Bologna, Teatro Comunale: “Il barbiere di Siviglia”

Teatro Comunale di Bologna, Stagione d’Opera 2019
IL BARBIERE DI SIVIGLIA”
Dramma comico in due atti, Libretto di Cesare Sterbini da Le barbier de Séville ou la Précaution inutile di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais.
Musica di Gioachino Rossini
Il Conte d’Almaviva ANTONINO SIRAGUSA
Bartolo MARCO FILIPPO ROMANO
Rosina CECILIA MOLINARI
Figaro ROBERTO DE CANDIA
Basilio ANDREA CONCETTI
Berta LAURA CHERICI
Fiorello NICOLÒ CERIANI
Un Ufficiale SANDRO PUCCI
Ambrogio MASSIMILIANO MASTROENI
Orchestra e  Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Federico Santi
Maestro del Coro Alberto MalazziR
Regia
Federico Grazzini
Scene Manuela Gasperoni
Costumi Stefania Scaraggi
Luci Daniele Naldi
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
Bologna, 17 marzo 2019
Alla vigilia della tournée in Giappone, il Teatro Comunale di Bologna compie il significativo sforzo di mettere in scena due titoli del grande repertorio alternandoli per una decina di giorni, avvenimento non comune in Italia se si eccettua il “sistema” Fenice, occasionalmente sperimentato a Torino e Firenze. Lo “sforzo” è notevole perché, oltre a riprendere uno spettacolo coraggioso e collaudato (Rigoletto secondo Alessio Pizzech), la Fondazione felsinea propone una produzione tutta nuova del celebre Barbiere rossiniano: magari non necessaria, visto che il Comunale disponeva già di tre diversi allestimenti ben accolti solo negli ultimi sedici anni, ma che di certo rappresenta un segnale incoraggiante per la fiducia accordata a nuove leve delle arti dello spettacolo. Accompagnata da una nota di regia sintetica di Federico Grazzini che fa il paio con l’opportuno saggio di Luca Baccolini sul fraintendimento Rossini=buffo, L’inutil precauzione bolognese si è offerta al foltissimo pubblico con uno spettacolo asciutto, leggibile, scorrevole, colorato, godibilissimo, uno spettacolo che piace a molti e certo piacerà ai Giapponesi. Il principale pregio, va detto subito, è quello di un ritmo serrato, costante, folgorante, gestito dalla bacchetta di Federico Santi, che soprattutto nel primo atto riesce ad essere insieme pulita e comica senza alcuna concessione alle caccole della tradizione, completamente ripulite -tanto da rendere (finalmente) quasi irriconoscibile il capolavoro rossiniano, che ne emerge in apollinea bellezza. Nonostante la creazione di un mondo visivo e teatrale che, con le scene agili nei cambi a vista di Manuela Gasperoni e i costumi sempre eleganti anche per le “macchiette colorate” di Stefania Scaraggi, occhieggia da un lato alla borghesia europea di un secolo fa e dall’altro al cartoon americano, l’impressione finale è quella di uno spettacolo tenuto in piedi più dal ritmo e dalla precisione di un cast in stato di grazia che da una visione complessiva solida e rigorosa. Il sospetto -per ora infondato- è che le citate “caccole” siano state buttate fuori dalla porta ma che, in mancanza di altre idee abbastanza forti o di un cast altrettanto ben rodato, le stesse rientrino dalla finestra alla prima occasione (e la cosa avviene già nel secondo atto, il cui ritmo cede non poco e la cui regia diventa forse troppo simile a mille altri Barbieri, compresa la meta-teatralità annunciata sin da subito negli intenti del team artistico). A non caricare troppo l’atmosfera ci pensano le luci appropriate e morigerate (al limite del freddino) di Daniele Naldi e la recitazione comunque curata e composta di tutti gli interpreti, compreso il preciso Coro del Teatro comunale di Bologna preparato dal nuovo maestro Alberto Malazzi (qualche scollamento col golfo mistico c’è stato nel finale primo, ma provate voi a cantare tutti compressi in una scatola in fondo al palcoscenico). Roberto De Candia nel ruolo del titolo crea un personaggio bonario e guascone, dalla vocalità non sempre immacolata soprattutto in acuto, convincente anche quando la sua avidità risulta evidente quando quella di un Basilio (uno jettatore filiforme e viscido splendidamente cantato da Andrea Concetti). Antonino Siragusa è uno specialista della parte del Conte, che ha reso con sicurezza e forma smagliante compresa la massacrante aria finale Cessa di più resistere (merito principale di Grazzini è quello di creare una regia per questo brano, solitamente ridotto a interminabile e statico museo delle cere) con applausi ritmati a scena aperta. Marco Filippo Romano non fa Bartolo ma lo è, tanto è naturale nel realizzare un vecchio burbero dispotico forse ma intimamente paterno e fragile, per cui non si può non provare simpatia. Autentica rivelazione poi è Cecilia Molinari, Rosina precisa musicalmente e frizzante scenicamente, nel solco della migliore tradizione mediosopranile rossiniana. Completano il cast il corretto Fiorello di Nicolò Ceriani, la Berta arzilla e sopranile (com’è giusto che sia) di Laura Cherici, il tonante ufficiale di Sandro Pucci e il decrepito Ambrogio di Massimiliano Mastroeni. Come già detto, un esito tanto felice (con ovazioni per tutti) non sarebbe stato possibile senza la concertazione di Federico Santi alla guida dell’Orchestra del Comunale di Bologna: una prova di dinamismo, agilità, pulizia e soprattutto di leggerezza che ancora oggi, dopo l’esempio abbadiano, quarant’anni di festival pesarese e cinquant’anni di filologia, è ancora raro trovare. Ne beneficia ovviamente l’esito del teatro musicale nella sua interezza. Foto Rocco Casaluci

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