Napoli, Teatro Bellini: “Rossini Ouvertures” di Mauro Astolfi

Napoli, Teatro Bellini: “Rossini Ouvertures” di Mauro Astolfi

Napoli, Teatro Bellini, stagione 2018-2019
“ROSSINI OUVERTURES”
Coreografia e regia Mauro Astolfi
Musiche Gioachino Rossini
Danzatori Lorenzo Capozzi, Alice Colombo, Maria Cossu, Pablo girolami, Mario Laterza, Giuliana Mele, Caterina Politi, Giacomo Todeschi, Aurora Stretti
Luci Marco Policastro
Set concept Mauro Astolfi, Marco Policastro
Realizzazione scene Filippo Mancini/CHIEDISCENA
Disegno e realizzazione costumi Verdiana Angelucci
Assistente coreografa Alessandra Chirulli
produzione Spellbound realizzata con il Contributo del Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali e del Turismo e della Regione Lazio in collaborazione con il Comune di Pesaro & AMAT
Napoli, 23 febbraio 2019
 

Rossini Ouvertures di Mauro Astolfi, con la Spellbound Contemporary Ballet – reduce da una prestigiosa tournée internazionale in Spagna, Hong Kong, Bielorussia, Hong Kong, Germania, USA, Indonesia, Thailandia – arriva al Teatro Bellini di Napoli per la stagione in corso curata da Manuela Barbato ed Emma Cianchi. In uscita dall’anno rossiniano che ha visto (o meglio ‘ascoltato’) la musica del Pesarese in celebrazioni e ricorrenze su tutto il territorio nazionale, l’operazione di Mauro Astolfi appare interessante per una riflessione ad ampio spettro. Per comprendere il filo logico dello spettacolo, è necessario un richiamo alle note di regia del coreografo, che qui riportiamo in sintesi: «La lettura di Augusto Benemeglio sulla vita di Rossini, su quella “Follia organizzata” è stata per me profondamente e assolutamente illuminante. Sono sinceramente stato sedotto […] dal mondo rossiniano, da questa genialità così prorompente e inebriante ma che al tempo stesso viveva camminando a braccetto con tante macchie nere, dilaniato da un profondo mal di vivere […]. Cercare di toccare tutti i punti di una vita come quella di Gioachino Rossini sarebbe stato assolutamente impossibile, anche perché, […] per quanto il movimento sia un altro aspetto del suono, la materializzazione della musica, quello che Rossini ha saputo creare in pochi anni della sua vita non credo potrà mai essere rappresentato diversamente in modo sinceramente sensato. In questo spazio si aggirava un inquilino, una figura antropomorfa nera, una macchia che aveva assunto sembianze umane, che ormai comunicava con lui, che si insinuava nei suoi sogni, […]  che era sempre lì, come a scandire il poco tempo, ma anche il lungo tempo passato a combattere contro disagi fisici e psichici di ogni tipo. Questa figura nera era la paura della morte, la sua malattia […]. Nelle sue lunghissime notti, sempre più insonni, Rossini viveva ormai in due mondi, […] e solo la sua infinita capacità di creare, la sua passione per il godimento fisico, sensoriale, per la cucina, per il sesso, riuscivano momentaneamente ad anestetizzare quello che stava accadendo nel suo corpo e nella sua mente. La sua era musica estrema. Il segno di una forza e di una energia superiore e ho volutamente cercato di creare una danza estrema, carica di energia, di vitalità, di incontri, di seduzioni, di suggestioni … Ho passato molto tempo pensando come si sarebbe potuto tradurre in movimento la sua genialità compositiva. […] Ho cercato e ho “sentito” come raccontare la vibrazione della sua musica: mi sono letteralmente lasciato trasportare ed è stata un’esperienza unica».
Uscendo dalle parole di Astolfi, possiamo dire che la musica di Rossini ha una versatilità davvero estrema; le sue architetture permettono tutto e il contrario di tutto, per cui i linguaggi coreografici più diversi si sentono a proprio agio col Pesarese ma devono essere gestiti con sapienza
, a causa dei ‘rischi’ che gli stessi autoimprestiti rossiniani possono provocare. Le ripetizioni dei temi o degli stilemi musicali, se di altissimo livello, hanno un esito positivo su chi ascolta, specie se il ritmo e l’orecchiabilità ne facilitano la comprensione. Tuttavia la stessa cosa non vale per alcuni linguaggi della danza, che, se non sostenuti da un’estetica altissima, rischiano di stancare l’occhio. E questo soprattutto se il pubblico non ne comprende il messaggio interiore. Al di là di tutto il ragionamento, c’è da dire che, se pure la prima sezione del lavoro di Astolfi si profila di indiscussa qualità, risente di questo aspetto, pur inquadrando il movimento nel sistema musicale in maniera esemplare. Arrivati all’ouverture de Il Signor Bruschino, l’attenzione cala e la ripetitività si avverte, ma lo sviluppo successivo, grazie all’inserimento di pantomime efficaci e all’utilizzo della versatile scenografia praticabile, segnano un punto di svolta a effetto, che dà i risultati migliori e muove l’azione, anche se non siamo in balletto propriamente narrativo.
Nove bravissimi danzatori, dalla tecnica eccezionale e straordinariamente omogenei sia nelle cifre stilistiche sia in quelle 

espressive, hanno riempito la scena per un’ora e venti e hanno guadagnato l’approvazione convinta del pubblico, ma è su quest’ultimo che ci tocca necessariamente soffermarci, data l’imbarazzante esiguità di presenze. Che il secondo teatro della città di Napoli fosse praticamente vuoto la sera della prima (e ci auguriamo che sia andata meglio alla seconda, ma le proiezioni non erano rassicuranti, complice anche l’allerta meteo), con uno spettacolo di tale livello, è a dir poco scandaloso. Ed è scandaloso perché pullulano realtà – più o meno valide – che ruotano intorno alla danza e migliaia di allievi investono tempo e denaro nella speranza (o solamente velleità esibizionistica?) di imparare un’arte. Ma l’apprendimento passa innanzitutto dall’imitazione di un modello, che va necessariamente osservato in teatro: i danzatori professionisti sono il modello degli allievi e il coreografo è il modello dei professionisti adulti. Senza dubbio non si può essere ubiqui o sempre presenti a tutti gli spettacoli, ma in una metropoli come Napoli, se ogni persona che ha a che fare con la danza seguisse un solo spettacolo all’anno, i teatri sarebbero pieni. Questo aspetto ha condizionato la fruizione dello spettacolo da parte dei più sensibili e i pochi presenti hanno applaudito fino a farsi bruciare le mani, calandosi nei panni di danzatori, che hanno in ogni caso dato il massimo al proprio pubblico. Eppure i giovani, ai quali erano state riservate offerte estreme, affollano night e locali senza curarsi – per quello – di sperperare denaro, mentre non si curano di investire nella propria cultura. Non hanno capito (o nessuno glielo ha insegnato) che la danza non si impara solamente in una sala fatta di specchi e sbarre. (foto Micro e Mega, Fabio Policastro)

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