Napoli, Teatro di San Carlo: “Il trionfo di Cecilia”

Napoli, Teatro di San Carlo, stagione lirica e concertistica 2018/2019
“Arie d’opera tra Settecento e Ottocento”
Direttore Andrés Gabetta
Mezzosoprano Cecilia Bartoli
e la partecipazione del tenore John Osborn
“Les Musiciens du Prince”
Musiche di Antonio Vivaldi, Nicola Porpora, Luigi Boccherini, Wolfgang Amadeus Mozart, Georg Friedrich Haendel, Manuel Garcia, Gioachino Rossini
Napoli, 8 marzo 2019
Il trionfo di Cecilia: un titolo che parafrasa l’ opera Il trionfo di Camillo, il dramma in musica di Porpora che scelse il Senesino nel 1740 proprio per il suo debutto al San Carlo.  Tempora mutantur, il debutto al San Carlo della Bartoli è stato un vero trionfo, l’ appuntamento musicale più atteso della stagione e, per quanti fortunati, che hanno avuto, da spettatori, il privilegio di esserci, l’ onore di partecipare a questa ‘festa’ in musica, è stato un evento difficilmente dimenticabile, dove tutto – ma proprio tutto, più di tre ore di musica, supremazia di vocalità e suoni, spesso in barocca ‘tenzone’ tra loro, costumi, teatro e carisma, – resta impresso a lettere maiuscole. Cecilia Bartoli è una Artista che giganteggia con disinvoltura in palcoscenico, padrona di una vocalità che non lascia inespresso alcun desiderio dell’ interprete, capace di realizzare effetti al di là di qualsivoglia ‘limitazione’ di registro: Lei è oltre. Per colore, per estensione, per agilità inarrivabile. Ogni paragone, sia pure illustre ( e che ne sappiamo noi, in fondo, di Maria Malibran, Isabella Colbran, Giuditta Pasta…) risulta inutile, perché improduttivo.
Si è creato immediatamente con il pubblico un dialogo intenso, pieno d’emozioni, soprattutto una grande voglia d’ascoltare. L’intesa perfetta tra l’artista e l’Orchestra barocca Les Musiciens du Prince, una compagine prodigiosa che si è costituita per iniziativa della stessa Cecilia tre anni fa,  ha dello sbalorditivo, oltreché del meraviglioso. Se l’ aggettivo ‘barocco’ ancora identifica lo stupore al di là del tangibile, del mirabile, ebbene è il termine che più si addice a ‘qualificare’  il concerto irripetibile di ieri. Fiumi di applausi che non riuscivano a frenarsi, silenzi estatici, sospesi dal tempo materiale, e sciolti poi nel diluvio di entusiasmo, nella passione ‘gridata’ a squarciagola dal pubblico sporto dai palchi ed incontenuto nella platea, stipata fino all’ inverosimile. L’ interprete, somma Artista (mezzosoprano, soprano? ogni definizione corre il rischio di banalizzare la ‘sua’ originalissima specificità) trasuda cultura musicale, raffinatezza ed esperienza. Ella sorvola con grande, naturale destrezza le pagine più impervie del programma con disinvoltura e agilità vocale che restano sbalorditive. L’orchestra, diretta da Andres Gabetta, l’ha seguita, dialogando in perfetto accordo; si percepisce la profonda simbiosi esistente tra i singoli componenti tra loro e l’ intero ensemble  con Cecilia. In più di un momento non distinguevi voce e suono: erano un corpo unico. Questo ha creato un collante straordinario col pubblico che è rimasto ‘discograficamente’ incollato fino all’ultima nota. Una perfezione esecutiva, infatti, cui la Bartoli ci ha abituato abbondantemente in disco, che si rinnova – e non è del tutto scontato- intatta, dal vivo. Lo spettatore è stato condotto attraverso un percorso musicale di quasi due secoli da Vivaldi a Rossini, passando per Porpora, Boccherini, Haendel. Il concerto sembrava essere idealmente composto da diversi pannelli, momenti, stazioni:  ad ogni cambio corrispondeva un abito di foggia diversa che andava a sottolineare anche la trasformazione delle ‘vocalità’ offerte, spaziando nei diversi personaggi. E allora la mente andava a Farinelli, Senesino, Porpora, Caffarelli, novello Anfìone – come si definì lui stesso nell’iscrizione  sul portone di  casa sua, tuttora visibile, in una traversa di via Toledo, qui a un passo – e tutta la memoria della Napoli dei castrati di Sant’ Onofrio, gli ‘scogliati’, per dirla in dialetto napoletano del Settecento, diventa storia presente e si trasforma ‘crocianamente’  -è il caso di scriverlo – in una realtà tangibile con cui, sbalorditi e ammirati, confrontarsi emozionalmente. I grandi cavalli di battaglia, si diceva: Vivaldi, ovvio, la Cenerentola (ma anche Desdemona di Otello), il Mozart di Cherubino e  di Exultate, jubilate, fino ad arrivare, con i bis, al cuore della napoletanità più sanguigna (ma giammai volgare). Vi è una contemporaneità del barocco: per certi aspetti lo intuirono anche i grandi compositori contemporanei. Uno su tutti Igor Stravinskij. Cecilia Bartoli rappresenta, per versatilità e intuito,  questo ideale collegamento, tra ieri ed oggi: con il suo essere autentico campione di prassi esecutiva – filologica quanto basta –  e divertita ( e divertente) interprete contemporanea, rock, direbbe qualcuno. Per questo Cecilia ‘nostra’ ( è promesso un suo ritorno) si congeda cantando Steffani e saluta interpretando “Summertime”. E’ davvero tempo di primavera.

 

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