock-Lieder”
Franz Joseph Haydn: “Te Deum” Hob XXIIIc:2
Verona, Teatro Filarmonico, 11 gennaio 2019
Iersera si è aperta in modo un po’ dimesso, certamente non solenne, la nuova stagione sinfonica della Fondazione veronese. In programma era stata annunciata la celebre ma rara (almeno a Verona) Quinta sinfonia di Mahler, sostituita con un patchwork classico-romantico a causa di nuovi decreti restrittivi per le fondazioni lirico-sinfoniche e accordi sindacali non ancora raggiunti. A guidare le compagini areniane era chiamato il teutonico Gustav Kuhn, assente da quasi quindici anni in questo teatro, ex plenipotenziario di festival tirolesi e altoatesini, esperto kapellmeister che non le manda a dire (tacciamo per ora sui gossip che riguardano i suoi recenti trascorsi, non solo caratteriali). Sta di fatto che, con poche prove ed un programma anche bizzarro è riuscito ad imprimere un “suo” suono che, ad onta di qualche imprecisione emendabile, ha fatto bene all’orchestra areniana. Lo stile di Kuhn è, mi si perdoni la semplificazione, da solida “vecchia scuola”: tempi comodi, sonorità levigate, controllo formale superiore ad eventuali intemperanze espressive, con tendenza al calligrafico. Dio solo sa quanto questi strumentisti abbiano bisogno di un’identità, che a parte la frequente presenza di un Oren o di un Battistoni durante il festival operistico estivo, latita da anni anche per l’assenza di un direttore musicale degno e che tale sia anche per la frequenza e la qualità del lavoro con le compagini areaniane. Ecco, Gustav Kuhn non è certo il miglior direttore in circolazione ma padroneggia un repertorio vastissimo (a Erl dirigeva ogni estate il suo onestissimo Ring, di cui firmava anche la regia come da disdicevoli abitudini karajaniane) e sa imporre una propria visione, condivisibile o meno.
Di conseguenza la luminosa terzultima Sinfonia 39 KV543 di Mozart, pur con organico non smisurato, grazie ai tempi lenti ha rivelato inquietudini romantiche o addirittura tardoromantiche inedite, con una tinta quasi bruckneriana nel secondo tema dell’Allegro iniziale, nei trii e nell’Andante con moto il cui moto era decisamente comodo. Il suono comunque luminoso e compatto ha suscitato applausi, improvvidi ed imbarazzati, già dopo il primo movimento. Il Maestro ha colto subito l’occasione per arringare con garbo l’impreparato pubblico veronese, invitando ad applaudire solo alla fine, con un entusiasmo che fosse auspicabilmente dato dalla somma dei movimenti precedenti. Così è stato, grazie anche agli ottimi legni in risalto. Da esperto dosatore di impegno ed effetto, Kuhn ha chiuso la prima parte del concerto con l’Ouverture da Egmont op.84 di Beethoven: brano ben più rappresentato e, contrariamente alle previsioni dopo la sinfonia mozartiana, fin troppo composto, con scelte dinamiche ed agogiche classicheggianti e decisamente apollinee. Musica trascinante di per sé eseguita con compostezza poco trascinante. La gestione sorvegliatissima di ottoni e percussioni si è rivelata ancora maggiormente nella seconda parte del concerto, con i Wesendock Lieder di rara esecuzione. Wagner, anche non operistico, è il linguaggio che più sta nelle corde di Kuhn, il quale stende un velo multicolore e mai soverchiante sotto la bella voce (e bella figura) del soprano bulgaro Maria Radoeva. Il colore scuro e denso della voce, afflitta però da un vibrato stretto molto teutonico e da qualche imprecisione di intonazione in acuto, lasciano pensare che il registro sopranile non sia quello più adatto all’esecuzione di questi lieder, veri e propri studi per l’imminente Tristan und Isolde (il terzo e il quinto). Laddove la scrittura chiamava la voce nei centri e nel grave, l’emissione personalissima e non del tutto omogenea è stata comunque in grado di regalare una buona interpretazione. Chiudevano il programma due pagine sinfonico-corali che nell’intenzione del direttore dovevano essere contigue senza soluzione, ma la sonorità soffusissima dell’Ave verum corpus mozartiano, eseguito a fior di labbro e con tempo lentissimo, ha strappato un applauso ai presenti. L’ottima prova del coro preparato da Vito Lombardi per Mozart è stata seguita da quella un po’ più disordinata nel Te Deum haydniano in do maggiore, migliorabile col tempo forse già nella replica odierna ma vagamente fuori stile per i coristi areniani. Il pubblico non numeroso sparso tra platea e galleria si è dimostrato sufficientemente affettuoso e grato con tutti gli interpreti, con manifesti apprezzamenti per il direttore. Se non sarà su Kuhn, auspichiamo che la Fondazione voglia investire su di un direttore stabile giovane e autorevole. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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