Modena, Teatro Comunale: “La forza del destino”

Modena, Teatro Comunale: “La forza del destino”

Modena, Teatro Comunale Luciano Pavarotti, Stagione d’Opera 2018/2019
LA FORZA DEL DESTINO”
Melodramma in quattro atti, Libretto di Francesco Maria Piave e Antonio Ghislanzoni dal dramma Don Alvaro o la fuerza del sino di Angel Perez de Saavedra.
Musica di Giuseppe Verdi
Il Marchese di Calatrava MATTIA DENTI
Donna Leonora ANNA PIROZZI
Don Carlo di Vargas JORDAN SHANAHAN
Don Alvaro LUCIANO GANCI
Preziosilla JUDIT KUTASI
Padre Guardiano MARKO MIMICA
Fra Melitone MARCO FILIPPO ROMANO
Curra CINIZIA CHIARINI
Mastro Trabuco MARCELLO NARDIS
Un Alcade/Un Chirurugo JIULIUSZ LORANZI
Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna
Coro della Fondazione Teatri di Piacenza
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Corrado Casati
Regia Italo Nunziata 
Scene Emanuele Sinisi
Dipinti Hannu Palosuo
Costumi Simona Morresi
Luci Fiammetta Baldiserri
Assistente alla regia e movimenti coreografici Riccardo Buscarini
Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
Nuovo
Allestimento
Modena, 27 gennaio 2019
Il teatro modenese pensa in grande, scommette e ce la fa ancora: con un nuovo allestimento dell’innominabile operona (notoriamente jettatoria, secondo i più superstiziosi) e un cast di primo piano, si pone tra le realtà oggi più interessanti d’Italia, caratterizzata da scelte e cartelloni che possono mettere in ombra le ben più grandi (e foraggiate) fondazioni lirico-sinfoniche. Questa nuova coproduzione, debuttata a Piacenza e ora in replica a Reggio Emilia, è affidata ad un team guidato dall’esperto Italo Nunziata, che libera la vicenda verdiana dall’oleografico spinto per darle una veste quasi nordica nella sua essenzialità: saranno i bei costumi tardo-ottocenteschi contemporanei alla composizione di Simona Morresi (che veste Leonora di un bel viola cangiante, alla faccia della superstizione teatrale), sarà la scena pulita e quasi vuota di Emanuele Sinisi dove campeggia una grande cornice vuota, qualche squarcio ampio dipinto da Hannu Palosuo, ed un tavolo bianco (ingombrante ma funzionale), saranno le luci eleganti e misurate di Fiammetta Baldiserri, sarà anche il Coro trattato come un unico personaggio che occupa quasi sempre uno spazio altro, a volte irreale, dietro i personaggi, sarà tutto questo ed un cast più che appropriato, ma questa Forza verdiana è sembrata davvero molto meno baraccona di quello che si vede di solito. “DI solito”, cioè poco, più o meno una volta ogni dieci-dodici anni, perché schierare tante voci importanti e buoni comprimari è impegnativo per qualunque teatro, “baraccona” perché, pur amando Verdi e questo titolo, la vicenda che vuol essere tragica e ricca di colpi di scena sin dalla fonte spagnola è inverosimile come una qualunque telenovela ispanica d’oggi e la drammaturgia è tanto affollata e sbilanciata rispetto alla media del melodramma romantico che non si può non provare solidarietà per Piave, nel suo ultimo incompiuto libretto e forse meno riuscito, e persino per l’ostinazione di Verdi che, nel trattare simile soggetto, ha infarcito un carrozzone improponibile di musica stupenda e di tutte quelle suggestioni sacro-manzoniane che resero felice chi si aspettava la sua messa in musica dei Promessi sposi.
La veste asciutta e algida (a costo di sembrare una galleria d’arte contemporanea nell’atto terzo) con cui il pubblico ha visto/rivisto il melodramma ha quindi contenuto l’eccesso di materiale, luoghi, situazioni presenti nella fonte. Asciutto, controllato, preciso ma partecipe è il direttore Francesco Ivan Ciampa, qui più prudente che altrove (anche per la responsabilità di tenere insieme un’orchestra buona ma non trascinante), che tiene il passo con gusto del canto e della scena, senza cadute di gusto che altri più famigerati “verdiani” puntualmente fanno. Il coro piacentino, preparato da Corrado Casati, è più che decoroso dove non si richiedono troppi decibel, regala un “amen” dolcissimo da manuale all’inizio del secondo atto senza poi ritrovare questa fusione nell’imprescindibile “Vergine degli angeli”. Il cast schierava voci interessanti in ogni ruolo, come Mattia Denti (sin troppo giovane Marchese) e Juliusz Loranzi nel doppio ruolo di Alcade e Chirurgo, una quasi verista Cinzia Chiarini come Curra e un sorprendentemente “appuntito” (anche troppo negli assiemi) Marcello Nardis come Trabuco di lusso. Il giovane basso croato Marko Mimica regala un Padre Guardiano di vocalità immacolata, ieratico al punto giusto e davvero ben cantato, e costituisce una coppia formidabile con Marco Filippo Romano, anche lui ben timbrato, nitido e tagliente senza scaccolare, come pochi altri Melitone della storia. Lussureggiante per timbro e indole la Preziosilla di Judit Kutasi e benissimo calibrata, nonché spavalda in acuto, l’interpretazione di Jordan Shanahan chiamato a sostituire il previsto baritono piacentino. Il pubblico ascolta, vede e gradisce ogni numero ed ogni interprete. Veniamo alla coppia dei protagonisti: il povero Luciano Ganci, ottimo interprete verdiano e fresco reduce di Alvaro memorabili solo due sere prima come testimoniano diversi video ufficiali e non, era chiaramente indisposto e sofferente ma non ne abbiamo udito alcun annuncio. Nonostante l’accento non mancasse mai, ha passato gran parte della recita a cercare faticosamente di sopravvivere tra affondi dolorosi e acuti urlacchiati; il pubblico comprende e perdona; proprio un peccato non sentirlo in forma, per cui gli auguriamo una pronta guarigione. Vera mattatrice, e solo alla quarta recita dal suo debutto nel ruolo, Anna Pirozzi come Leonora (per cui era già perfetta alla prima): una voce bella, omogenea in ogni registro, sempre più sonora e ricca di armonici man mano che sale, che sorprende non solo per la meraviglia fonica in sé ma anche per l’estrema attenzione alla parola (una dizione perfetta e udibilissima sempre, mosca bianca tra i soprani) e al dettato verdiano negli accenti e nei colori fittamente indicati sullo spartito, con il plus della sensibilità dell’interprete nel legare e nel creare un personaggio completo, commosso e commovente ma mai patetico, deciso e perentorio quando serve senza perdere di femminilità, insomma un capolavoro che da solo vale il biglietto di uno spettacolo comunque completissimo e ben riuscito. Alle messe di voce del suo “Pace, pace mio Dio”, eseguito perfettamente come il resto, neanche fosse un disco (di riferimento sin intende), viene giù il teatro. E il bis non è da meno. Plausi per tutti, trionfo personale meritatissimo per Pirozzi.

Share This

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *