Napoli, Teatro Sannazzaro: “Marc’Antonio e Cleopatra”

Napoli, Teatro Sannazzaro: “Marc’Antonio e Cleopatra”

Napoli, Teatro Sannazzaro
MARC’ANTONIO E CLEOPATRA”

Serenata in due parti, libretto di Francesco Ricciardi
Musica di
Joahnn Adolph Hasse
Marc’Antonio MARTA FUMAGALLI
Cleopatra LESLIE VISCO
Cappella Neapolitana
Direttore Antonio Florio
Napoli, Teatro Sannazzaro 31 gennaio 2019
Johann Adolph Hasse (1699-1783) fu il massimo interprete dell’opera metastasiana lungo quasi tutto il Settecento e, seppur di nascita e prima formazione tedesca, fu uno dei più squisiti e prolifici operisti napoletani. La sua carriera di compositore d’Opera iniziò a ventisei anni, nell’estate 1725, in una campagna fuori Napoli, nel palazzo del ricco banchiere Carlo Carmignano che gli commissionò le musiche per la serenata Marc’Antonio e Cleopatra su libretto di Francesco Ricciardi (che sarebbe diventato impresario e amministratore dei due massimi teatri partenopei, il San Bartolomeo e i Fiorentini). I due primi interpreti furono Farinelli, nei panni della regina egiziana, e il contralto Vittoria Tesi (la prima celebre cantante di colore della storia) in quelli di Marc’Antonio; all’operina assistette il flautista Johann Joachim Quantz, destinato a diventare uno dei teorici della musica più influenti in Europa, che stimò la musica del giovane musicista sassone prevedendone il successo europeo. Nel 2001 la serenata fu stampata in edizione critica a cura di Reinhard Wiesend e inaugurò la serie dei volumi della Hasse Gesellschaft di Bergedorf, città natale di Hasse.
Il concerto tenutosi al Teatro Sannazaro di Napoli per la storica Associazione Alessandro Scarlatti è stato preceduto da una recita al Opéra Théâtre di Clermont-Ferrand e andava a inserirsi nel progetto “Napoli 1725”, patrocinato dal Centre Lyrique Clermont-Auvergne e dal Goethe Insitute, mirato alla riscoperta di brani di scuola napoletana scritti nell’anno 1725, chiave di volta tra il mondo di Alessandro Scarlatti (che in quell’anno morì) e quello dei rampanti operisti partenopei capeggiati da Vinci e Porpora. La Cappella Neapolitana, conosciuta fino al 2010 come Cappella della Pietà de’ Turchini, è l’ensemble fondato nel 1987 da Antonio Florio che impegna strumentisti e cantanti specializzati nell’esecuzione del repertorio musicale napoletano di Sei e Settecento, e che in più di trent’anni d’attività è stato capace di restituire all’ascolto (e alla storiografia musicale) personaggi chiave della musica europea come Caresana, Provenzale, Vinci, Leo. Il rispetto (e soprattutto l’amore) per la prassi esecutiva barocca, da sempre hanno caratterizzato questo gruppo come uno dei più raffinati del panorama internazionale e in questa fase di piena maturità la qualità del suono ha raggiunto vette davvero sublimi per nitore timbrico e intensità espressiva. Sotto la guida attenta di Toni Florio il fraseggio della scrittura del giovane Hasse è emerso in tutta la sua complessità e, a tratti, spigolosità, segno di una ancora non raggiunta scioltezza stilistica del ventiseienne sassone volto ad allinearsi al gusto napoletano coevo. La serenata si è svolta in forma di concerto (come avvenne durante la prima esecuzione nel 1725) ma sul palcoscenico del teatro Sannazaro erano ancora montate le scene di una commedia d’ambientazione popolare. Sulle prime la discrasia tra i simboli del teatro di Lucia Conte (il Sannazaro era il “suo” teatro) e l’opera seria barocca sortiva un certo imbarazzo; ma a ben pensare la grandezza degli operisti partenopei del Settecento consistette proprio nell’equiparare, attraverso la musica, gli amori di Marc’Antonio e Cleopatra a quelli di un semplice garzone di bottega e una servetta. Entrambi ricevevano identiche vesti sonore struggenti e languorose: gli eroi che agivano sulle tavole dell’antico teatro di S.Bartolomeo o i personaggi della vita contemporanea sul palcoscenico dei Fiorentini per muovere gli affetti dell’ascoltatore parlavano lo stesso linguaggio musicale. Pensando a questo, il veder sortire Marc’Antonio dalla porta di un “castagnaro” non stupiva, allora, più di tanto!
Dell’interpretazione di Florio ha colpito, in particolare, il lavoro di lima condotto sui recitativi, eseguiti ad un tempo più lento del solito per lasciar emergere i preziosismi delle linee hassiane (di grande bellezza il terzo, quello dove Marc’Antonio ricorda la prima apparizione di Cleopatra: dapprima attacca la tiorba di Pierluigi Ciapparelli in pianissimo, poi si lega il violoncello di Andrea Guerrero e infine l’intero continuo in un crescendo che traduce il “colpo di fulmine” del condottiero romanno). Le otto arie e i due duetti che compongono i numeri della partitura sono state interpretate dalle due cantanti con intensità e accuratezza. Leslie Visco è un soprano che sfoggia precisione estrema nei passaggi di coloratura e un buon volume nella tessitura acuta, padroneggiando gli aspetti stilistici della partitura, forte di ormai numerose e prestigiose esperienze in questo repertorio. La sua Cleopatra è stata nervosa e scattante nelle arie con ampi passi di coloratura (Un sol tuo sospiro e Addio trono, impero addio) languida in quelle parlanti e ricche di spunti melodici in progressione (particolarmente riuscita l’ultima aria, Quel candido armellino, per la bellezza delle variazioni improvvisate e delle cadenze). Il mezzosoprano Marta Fumagalli si è cimentata in una parte contraltile che raffigurava il personaggio di Marc’Antonio in tutta la sua languidezza di amante facendolo insistere su una tessitura grave e su un fraseggiare morbidissimo. L’ottima interprete ha cesellato ogni recitativo in maniera superba, assicurando alle arie la giusta atmosfera danzante. Lodevole la scelta di affrontare con un unico fiato le frasi più lunghe e ricche di slittamenti cromatici, di ritardi e di appoggiature (indicativa in tal senso l’aria Come veder potrei). L’affiatamento delle due cantanti si è poi potuto apprezzare nei due duetti dove le voci hanno saputo impastarsi in perfetto equilibrio. Il numeroso ed entusiasta pubblico ha applaudito con convinzione quest’operazione artistica preziosa che ha rappresentato una summa della sapienza interpretativa di Toni Florio e che invita ad estendere il numero di operisti napoletani da riscoprire e valorizzare. Foto Giancarlo de Luca

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