Varese, Teatro Openjobmetis: “Don Giovanni”

Varese, Teatro Openjobmetis: “Don Giovanni”

Teatro Openjobmetis, Varese – Stagione di Prosa e Opera 2018-19
DON GIOVANNI”
Dramma giocoso in due atti di Lorenzo da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Don Giovanni FEDERICO CAVARZAN
Donna Anna MARIACHIARA CAVINATO
Don Ottavio SHINICHIRO KAWASAKI
Il Commendatore JESUS ALBERTO NOGUERA CRESPO
Donna Elvira EVA CORBETTA
Leporello DIEGO SAVINI
Masetto
DANIELE PISCOPO
Zerlina MARGHERITA VACANTE
Orchestra OSM Città di Varese
Coro Liceo Musicale “A. Manzoni” di Varese
Direttore Riccardo Bianchi
Maestro del coro Andrea Motta
Regia Serena Nardi
Scene Maria Paola Di Francesco
Costumi Officine Red Carpet
Luci Manuel Frenda
Nuova produzione Red Carpet Teatro e Giorni Dispari Teatro in collaborazione con Teatro Openjobmetis di Varese
Varese, 10 marzo 2019
Ha un sapore commovente, “vecchi tempi”, la recita di Don Giovanni di Varese: prima di tutto perché il capoluogo insubre non conosce da più di sessant’anni una stagione d’opera, a parte qualche produzione dilettantesca. In secondo luogo, perché l’uso di tanti giovani artisti locali richiama famiglie, scolaresche, un pubblico che sarebbe nuovo anche in città dalla più solida tradizione lirico-sinfonica. Per me, varesotto adottivo da sempre, è un’occasione per rivedere insegnanti di ginnasio, mamme di ex-allievi ed ex-compagni, amici che ritornano qui appositamente per l’evento. Il giudizio su questa produzione, tuttavia, non verrà offuscato da questo innato affetto di campanile, anche perché, dopo due anni di “tentativi” ad atto unico (“La serva padrona” di Pergolesi e la pucciniana “Suor Angelica”), quest’anno il tentativo è di quelli seri: “Don Giovanni” di Mozart è un’opera complessa, lunga, che non può essere “abbozzata”. La sorpresa positiva di questa produzione è l’apparato musicale, diretto dal giovane Maestro Riccardo Bianchi (solitamente di stanza alla Philarmonic Orchestra di Malta): l’Orchestra del Sacro Monte è ben diretta, coesa, dai suoni equilibrati; la scena è tenuta con precisione, creando pochissimi e trascurabili iati con la buca; unica scelta forse opinabile
, che lascia il pubblico – poco – più avvezzo all’opera vagamente deluso, è quella della versione viennese dell’opera, senza il finale “Ah! Dov’è il perfido”, che Mozart aveva approntato per la platea asburgica più reazionaria.  La compagine

canora vede senz’altro spiccare Mariachiara Cavinato nella complessa parte di Donna Anna: la contraddistingue una vocalità giovane ma non acerba, ben proiettata e sostenuta, dagli armonici cristallini; anche Shinichiro Kawasaki (di recente già segnalato al Coccia di Novara) sfodera un Don Ottavio di tutto rispetto, dalla linea di canto pulita e raffinata. Prova superata anche per Daniele Piscopo (Masetto) e Margherita Vacante (Zerlina), due interpreti giovani ma a loro agio nei rispettivi ruoli – lui dal bel timbro rotondo e scandito, lei agile ma dai buoni slanci lirici. Eva Corbetta è una Donna Elvira appassionata e autorevole, anche se accusa qualche incertezza nella vocalizzazione, il Commendatore di Jesus Alberto Noguera Crespo, è parso incerto nell’intonazione e con una linea di canto eccessivamente stentorea; Federico Cavarzan è un buon Don Giovanni, il timbro vocale è caldo, il fraseggio sensibile e la linea di canto  omogenea (spicca il “Deh vieni alla finestra”); sicuro l’apporto di Diego Savini, che avevamo già notato nella produzione del belliniano “I Capuleti e Montecchi” di Bologna: il suo Leporello mostra un fraseggio grintoso, ben sillabato, peccato patisca qualche affanno nella seconda parte del secondo atto. Corretta e gioiosa la prova del coro, formato da allievi del liceo musicale cittadino, bendisposti a fungere anche da figuranti – un plauso al loro direttore, il maestro Andrea Motta. Il team creativo dietro a questa produzione, invece, suscita qualche riserva in più: la regia di Serena Nardi è complessivamente ben congegnata (pensiamo, ad esempio, all’aria “Vedrai carino“, o al terzetto del secondo atto “Ah taci, ingiusto cuore” al balcone di donna Elvira, o ancora al finale “Don Giovanni a cenar teco”), anche se in alcuni punti troppo poco credibile, o cerebrale (la discutibile drammatizzazione della sinfonia; Don Giovanni che uccide il Commendatore con una rosa, ma tutti gli altri usano armi reali; il cambio di scena in mezzo al secondo atto che viene fatto in piena luce, distraendo il pubblico dal rondò di Donna Anna “Non mi dir bell’idol mio”; alcuni personaggi che spesso scendono a cantare tra il pubblico penalizzando così la resa vocale). Tuttavia il lavoro fatto sugli interpreti, dal punto di vista attoriale, è corretto e il cast dimostra grande impegno nel realizzarlo. Disorientano invece, le scene di Maria Paola di Francesco e le luci di Manuel Frenda: le prime sono strutture modulari a specchio, una serie di lampadine pendenti, e dei vasetti contenenti rose, il tutto su un mare di petali rossi – metafora di cosa, resta un mistero per chi non legga le note di sala; le seconde lasciano spesso al buio i cantanti, vengono per la maggior parte dal basso, fino al momento paradossale di accensione delle luci in sala perché Leporello scende a cantare tra il pubblico – perché non usare fari motorizzati, o piazzare occhi di bue? Il disagio tra il pubblico in quel momento è comprensibilmente palpabile. È un peccato, perché così si inficia un risultato che poteva essere molto più riuscito, considerata l’occasione e i validi interventi canori. Il grande pubblico, comunque, non pare notarlo, e ricopre di applausi tutti, con fervore.

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