Gioachino Rossini 150: “Le comte Ory” (1828)

Opéra cominque in due atti su libretto di  Eugène Scribe e Charles-Gaspard Delestre-Poirson. Leonardo Ferrando (Le Comte Ory), Lars Arvidson (Le Gouverneur), Daniela Pini (Isolier), Igor Bakan (Rainbaud), Erika Miklosa (La comtesse Adèle), Irina de Baghy (Dame Ragonde), Danka Milacic (Alice), Jonas Samuelsson (un Paysan). Malmö Opera Orchestra and Chorus, Tobias Ringborg (direttore), Linda Mallik (regia), Karin Betz (scene e costumi), Mikäel Sylvest (Luci), Nathalie Ruiz (coreografie). Registrazione: Malmö Opera 4-5 gennaio 2015. T.Time: 145′ 1 DVD Naxos 2.110388 – 2018

La Svezia non è terra di elezione rossiniana e infatti “Le comte Ory”, l’ultimo capolavoro buffo del Pesarese, era stato allestito solo una volta a Göteborg nel 1967 prima di questa produzione dell’Opera di Malmö datata 2015 e basata sull’edizione critica di Damien Colas.
Sorprendono quindi ancor più la qualità e il senso stilistico dei complessi del teatro svedese capaci di offrire una prestazione di prim’ordine per qualità e brillantezza del suono. Tobias Ringborg fornisce una direzione brillantissima nei ritmi e nei colori, leggera, cangiante, di grande passo teatrale grazie a un impeccabile senso dello stile. La sua è una direzione che esalta la qualità di orchestra e coro e che rende godibile uno spettacolo che sugli altri aspetti risulta decisamente più deficitario.
Per quanto riguarda la compagnia di canto ad emergere è soprattutto la componente femminile. L’ungherese Erika Miklosa è un autentico soprano di coloratura e sfoggia una qualità di canto e una sicurezza acrobatica decisamente ammirevoli e capaci di compensaare un timbro un po’ povero di colori e una pronuncia francese alquanto discutibile – cosa che purtroppo accomuna buona parte del cast. L’elegante presenza scenica si adatta al ruolo della giovane castellana ma purtroppo la recitazione a tratti risulta troppo caricata. Per gusto, stile, immedesimazione nel ruolo Daniela Pini (Isolier) è l’elemento migliore del cast. Bel timbro, ottime doti di canto, fraseggio sempre puntuale ed elegante al contempo, scenicamente perfetta in abiti maschili. La canadese Irina de Baghy non solo sfoggia un francese esemplare – impietoso termine di paragone per tutti gli altri con la sola esclusione di quello forse non altrettanto perfetto ma pur sempre corretto della Pini – ma anche una voce ricca e corposa e una notevole personalità scenica riuscendo a dare un insolito rilievo a Dame Ragonde a cui forse nuoce solo l’età eccessivamente giovane e non compensata con il trucco. Funzionale Danka Milacic come Alice. Maggiori problemi emergono sul versante maschile. Leonardo Ferrando regge con professionalità una scrittura alquanto impegnativa ma non giunge a entusiasmare. La sua prestazione è corretta, la linea di canto pulita e gli va riconosciuta una certa musicalità ma manca la scintilla capace di suscitare entusiasmi. Il timbro è fin troppo nasale per risultare piacevole, gli acuti ci sono così come i passaggi di coloratura ma sempre con l’impressione di una prudenza anche eccessiva oltre a qualche imprecisione d’intonazione. Se la prova di Ferrando si pone comunque a un livello di dignitosa professionalità non si può dire altrettanto per gli altri interpreti. Igor Bakan avrebbe anche una voce robusta e di piacevole colore ma il canto è sempre rozzo, monocorde, privo di qualunque gioco di colori o di dinamiche. L’aria di Raimbaud altro non è che “Medaglie incomparabili” del “Viaggio a Reims” e richiede la stessa ironia, la stessa capacità di giocare con le parole e le loro ambiguità, la stessa leggerezza mentre nulla di questo si trova nel canto plumbeo e forzato di Bakan. Ancora peggio il Gouverneur di Lars Arvidson altrettanto monocorde e inespressivo di Bakan.  Il suo timbro, inoltre, appare grigiastro e l’emissione erratica e faticosa in tutta la gamma. Completa il cast Jonas Samuelsson nel breve ruolo del contadino.
L’allestimento di Linda Mallik sceglie la strada di un’ingenuità quasi infantile con toni da cartone animato. La scelta può funzionare per un’opera simile – e già nel 1997 a Glyndebourne Savary fu giocata questa carta traendone un autentico capolavoro rivisto qualche anno dopo anche a Torino –. Anche il misto di elementi storici e di anacronismi a scopo comico può reggere ma quello che lascia perplessi è la povertà, il senso di trascuratezza che l’insieme trasmette. Le scene fatte di pochi elementi geometrici fin troppo ripetuti, i costumi poco variati, fin troppo semplici per il taglio fiabesco che si vorrebbe dare. Qualche elemento più riuscito – il grande camino che domina il salone del castello, l’entrata di Ory dal cielo con due grandi ali da angelo – non nasconde la sensazione che si sarebbe potuta sfruttare meglio l’idea di partenza. La recitazione per il gusto italiano è spesso troppo carica e anche le trovate comiche risultano scontate o banali, ulteriore testimonianza di come il raffinato umorismo rossiniano sia ancora tanto spesso frainteso sui palcoscenici.

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