Teatro Municipale di Piacenza: “Tosca”

Piacenza, Teatro Municipale, Stagione d’Opera 2018-19
TOSCA
Dramma in tre atti su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, dal dramma omonimo di Victorien Sardou.
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca SUSANNA BRANCHINI
Mario Cavaradossi STEFANO LA COLLA
Il barone Scarpia AMARTUVSHIN ENKHBAT
Cesare Angelotti GIOVANNI BATTISTA PARODI
Il sagrestano VALENTINO SALVINI
Spoletta MANUEL PIERATTELLI
Sciarrone STEFANO MARCHISIO
Un carceriere SIMONE TANSINI
Un pastore MARIA DAL CORSO
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Voci Bianche del Coro Farnesiano di Piacenza
Direttore
Sesto Quatrini
Maestro del Coro Corrado Casati
Maestro del Coro di voci bianche Mario Pigazzini
Regia Joseph Franconi Lee da un’idea di Alberto Fassini
Scene e costumi William Orlandi
Luci Giorgio Valerio
Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Regio di Parma, Fondazione Teatro Comunale di Modena.
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Piacenza, 15 marzo 2019
Si è molto discusso e si discuterà ancora circa l’effettiva capacità di attore che un cantante lirico debba avere. Se sia importante tanto quanto la parte canora, se rimanga un prezioso accessorio, o sia addirittura da considerarsi la base imprescindibile per avviare questa professione. Non si pretende certo in questa sede di trovare una risposta definitiva, ma senz’ombra di dubbio quello che è capitato al sottoscritto con la recita di “Tosca” al Teatro Municipale ha il sapore di una lezione. Benché questa “Tosca”, infatti, la si fosse già vista, recensita e non proprio apprezzata a Parma la stagione passata, nonostante il cast di buon livello, l’esperienza piacentina ha avuto un impatto molto diverso, interamente dovuto al diverso terzetto di protagonisti: Susanna Branchini, Stefano La Colla e Amartuvshin Enkhbat. Il plauso vero va dunque alla direzione artistica del teatro, poiché ha saputo scegliere tre voci simili per volumi, e qualità interpretative, e tre interpreti che non si risparmiano di certo sotto l’aspetto scenico. Lo Scarpia di Amartuvshin Enkhbat è semplicemente come dovrebbero essere tutti gli Scarpia, da un punto di vista vocale: baritono dai gravi sonori, gli acuti ben sicuri  e corposi, “gigiona” quel tanto che basta a colorare di Verismo una voce più collaudata su Verdi (ormai il baritono mongolo è considerato il nuovo Rigoletto di riferimento). Se il fraseggio può apparire poco vario, ci pensa la vocalità “sana” di Enkhbat a conferire naturalezza alla sua interpretazione. Il finale del primo atto (che bisogna ammettere che anche da un punto di vista registico funziona) è un momento di insuperabile pathos: Enkhbat non solo vi partecipa, ma ne è chiaro artefice, con la disinvolta crudeltà del personaggio diabolico e tormentato che interpreta (“Tosca, mi fai dimenticare Dio!”). Stefano La Colla non è da meno, per quanto riguarda l’aderenza al modello interpretativo: bello e nonchalant in scena, la solida vocalità sa trovare anche apprezzabili sfumature patetiche (soprattutto nel secondo e nel terzo atto) e rendono con maestria l’istintivo sentimentalismo che Cavaradossi incarna. Se “Recondita armonia” è al limite dello stentoreo, ma comunuque correttissima, “E lucevan le stelle” è cantata con ponderata disperazione, vibrante malinconia; anche i duetti con Tosca sono interpretati con controllo preciso dei suoni, slanci di virile drammaticità, bella linea di canto. Tuttavia la vera anima della serata è stata Susanna Branchini, soprano che accosta la naturalezza dell’emissione a una tecnica solidissima: pur fornendo una prova perfettibile, non si può che rimanere ammaliati dal colore e il carattere duttile del suo canto, il fraseggio esatto, con grande attenzione alle sfumature liriche: la prova del “Vissi d’arte” è ben superata ed emotivamente toccante. Soprattutto è la personalità scenica della Branchini a conquistare il pubblico: ha grande consapevolezza del suo corpo, della mimica facciale, la sua Tosca si muove elegantissima, altera e dolente, con modi forse lievemente sussiegosi, ma adatti al contesto. Nei passaggi drammatici non cade in  manierismi d’antan, ma si attiene sempre a un’interpretazione calibrata.  Il resto del cast, è complessivamente valido: Valentino Salvini (Il sagrestano),  Manuel Pierattelli (Spoletta), Stefano Marchisio (Sciarrone), Simone Tansini (Un carceriere), Maria Dal Corso (Un pastore). Di paricolare spicco l’Angelotti di Giovanni Battista Parodi,  ben scandito e recitato con coinvolgimento. Il Coro cittadino (sempre ben diretto dal Maestro Corrado Casati) dà un’altra ottima prova di sé, spendendosi in un “Te deum” solenne e “roboante”, vero protagonista di quel finale del primo atto di cui sopra. Grazioso anche l’apporto delle Voci Bianche del Coro Farnesiano. La direzione del giovane maestro Sesto Quatrini parte un po’ in sordina, ma dall’ingresso di Scarpia trova la sua cifra, incentrandosi su un’agogica cauta e una dinamica marcatamente espressiva; non si ravvisano evidenti scollature tra scena e buca, e il corpus orchestrale è ben coeso – con una chiara attenzione agli ottoni. L’atmosfera creata da questa nuova compagine musicale, in un qualche modo ignoto anche a chi scrive, influenza inoltre la fruizione visiva della produzione: se le scene sollevano ancora le medesime perplessità dell’anno scorso, oggi sembrano risaltare meglio i pregevoli costumi di William Orlandi – specie quello di Tosca del secondo atto, con la stola scarlatta; il merito va forse assegnato anche alle luci di Giorgio Valerio, più incisive, calligrafiche e patinate al punto giusto: il sontuoso, evocativo finale sempre del secondo atto, ad esempio, rimane impresso nella mente dello spettatore, grazie all’uso sapiente dei tagli, degli arditi giochi d’ombra. Sulla regia di Joseph Franconi Lee, invece, restano le remore espresse a Parma. Superfluo è specificare come il teatro – praticamente sold out, come mi conferma il gentile personale di biglietteria – tributi ovazioni festose alla fine. La mia vicina di posto – settuagenaria autoctona habitué di bel carattere – si sente in dovere di sottolineare al “giovane” critico che viene da fuori: “Sa, professore, noi piacentini siamo gente generosa, a volte anche troppo… ma non è questo il caso!” Come darle torto?

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