Parma, Teatro Regio: “Il barbiere di Siviglia”

Teatro Regio di Parma, Stagione lirica 2019
IL BARBIERE DI SIVIGLIA”
Dramma comico in due atti, Libretto di Cesare Sterbini da Le barbier de Séville ou la Précaution inutile di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais.
Musica di Gioachino Rossini
Il Conte d’Almaviva XABIER ANDUAGA
Don Bartolo SIMONE DEL SAVIO
Rosina CHIARA AMARÙ
Figaro JULIAN KIM
Basilio ROBERTO TAGLIAVINI
Berta ELEONORA BELLOCCI
Fiorello LORENZO BARBIERI
Un Ufficiale GIOVANNI BELLAVIA
Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Maestro concertatore e Direttore Alessandro D’Agostini
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Beppe de Tomasi
ripresa da Renato Bonajuto
Scene Poppi Ranchetti
Costumi Artemio Cabassi
Luci Andrea Borelli
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Parma, 24 marzo 2019
Dopo lo sforzo produttivo notevole di cui il Festival Verdi necessita (a proposito, di estremo interesse il già annunciato programma 2019), il Teatro Regio di Parma ripiega su titoli di sicuro richiamo per il resto della stagione lirica “ordinaria”, che infatti ripropone un proprio allestimento di un capolavoro arcinoto. Non è un peccato in sé, tuttavia va rilevato che a poca distanza negli stessi giorni andavano in scena altri due Barbieri in contemporanea… e viene quindi un po’ di apprensione per il futuro, con questo visibile restringimento del cosiddetto repertorio. Quello andato in scena al Teatro Regio (gremito anche di domenica sera) è il classico ed elegante allestimento del compianto Beppe De Tomasi, ripreso con qualche opportuna libertà ma amorevole rispetto da Renato Bonajuto. La scena unica di Poppi Ranchetti è una casa su due piani, stilizzata da una onnipresente e caratterizzante filigrana di ferro battuto, di un barocco spagnoleggiante tanto fine da ricordare pizzo nero: un particolare “grafico” (vagamente cupo) efficacemente rimosso da Artemio Cabassi, che rivede i proprio costumi del 2005 per restituirli con maggior colore al pubblico odierno. Le luci di Andrea Borelli sono splendide nel delineare i colori del grande fondale (così come il temporale celeberrimo), forse un po’ più affaticate nell’illuminare adeguatamente i solisti, portati spesso in proscenio dai propri movimenti piuttosto liberi ma almeno sempre complici e divertiti. Il primo cast annovera conferme e scommesse della scena lirica mondiale: il giovanissimo Xabier Anduaga affronta l’impegnativa parte del Conte con pienezza e rotondità di suono invidiabile, dal bel timbro e dall’appoggio sicuro, riuscendo a snocciolare agilità e acuti senza difficoltà nonostante il robusto mezzo a disposizione, tutt’altro che leggero. Il baritono Julian Kim è spavaldo e ammiccante nel ruolo del titolo, non si risparmia un attimo, di voce né di overacting, nonostante qualche evidente sforzo in acuto e la vaga impressione che abbia ascoltato il Figaro di Leo Nucci per filo e per segno tanto da riprodurne emissione e vezzi. La prova di tutti e due è inficiata non poco -ed è un peccato- nel recitativo, per cui sembrano non provare abbastanza interesse e adeguata idiomaticità, col risultato purtroppo di rendere il tutto un po’… noioso (che, come ricordava Verdi, è il peggiore di tutti i generi). Situazione opposta per Chiara Amarù, disinvolta nel registro di petto e nelle agilità anche se suona a tratti un po’ troppo gutturale per Rosina: ma è la più disinvolta in scena e padroneggia i recitativi come nessun altro, vicinissimi alla naturalezza del parlato e, quelli sì, davvero divertenti e coerenti con il suo personaggio tutto-pepe ma sempre saldamente contraltile. Più che degno Bartolo è Simone Del Savio, credibile e gradevole senza troppe caccole e soprattutto eccellente nello scilinguagnolo della sua aria, ma la sorpresa della serata è il Basilio di Roberto Tagliavini, le cui virtù di cavata e proprietà stilistiche non erano in dubbio, ma che qui sono accompagnate ad una sorprendente disinvoltura scenica (ancor più sorprendente se si pensa alla ieratica compostezza dei suoi personaggi usuali): il pubblico del Regio, pur attento e partecipe sempre, ha dovuto attendere la Calunnia di Tagliavini per infuocarsi d’entusiasmo. Note positive per tutti, con calorosi applausi anche per Lorenzo Barbieri (Fiorello) e Giovanni Bellavia (ufficiale, molto divertente) e per Eleonora Bellocci, una Berta ben cantata e ben recitata di cui saltano all’occhio e all’orecchio voce e figura squisitamente fresche e giovanili (non proprio da “vecchietta disperata”). Il comparto maschile del Coro del Teatro Regio, solido, preciso e compatto come da marchio Faggiani, completa una prova vocale di tutto rispetto che non sempre coincide con la visione del maestro concertatore e direttore Alessandro D’Agostini: sotto la sua bacchetta l’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini esegue correttamente la partitura rossiniana (ad eccezione di qualche perdonabile scricchiolio proprio nella sinfonia iniziale) con suono elegante e di spessore, quasi calligrafico… ma la scelta dei tempi, pur sensati, lo annovera tra le interpretazioni più “old-fashioned”, di quelle rispettose delle esigenze del canto ma meno del teatro. Il risultato ha una sua indiscutibile coerenza e proprietà stilistica, ma per maggiore leggerezza e teatralità, pur in uno spettacolo stilisticamente meno rifinito, occorre volgere lo sguardo al Barbiere di Bologna.
Foto Roberto Ricci

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