“Salome” al Teatro Comunale di Bologna

“Salome” al Teatro Comunale di Bologna

Teatro Comunale di Bologna, Stagione d’Opera 2019
SALOME”
Dramma musicale in un atto, Libretto di Hedwig Lachmann dal poema omonimo di Oscar Wilde
Musica di Richard Strauss
Salome AUSRINE STUNDYTE
Jochanaan THOMAS PURSIO
Erode IAN STOREY
Erodiade DORIS SOFFEL
Narraboth ENRICO CASARI
Paggio di Erodiade SILVIA REGAZZO
Cinque Giudei GREGORY BONFATTI, PIETRO PICONE, ANTONIO FELTRACCO, PAOLO ANTOGNETTI, ABRAHAM GARCIA GONZALEZ
Uomo della Cappadocia FRANCESCO LEONE
Due Nazareni RICCARDO FIORATTI, STEFANO CONSOLINI
Due Soldati GABRIELE RIBIS, LUCA GALLO
Uno schiavo FRANCISCO JAVIER ARIZA GARCIA
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Juraj Valčuha
Regia Gabriele Lavia ripresa da Gianni Marras
Scene Alessandro Camera
Costumi Andrea Viotti
Light Designer Daniele Naldi
Movimenti coreografici Daniele Palumbo
Produzione del Teatro Comunale di Bologna con il Teatro Verdi di Trieste
Bologna, 20 febbraio 2018
Mercoledì 20 febbraio è andata in scena al Teatro Comunale di Bologna l’ultima recita di Salome di Richard Strauss in un allestimento già collaudato una prima volta ormai nove anni fa. La produzione è una elegante ed equilibrata via di mezzo tra certa tendenza minimal del teatro contemporaneo (che per la continua e progressiva diminuzione di fondi deve fare di necessità virtù) e una generale grandeur di mezzi e volumi anche scenici tipica del teatro musicale di fine Novecento. La regia riprendeva quella originale di Gabriele Lavia per le cure di Gianni Marras e riproponeva la scena atemporale e imponente di Alessandro Camera e gli eleganti costumi tardo-asburgici e a tratti oriental-decadenti di Andrea Viotti. Lo spazio scenico si mostra al pubblico già all’ingresso in sala: Una grande pedana rossastra, frammentata da crepe e dislivelli, è seminascosta da un imponente sipario rosso illuminato a pioggia per mostrare al contempo il drappeggio e il colore sanguigno che sarà caratteristica saliente del climax finale. Uno spettacolo di grandi gesti visivi, con la luna che cede il passo ad una grande bipenne che pende in scena mentre Jochanaan viene decapitato fuori scena per poi ricomparire in forma di enorme viso bianco da terra, circondato dal rosso del sanguinoso desiderio di Salome, anch’ella uccisa in un ultimo controluce di Daniele Naldi. (Per problemi tecnici è stata eliminata l’enorme lente d’ingrandimento piena d’acqua che avrebbe amplificato e raddoppiato l’immagine della luna proiettata per tutta l’opera). Il velario sale e vediamo la nuda scena per tutto l’atto unico. Variazione in questo spazio è una buca, un piccolo pozzo da cui salirà il Battista mentre dall’alto cala una gabbia che non ne permetterà il movimento. Il profeta godrà di un’effimera libertà concessagli da Salome, per attraversare il proscenio ma sempre limitato da lunghissime catene che scendono dalla graticcia. Il primo appunto andrebbe fatto proprio all’aspetto del Battista: dovrebbe sembrare giovane, dalla pelle bianca e dai capelli corvini, mentre Thomas Pursio appare come un anziano e stremato maratoneta del deserto, insolitamente copertissimo (ma almeno gli è stata risparmiata quella sorta di pannolone che il suo collega dovette indossare al debutto del 2000); l’impressione senile è purtroppo gravata da una vocalità piuttosto affaticata, con stentoree fissità in acuto. Al contrario, vittoriosa di una prova maiuscola musicalmente e teatralmente è la Salome di Ausrine Stundyte, soprano lituano dalla minuta figura ma dalla voce d’acciaio, ottimamente dosata nelle forze dove meno serve per poi regalare al momento opportuno fiati lunghissimi e interpretazione intelligente: difficile immaginare una raffigurazione più completa della protagonista, di cui non teme nemmeno la coreografia impegnativa ma appropriata di Daniele Palumbo per la celebre Tanz dei sette veli. La sua Salome è una bimba demonicamente curiosa, verginale ma vampirica, perturbante quanto basta grazie alla resa scenica e al timbro lievemente metallico (al termine applausi per tutti in un teatro bello pieno, ma l’ovazione è per lei e il suo tour de force). Sempre sul versante coreografico, un plauso va anche ai mimi (le guardie armate di lance, nonché la servitù) che con movimenti lenti ma di rara coordinazione, tra uno spostamento e l’altro (mai invadente), sono stati in scena ininterrottamente e instancabilmente per un’ora e tre quarti. Dall’altro lato i reali, che sembrano usciti dal salotto hollywoodiano ma in fondo ex-mitteleuropeo di Viale del tramonto: Doris Soffel si muove e interagisce beffarda e superba come una ex diva, ricca di bordate di suono ancora magnifiche, un po’ impalata in scena durante la danza della figlia; Ian Storey parte malissimo e si riprende in toto con una prova in crescendo memore del suo Peter Grimes di qualche anno fa bolognese con lo stesso direttore. Al fianco di soldati non irreprensibili (Gabriele Ribis e Luca Gallo), Enrico Casari traccia un Narraboth virile e irruento, nonostante la cautela in acuto, sempre attento alle controscene col paggio di Silvia Regazzo, molto buono finché non deve affrontare la tessitura grave. Tra i vari comprimari, tutti dignitosi come i Nazareni di Riccardo Fioratti e Stefano Consolini o l’uomo della Cappadocia di Leone, spiccano davvero i cinque giudei, ottimamente orchestrati e credibilissimi in scena, quasi da commedia nella tragedia, di Gregory Bonfatti, Pietro Picone, Antonio Feltracco, Paolo Antognetti e Abraham Garcia Gonzalez. Prova micidiale ma meravigliosa dell’Orchestra del Comunale di Bologna, ad organico ridotto ma sempre di pugno straussiano, grazie alla guida di Juraj Valčuha, già reduce di una stupenda e tesissima Sesta mahleriana (coeva del debutto operistico di Strauss). L’esito della collaborazione tra il direttore slovacco e i complessi bolognesi, come già in quel concerto, è altissimo per la densità della scrittura e soprattutto della tensione narrativa, latente ma sempre presente. I tempi sono generalmente comodi e permettono di delibare anche ad un primo ascolto tutte le nuances e i leitmotiv di cui è pregno l’atto unico, dando una miriade di colori e di calore ad uno spettacolo che visivamente vuole essere decisamente più algido e analitico. Un curioso accostamento, per un titolo non facile, giustamente salutato dai prolungati applausi del pubblico per un cast visibilmente provato ma grato. Foto Rocco Casaluci

Share This

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *