Giacomo Puccini 160: “Turandot” e alcuni dei suoi finali

A 160 anni dalla nascita.
Turandot rimase incompiuta dal momento che Puccini aveva steso la partitura fino alla scena della morte di Liù nell’atto terzo, lasciando, del finale, 36 fogli di appunti, portati con sé, nella speranza di poter completare l’opera, a Bruxelles dove, presso l’Institut du Radium, si era ricoverato per cercare di curare con il radio il suo tumore alla gola. Questi appunti furono in seguito utilizzati da Franco Alfano, la cui versione è quella correntemente rappresentata nei teatri e da altri compositori tra cui Janet Maguire e Luciano Berio. Alfano, scelto da Ricordi in quanto, come autore della Leggenda di Sakuntala, aveva trattato un soggetto vicino a quello di Gozzi, aveva inizialmente composto un finale nel quale vi erano alcune parti integralmente sue su versi aggiunti. In seguito, però, alle critiche di Ricordi e Toscanini, che gli chiesero di attenersi in modo più fedele agli appunti del compositore, fu costretto a tagliarlo dando vita ad un finale che, secondo alcuni critici, sarebbe qualitativamente inferiore al primo, registrato per la Decca nel 1989 da John Mauceri con Josephine Barstow e Lando Bartolini. Il grande biografo pucciniano Mosco Carner, dopo aver ascoltato l’originale Finale di Alfano, affermò
“Per tutti coloro che hanno studiato l’originale finale di Alfano, non c’è il più pallido dubbio che rappresenti un organico pezzo di musica e il più logico nel suo sviluppo verso il punto culminante del climax. Esso è di gran lunga superiore e si avvicina molto di più all’intenzione di Puccini di quello che abbiamo sentito finora. Mi sembra inconcepibile che future produzioni dell’opera possano essere messe in scena senza l’autentica versione del completamento di Alfano”.
In effetti il finale, abitualmente eseguito, è solo una sbrigativa conclusione dell’opera che, rispetto all’originale lavoro di Alfano, non perde soltanto ben 110 battute e alcune parti del libretto scritte appositamente, ma svilisce anche quel duetto tra Calaf e Turandot che per Puccini era il momento culminante del suo ultimo capolavoro. Degli altri finali è stato maggiormente eseguito quello composto da Berio nel 2001 (prima esecuzione a los Angeles nel 2002) e ripreso alla Scala nel 2015 in occasione dell’inaugurazione dell’Expo sotto la direzione di Riccardo Chailly.
I due finali di Alfano
Tre accordi di la senza terza aprono, con un forte stacco, il finale nel quale il Principe si rivolge a Turandot, ancora sconvolto per la morte di Liù, con le parole Principessa di morte e si precipita verso di lei strappandole il velo. Turandot risponde (Che mai osi straniero) affermando il carattere divino della sua persona, ma il Principe Ignoto cerca di sciogliere il suo gelo corteggiandola sul languido tema che apre la parte iniziale del terzo atto (La tua anima è in alto) che viene sviluppato in un accendersi della passione fino al punto culminante rappresentato dal tema della seconda parte dell’assolo di Turandot come previsto negli appunti lasciati da Puccini (Mai nessun m’avrà). In un momento di forte passione, che nel Finale originale, appare meglio preparato, il Principe bacia Turandot abbattendo tutte le resistenze della donna sulla citazione voluta da Puccini del passo Gli enigmi sono tre seguito da due sbrigative battute di cui sono protagonisti i timpani. Molto belle erano, invece, nella parte purtroppo tagliata da Ricordi e Toscanini, le 16 battute (Presto con fuoco) aggiunte da Alfano che seguivano il bacio e che puntavano ad evidenziare l’orgoglio ferito della principessa.  In realtà questo è uno dei passi più controversi, in quanto Puccini, che aveva portato ad uno stadio abbastanza avanzato le prime 56 battute di questo duetto, non aveva ancora deciso come risolvere questo episodio dal momento che in precedenza aveva scritto un accenno al tema del bacio che poi cancellò per sostituirlo con quello di No, mai nessun m’avrà!, che Alfano nel Finale originale riprendeva, ma in minore, forse per accentuare il cedimento della donna la cui irremovibile posizione di rifiuto diventerebbe solo un ricordo musicale. Subito dopo, nel finale originale troviamo una Turandot spaurita che canta che mai di me? nel silenzio iniziale dell’orchestra mentre in quello eseguito ordinariamente si passa quasi immediatamente, dopo cinque splendide battute di mano di Alfano mantenute nei due finali, al successivo sensualissimo passo, contemplato negli appunti di Puccini, Oh, mio fiore mattutino con gli arabeschi delle voci femminili interne e la ripresa del secondo tema di Turandot. Mancano negli appunti di Puccini indicazioni precise per l’assolo di Turandot Del primo pianto nel quale la donna si dichiara vinta dall’amore e che nei due finali sostanzialmente coincide eccezion fatta per la scelta di creare in quello originale, con grande senso teatrale, un climax sulla parola «vinta»  in modo da accentuare la sconfitta di Turandot, donna ormai completamente vinta dall’amore. Nel finale originale il passo successivo in cui il Principe rivela a Turandot di essere Calaf, figlio di Timur, è certamente più poetico e soprattutto più teatrale con il climax che culmina nel momento della rivelazione, ma forse poco puccianiano. In realtà per questo passo Alfano aveva del tutto ignorato gli appunti pucciniani che, su suggerimento di Toscanini, vengono ripresi per la realizzazione della seconda stesura. Nel Finale originale Turandot manifesta la sua gioia in alcune battute purtroppo tagliate, mentre il collegamento all’ultimo breve quadro nel quale il coro inizialmente riprende Diecimila anni, complessivamente coincide nei due Finali. Turandot dice, allora, che il nome dello straniero è amore e il coro, infine, sul tema del nome in un dispiegamento impressionante di masse orchestrali e corali inneggia all’amore.

Il Finale di Berio
Il Finale di Berio, in alcuni passi più raffinato, ma forse meno aderente allo stile dell’opera, si caratterizza per una scrittura sinfonica particolarmente accentuata che gli consente di costruire meglio i legami tra i vari appunti a partire dalla sezione che introduce Principessa di morte. Alfano aveva puntato sulla netta cesura creata dagli accordi di la senza la terza, mentre Berio ha scritto un pagina che conduce gradualmente all’invettiva riprendendo temi della prima aria di Liù. Il carattere sinfonico della partitura di Berio è evidente anche nella scelta di introdurre un interludio orchestrale costruito con i temi dell’opera tra cui quello lirico del primo atto, ma anche con la citazione per la verità un po’ forzata del Leitmotiv del filtro d’amore del Tristan und Isolde di Wagner dopo il bacio. Più aderente alle intenzioni pucciniane, rispetto al finale di Alfano, è certamente il modo in cui Berio tratta la citazione del tema Mai nessun m’avrà lasciando la scena alla sola Turandot, a differenza di quanto aveva fatto Alfano che aveva aggiunto il verso di Calaf; geniale nel finale di Berio è, a mio avviso, la scelta di riprendere il tema degli enigmi nel momento in cui Turandot gioisce perché conosce il nome del Principe Ignoto, come molto più raffinata dal punto di vista dell’orchestrazione è la transizione al secondo quadro del terzo atto. Nel Finale Berio dopo la rivelazione di Turandot conclude l’opera in modo soffuso con la ripresa del tema del nome in una forma enigmatica.

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