Grande “Lobgesang” con l’Orchestra e Coro dell’Arena di Verona

Fondazione Arena di Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Sinfonica 2019
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Alpesh Chauhan
Maestro del Coro Vito Lombardi
Pianoforte Edoardo Maria Strabbioli
Soprani Annapaola Pinna, Marta Mari
Tenore Matteo Falcier
Ludwig van Beethoven: Fantasia Corale in do minore per pianoforte, coro e orchestra op. 80
Felix Mendelssohn-Bartholdy: Sinfonia n. 2 in si bemolle maggiore “Lobgesang” per soli, coro, orchestra e organo op. 52
Verona, 13 aprile 2019
Per la Pasqua 2019 la Fondazione lirico-sinfonica veronese dispiega come da tradizione le proprie masse artistiche al completo per un concerto di rilievo, con un programma originale, interpreti generalmente giovani e freschi ed un’esecuzione più che all’altezza. Coro e Orchestra dell’Arena di Verona sono infatti da subito schierati intorno al gran coda per la rara Fantasia corale in do minore per pianoforte, coro e orchestra op. 80 del sommo Ludovico van. Va detto sin dal principio che, per chi scrive, senza alcuna pretesa di essere autorevole o d’esempio alcuno, il brano non è certo memorabile di per sé: collocato a metà strada tra il Quinto concerto “Imperatore” (udito qui proprio il mese scorso) e l’altrettanto monumentale Nona sinfonia, costituisce un unicum non solo nella produzione dell’autore di Bonn ma anche nei colleghi precedenti e successivi, un esperimento folle e coraggioso intimamente volto a scardinare i confini della forma e dello stile. I mezzi e le ambizioni insiti nella Fantasia corale sembrano oggi superiori all’esito del brano, con versi altisonanti (ma non eccellenti) che lanciano un nobile messaggio di arte, pace e letizia (preludio ideale per l’Ode an die Freude) ed una vena melodica facile ma anche un po’ banale, a fronte di uno sviluppo non paragonabile a quello di qualsiasi altro cimento sinfonico e cameristico dello stesso Beethoven. Tutto questo però dal vivo funziona e fila liscio, dagli accordi iniziali di carattere quasi improvvisatorio al coinvolgimento delle diverse sezioni orchestrali, dei solisti del coro e quindi di tutti, in un graduale crescendo di esecutori, volume ed entusiasmo. La performance è corretta ed equilibrata e, pur in un lavoro che non è certo da portare con sé sulla proverbiale isola deserta, riesce a trovare sfumature di commovente bellezza negli interventi dei legni. Solo nella “stretta” finale il pianismo elegante di Edoardo Maria Strabbioli, attento e sorvegliato, perde un po’ di incisività e nitidezza senza nuocere al risultato complessivo, ottimamente tenuto insieme dal podio. Cambiando totalmente tempo ed atmosfera, ma in fondo non l’intimo messaggio di ottimistica speranza, Strabbioli ringrazia con un bis il pubblico prodigo di calorosi applausi: una trascrizione raffinata e teneramente jazzistica della celebre Over the rainbow, dalla colonna sonora di The wizard of Oz (Harold Arlen l’autore, premio Oscar nel 1940 e ancora oggi, ottant’anni dopo, considerata la miglior canzone del XX secolo dalla critica americana).
Dopo una prima parte relativamente breve, il concerto prepasquale della Fondazione Arena propone la seconda sinfonia di Mendelssohn in si bemolle maggiore, il “Canto di lode” che sta all’eredità dell’estrema sinfonia beethoveniana quanto la fantasia corale sta allo studio preparatorio della stessa: la più imponente pagina sinfonica del tedesco Felix dura infatti più di un’ora, costruita com’è come un’ampia cantata preceduta da tre movimenti puramente orchestrali. L’altezza della felicità melodica, dell’abilità contrappuntistica e della sapienza coloristica è sempre superba e fa veramente capire quanto questo compositore sia troppo ingiustamente snobbato in sede di concerto (eccettuate due sinfonie, un concerto per violino, le musiche di scena del Sogno) almeno in Italia (ma non solo, e non a caso -stante un secolo fa la medesima fortuna di questo autentico genio sottovalutato dell’Ottocento- era uno degli autori preferiti di Gustav Mahler). L’orchestra dell’Arena di Verona sostiene la non facile prova, senza pausa alcuna né cedimenti né sbavature, in forma smagliante, con esito ottimale, quasi galvanizzante per il numeroso (era ora) pubblico. Mostra insomma le medesime virtù già riscontrate nella prima parte della serata, sollecitata com’è da una bacchetta giusta, di cui parleremo. Tra i marosi dell’orchestra e quelli della massa corale emergono nei passi loro riservati le tre voci giovani e luminose dei solisti: il tenore Matteo Falcier, corretto e sonoro ma forse ancora un po’ troppo preoccupato della parte (che per tessitura non è proprio una passeggiata) per padroneggiare con maggiore disinvoltura i colori necessari, e gli ottimi soprani Annapaola Pinna e Marta Mari, complementari per colore e distribuzione delle parti, l’una più scura e l’altra più chiara, cui sono destinate battute dal suono memorabilmente angelico. Il Coro preparato dal Maestro Vito Lombardi, che pur gioverebbe di qualche voce in più, specie nelle sezioni femminili, se la cava egregiamente, trovando sfumature davvero belle più nei pochi passi veramente intimi della partitura, con un magico momento a cappella all’inizio del Corale (n. 8, Nun danke alle Gott), che in quelli generalmente trionfali e un po’ retorici. Tuttavia, anche a rischio di fraintendere la partitura (cosa non accaduta), il merito del direttore Alpesh Chauhan è proprio quello di schivare ogni retorica effettistica per andare al cuore (scabro e protestante) della polifonia mendelssohniana. Con un gesto magari non bellissimo ma a vedersi ma chiaro, netto, asciutto, il giovane maestro inglese tiene perfettamente insieme le compagini areniane senza cedimenti nemmeno nei tempi più rapidi (vorticosi mai, ma generalmente stretti) e con buona, ma non estenuata, gamma dinamica. Un esempio è proprio l’attacco della sinfonia: il tema principale (che poi sarà cantato ciclicamente fino alla fine, Alles was Odem hat lobe den Herrn) è staccato subito dagli ottoni con tempo così rapido da sembrare sbrigativo. Non lo è, ma lo si capirà meglio in seguito, nella perfetta quadratura delle scelte agogiche della sinfonia: in questo primo tempo, Maestoso con moto, Chauhan sceglie di lasciare la maestosità al tema marziale e legato, occupandosi del moto, che in effetti non manca mai e non fa annoiare nemmeno un secondo. Il carattere asciutto, un po’ sbrigativo di questo direttore anti-divo lo si è visto già al suo ingresso dopo l’intervallo, quando da solo ha avvicinato podio e leggio dal proscenio al centro del palcoscenico, tra i sorrisi dei colleghi esecutori, e lo si è ritrovato alla fine: un professionista solido che padroneggia un repertorio sterminato e che, pure in un teatro che gli tributa chiare ovazioni, stenta a sorridere, quasi imbarazzato dall’accoglienza del suo fare musica. Come lo si è visto volentieri affrontare l’Inestingubile di Nielsen l’anno scorso, lo si aspetta con piacere per riscoprire a Verona altre grandi pagine sinfoniche desuete. Nel frattempo, lo si può sentire a Parma, dove è plenipotenziario dal 2017 della Filarmonica Arturo Toscanini.

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