Verona, Teatro Filarmonico: “Don Pasquale”

Verona, Teatro Filarmonico: “Don Pasquale”

Fondazione Arena di Verona, Stagione Lirica 2018-2019
DON PASQUALE”
Dramma buffo in tre atti. Libretto da Angelo Anelli, Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti
Musica di Gaetano Donizetti
Don Pasquale CARLO LEPORE / SALVATORE SALVAGGIO
Dottor Malatesta FEDERICO LONGHI
Ernesto MARCO CIAPONI  / MATTEO FALCIER
Norina RUTH INIESTA / BLERTA ZHEGU
Un Notaro ALESSANDRO BUSI
Orchestra e Coro  della Fondazione Arena di Verona
Direttore Alvise Casellati
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia Antonio Albanese ripresa da
 Roberto Maria Pizzuto
Scene Leila Fteita
Costumi Elisabetta Gabbioneta
Lighting Design Paolo Mazzon
Allestimento della Fondazione Arena di Verona
Verona, 24 e 26 febbraio 2019
Terzo titolo della stagione lirica invernale veronese è la ripresa di uno spettacolo nato appositamente per il Teatro Filarmonico circa sei anni fa, firmato dall’attore e regista cinematografico e teatrale Antonio Albanese. Il quale, comico con vena malinconica e ponderata, offrì una lettura divertente ma non farsesca del maturo lavoro donizettiano, con qualche pungente riferimento all’attualità veronese. Il vecchio Don del titolo è infatti un possidente veronese, proprietario di vigneti e cantina, che perde la testa per una bella giovinetta spigliata, proveniente (in fondo) dalla sua stessa azienda. Il “color locale” si esaurisce qui e nel necessario cambiamento di Roma in Verona (nella lettura della missiva di Ernesto a Norina) ma funziona a sufficienza per divertire il pubblico, anche grazie a due cast diversi ma funzionanti, nella ripresa accurata di Roberto Maria Pizzuto. Le scene di Leila Fteita sono un po’ asettiche ma funzionali e ci ricordano infatti come la vicenda, mutatis mutandis, potrebbe svolgersi ovunque ed in qualunque tempo. L’infinita parete di bottiglie (che causa anche un effetto “wow” nei presenti) si poteva forse sfruttare un po’ di più e poteva forse essere di una tinta più consona ai vini veronesi (il che però avrebbe forse anche incupito non poco il colore della scena) ma sui vigneti il cielo diurno tenue e un po’ bigio suggerito a Paolo Mazzon rende magari poco attraente il lavoro all’aperto sulle nostre colline. La grande luna e i fiori dell’ultimo atto riportano i colori e gli stilemi della commedia e del lieto fine. I costumi di Elisabetta Gabbioneta sono molto azzeccati, con un punto di domanda per la mise di lusso di Norina nell’ultimo atto: non calza infatti troppo bene a nessuna delle protagoniste ma riesce benissimo nell’intento di ostentare una leggera volgarità da sposina infernale. Il cast della prima, grazie anche ad una recitazione misurata e priva di caccole, è da manuale: la vocalità di Carlo Lepore nel ruolo del titolo è estesa, intatta, omogenea, da basso che sa cantare ottimamente e che non teme gli scilinguagnoli del buffo e interpreta un uomo serio ma non serioso che affronta (e paga) un’inaspettata follia alla soglia della terza età. Federico Longhi è un ottimo Malatesta, di disinvolta verve in scena e di voce schiettamente baritonale: un’altra performance lontana dai vezzi del repertorio buffo che restituisce dignità umana e musicale ad un personaggio che sulla carta rischia di diventare solo un ciarlatano manipolatore. Sarebbe tutto perfetto se non fosse per una certa fretta nel duetto buffo del terzo atto, reiterata nella seconda recita. La vocalità solitamente leggera di Ernesto era affidata al peso più lirico di Marco Ciaponi, voce bella e piena con un velo malinconico che ben si addice al repertorio serio romantico e che strappa applausi ad ogni assolo. Il lato comico dell’opera non è del tutto eluso: infatti le gag silenti, tutte in controscena, spettano ai cinque mimi (dipendenti e governante, con spassoso decano beone da commedia dell’arte) e al ruolo praticamente parlato del notaro di Alessandro Busi, memorabile trafficone maldestro e intento ad aggiustarsi il ciuffo. Mattatrice della serata, in cui tutti sono stati caldamente applauditi, è la Norina di Ruth Iniesta, tutto pepe ma per nulla petulante grazie anche ad un registro centrale ricco e sonoro, compatibile con i potenti sopracuti della tradizione. È un’interpretazione da segnalare anche per la dizione perfetta e per il sapiente uso dei tempi comici, che hanno reso indimenticabile il finale secondo. Dirigeva il maestro Alvise Casellati, al suo debutto operistico in Verona, con una concertazione attenta e misurata, particolarmente adatta a questa regia, cauta nei tempi ma non altrettanto nei volumi, causando infatti qualche squilibro fonico soprattutto con il secondo cast. Martedì 26 infatti, a parte le riconferme di Longhi e Busi, sono andati in scena artisti validi di diversa esperienza e provenienza ma con la caratteristica comune di una proiezione del suono piuttosto limitata e spesso soverchiata da una direzione non troppo clemente nella dinamica, nonostante una gestione dell’agogica lievemente più spigliata e teatrale. Blerta Zhegu, debuttante a Verona con pedigree, ha bella figura e acuti sonori ma voce davvero troppo piccola per Norina, nonché un fraseggio un po’ monocorde, ma è giovane e giustamente avrà il tempo di maturare vocalità e personaggio. Leggero è anche Matteo Falcier, tenore di fresca e giovanile vocalità e puntuale interpretazione, con qualche percettibile stanchezza nel terz’atto. Salvatore Salvaggio invece propone un Don Pasquale classico ed esperto, dalla vocalità non immacolata ma sorprendentemente centrata ovunque serva: le caccole della tradizione in lui riaffiorano, ma la gestione delle gag e in generale l’interpretazione sono irresistibilmente comiche, causando più volte sonore risate nel pubblico, meno folto della prima ma più generoso nei ringraziamenti alla ribalta. Fa piacere ritrovare il Coro areniano diretto da Vito Lombardi nei propri panni – a maggior ragione per la difficoltà tecnica di cantare in platea un numero intero – e un’Orchestra in forma e senza sbavature, con ottimi assoli sin dalla sinfonia iniziale (sugli scudi per suono e cantabilità le prime parti di violoncello, fagotto, oboe e tromba – in un atto secondo che per tinta scenica e musicale ha ricordato un film di Pupi Avati). Per ora la produzione forse più riuscita da alcuni mesi al Teatro Filarmonico, spettacolo gradevole e adatto a tutti, da vedere e ascoltare. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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