Torino, Teatro Regio: “Rigoletto”

Torino, Teatro Regio, stagione d’opera 2018/19
“RIGOLETTO”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma “Le Roi s’amuse” di Victor Hugo.
Musica di Giuseppe Verdi
Rigoletto CARLOS ÁLVAREZ
Gilda RUTH INIESTA
Il Duca di Mantova STEFAN POP
Sparafucile GIANLUCA BURATTO
Maddalena CARMEN TOPCIU
Giovanna CARLOTTA VICHI
Il Conte di Monterone ALESSIO VERNA
Marullo PAOLO MARIA ORECCHIA
Matteo Borsa LUCA CASALIN
Il Conte di Ceprano FEDERICO BENETTI
La Contessa di Ceprano CLAUDIA DE PIAN
Un usciere RICCARDO MATTIOTTO
Il paggio della Duchessa ASHLEY MILANESE
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Renato Palumbo
Regia John Turturro
Scene Francesco Frigeri
Costumi Marco Piemontese
Luci Alessandro Carletti
Maestro del Coro Andrea Secchi
Nuovo allestimento in coproduzione con Teatro Massimo di Palermo, Shaanxi Opera House (Xi’an, Cina) e Opéra Royal de Wallonie-Liège.
Torino, 10 febbraio 2018.
L’attesa che accompagnava questa nuova produzione di “Rigoletto” al Regio – una delle sole due nuove produzioni proposte in stagione e frutto di importanti collaborazioni internazionali – va in gran parte delusa con la fruizione diretta sia perché l’attore e cineasta statunitense John Turturro al suo debutto in campo operistico mostra non poche lacune nella gestione dello spettacolo sia – e soprattutto – per le scelte direttoriali di Renato Palumbo che rischiano di compromettere pesantemente la tenuta musicale complessiva dello spettacolo. Cominciamo dalla parte visiva. Lo spettacolo firmato da Turturro con scene di Francesco Frigeri e costumi di Marco Piemontese non è privo di suggestione. La scelta di spostare la vicenda dalla Mantova del XVI secolo a un’imprecisata corte aristocratica della metà del Settecento, metafora della corruzione della nobiltà europea ormai prossima a essere travolta dalla stagione rivoluzionaria non risulta fastidiosa ma resta una scelta non sviluppata, che si concretizza solo nelle sue componenti estetiche senza incidere su quelle drammaturgiche. Le scene hanno una loro cupa bellezza fra palazzi barocchi in decadenza e suggestioni di un immaginario rinascimentale non totalmente abbandonato – il richiamo alla caduta dei giganti di Giulio Romano nelle figure a monocromo del siparietto o l’esplicita citazione della casa pendente del Parco dei Mostri di Bomarzo per la locanda di Sparafucile – così come molto curati e non privi di fascino sono i ricchi costumi di taglio pittorico. Il tutto descrive atmosfere cupe e brumose, misteriose, vagamente spettrali in cui il “Casanova” di Fellini convive con De Sade, le suggestioni hoffmaniane magari riviste attraverso le storiche illustrazioni di André Lambert con le atmosfere horror-estetizzanti di “Intervista con il vampiro” di Jordan. Il problema è che tutte queste possibilità restano in gran parte in potenza per l’incapacità di svolgere il tutto in modo coerente. Così lo spettacolo risulta fin troppo plumbeo nelle sue insistite e ombrose penombre, di una narrazione fin troppo essenziale in cui la ricerca di qualche soluzione più originale tendeva a mancare di comprensibilità (come nel caso delle figure ammantate che si aggiravano fra la nebbia del III atto). Così lo spettacolo sembrava rimanere a metà del guado. La direzione d’orchestra di Renato Palumbo anziché restare bloccata veniva semplicemente travolta dai gorghi da essa stessa creati. Palumbo opta per scelte agogiche e dinamiche difficilmente comprensibili, alterna momenti di narcosi – “Caro nome” ridotto a una nenia cantilenante al limite del sostenibile – ad accelerazioni brutali e spesso immotivate. L’illogicità delle tempistiche unite a sonorità spesso soverchianti ha creato non pochi problemi ai cantanti che tendevano in più punti a essere totalmente sopraffatti dall’orchestra. Come se questo non bastasse, la ricerca di una cifra stilistica cupa e misteriosa ha portato a sonorità pesanti – persino la festa del I atto mancava di qualunque brio -, spente, povere di colori tanto che la stessa orchestra del Regio appariva irriconoscibile a chi appena lo scorso mese l’ha sentita brillante di un caliedoscopico gioco cromatico nella “Madama Butterfly” diretta da Oren. Il cast deve ovviamente fare i conti con questa situazione ed è un vero peccato perché a cominciare dal protagonista la qualità vocale certo non manca. Splendido Carlos Álvarez che si conferma non solo il Rigoletto di riferimento per i nostri tempi ma un artista destinato a rimanere nella storia esecutiva del ruolo. Non solo Álvarez dispone di una voce splendida per timbro e colore e di una qualità tecnica non comune che gli garantisce un controllo dell’emissione esemplare e un’uniformità totale su tutta la gamma ma soprattutto sa far vibrare come pochi altri le corde del personaggio. Il concetto tanto spesso citato e spesso poco applicato di “parola scenica” verdiana trova in Álvarez un interprete di rara sensibilità; in lui vi è sempre la capacità di dare pieno senso alla parola, alla frase senza mai essere manierato o artificioso. Il suo buffone ha una nobiltà d’accento e di fraseggio che lo elevano sideralmente al di sopra della misera pletora dei cortigiani che strisciano intorno a lui. Obbligato a venir a patti con la direzione è costretto spesso a faticare non poco per affermarsi ma vi riesce alla luce della sua classe superiore. Le difficoltà con cui si scontra Álvarez risultano ancor più tarpanti per gli altri interpreti. Ruth Iniesta è una Gilda decisamente interessante. Voce cristallina ma anche morbida e femminile, ottimo controllo del fiato e grande facilità nel settore acuto. Cerca di dare al ruolo un taglio più intenso e moderno, scevro dai bamboleggiamenti della tradizione e capace di trasmettere la forza d’animo di una fanciulla forte nella sua ingenuità. I risultati sarebbero stati sicuramente più compiuti in altro contesto – difficile non essere stucchevoli con i tempi staccati dal direttore in “Caro Nome” – ma l’impegno profuso è innegabile. Maggiori difficoltà per il Duca di Mantova di Stefan Pop. Voce importante per volume e proiezione, di bel colore e di buona sicurezza almeno fino agli estremi acuti un po’ faticosi. Ma quello che manca a Pop è la capacità di variare maggiormente le dinamiche espressive; il suo è un Duca spesso troppo stentoreo, troppo eroico, troppo marziale, privo sia dell’abbandono lirico di “Parmi veder le lagrime” sia della fatua leggerezza di “La donna è mobile” per altro ben difficile da ottenere con i modi bandistici dell’accompagnamento orchestrale. Voce robusta e profonda, sonora e tenebrosa, Gianluca Buratto è uno Sparafucile di grande rilievo nonché ottimamente cantato; vocalmente corretta ma dal registro medio-grave fin troppo flebile la Maddalena di Carmen Topciu. Nel complesso pienamente apprezzabili le prove delle numerose parti di fianco.

 

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