Teatro Salieri, Legnago: “Otello” di Fabrizio Monteverde

Teatro Salieri, Legnago: “Otello” di Fabrizio Monteverde

Legnago, Teatro Salieri, Danza – Stagione 2018/201
“OTELLO”
Coreografia Fabrizio Monteverde
Musica Antonin Dvořák
Otello VINCENZO CARPINO
Desdemona ROBERTA DE SIMONE
Cassio RICCARDO CIARPELLA
Iago PAOLO BARBONAGLIA
Emilia AZZURRA SCHENA
Costumi Santi Rinciari
Light designer Emanuele De Maria
Balletto di Roma
Legnago, 2 febbraio 2019

L’Otello del Balletto di Roma è un riallestimento di Fabrizio Monteverde che si gode dall’inizio alla fine; che attrae per le scene coreografate sui recitativi, per le ottime personificazioni dei personaggi a cura dei quattro ballerini protagonisti e per le musiche di Dvořák che ben si prestano a chiaroscurare una delle tragedie più suadenti di Shakespeare. Brillante poi l’intuizione di far vivere la vicenda in un porto, un nonluogo (vedi Marc Augé) non tanto perché qui vengono accettate le diversità umane, o meglio gli errori dovuti all’incontinenza dei sentimenti più intimi, come penserebbe Dante e come si legge nel libretto di sala, ma come spazio franco dove sfogare ogni sentimento, dall’amore all’odio. Infatti, lo sfondo storico shakespeariano non c’è, mentre tempo, luogo e azione rimandano alla memoria la storia (e la scenografia espressionistica) di Querelle de Brest, il film di Fassbinder del 1982. Ecco che allora l’impianto drammatico, che poggia sulle belle liriche di Shakespeare, trova l’ideale ambientazione, carica di allusioni amorose, nel film di Fassbinder, per cui la quinta scenica mette in controluce i personaggi con rossi e blu accesi, ossia pone in risalto i risvolti psicologici della storia espressi dalle coreografie di Monteverde. La ragione non ha mai avuto il sopravvento sul sentimento: entra Otello (come da libretto d’opera), sull’ouverture di Dvořák, coi suoi toni drammatici tutto violini, oboi e corni e si mette a nudo nel vero e proprio senso della parola, dando sfoggio del proprio status di oggetto della contesa: l’amore di Desdemona e l’odio di Iago. A impersonare il moro di Venezia è la prorompente fisicità del ballerino italo-brasiliano (nato a Fortaleza nel 1990), Vincenzo Emanuel Carpino, che gioca all’amplesso con l’amata in una pantomima osé  (sotto il trench doppio petto in pelle nera il ballerino è nudo) che alla fine della storia viene riproposta corrotta da un’aura di tragedia, diciamo viziata del dubbio, insomma abbruttita dal morbo della gelosia. A parte la bravura, Carpino, al cospetto dei suoi comprimari col physique du role da danzatori classici, minuti e leggeri, risulta un po’ pesante, rigido nelle movenze, fin troppo controllato. Tuttavia i passi e i gesti dei danzatori catturano per la sapienza con cui riescono a dare parole agli atti che vogliono rappresentare. A parte il forte ronzio che interrompe la musica a significare l’instillazione del dubbio (del tradimento della moglie) nell’orecchio di Otello da parte di Iago, molto bella è quella strisciata della guancia dell’alfiere lungo l’avambraccio del moro fino a sfiorargli il viso. Straordinario è poi il passo a quattro, con l’interscambio amicale delle loro rispettive consorti, Emilia e Desdemona, su è giù per la banchina e poi a terra con le sforbiciate del grand jeté e il repertorio orizzontale dei vari port de bras. Non ultimo l’innesto di qualche passo in punta di piedi che a noi è sembrato un omaggio alla classicità, il voler incipriare con un tocco leggero la pesantezza di un dramma così forte e duro. Il tutto sul filo narrativo di un sinfonismo coreografico a ciclo continuo, senza cesure ma apici di grande spannung. Monteverde ha annunciato di voler narrare a suo modo le disavventure di Don Chisciotte, il primo vero romanzo moderno, che la danza conosce come balletto classico, perciò ci auguriamo sia tanto moderno quanto carico di nuovi exploit creativi.

 

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