Milano, Teatro alla Scala: “Ariadne auf Naxos”

Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’opera e balletto 2018/2019
“ARIADNE AUF NAXOS”
Opera in un prologo e un atto su libretto di Hugo von Hofmannsthal
Musica di Richard Strauss
Der Haushofmeister ALEXANDER PEREIRA
Ein Musiklehrer MARKUS WERBA
Der Komponist DANIELA SINDRAM
Der Tenor/Bacchus MICHAEL KOENIG
Ein Offizier RICCARDO DELLA SCIUCCA
Ein Tarzmeister JOSHUA WHITENER
Ein Perückenmacher RAMIRO MATURANA
Ein Lakai HWAN AN
Zerbinetta SABINE DEVIEILHE
Primadonna/Ariadne KRASSIMIRA STOYANOVA
Harlekin THOMAS TATZL
Scaramuccio KREŠIMIR SPICER
Truffaldin TOBIAS KEHRER
Brighella PAVEL KOLGATIN
Najade CHRISTINA GANSCH
Dryade ANNA-DORIS CAPITELLI
Echo REGULA MUEHLEMANN
Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Franz Welser-Möst
Regia Frederic Wake-Walker
Scene e costumi Jamie Vartan
Luci Marco Filibeck
Video Sylwestwer Luczak e Ula Milanowska
Nuova produzione
Milano, Teatro alla Scala, 28 aprile 2019
Torna alla Scala – dopo più di dieci anni di assenza – Ariadne auf Naxos, il più raffinato dei capolavori straussiani, ulteriore tassello della rinnovata attenzione del teatro milanese per il maggior operista del XX secolo, già testimoniata dagli scorsi allestimenti di “Der Rosenkavalier” ed “Elektra” e dalle venture messe in scena di “Die ägyptische Helena” e “Salome”. Per l’occasione è stata realizzata una nuova produzione che nella sua astratta semplicità non potrebbe essere più lontana dalla grandiosità scultorea del precedente, indimenticabile, allestimento firmato nel 2000 da Luca Ronconi e Margherita Palli.
La regia è stata affidata al giovane inglese Frederic Wake-Walker al ritorno alla Scala dopo la splendida “La finta giardiniera” vista nella scorsa stagione. Il risultato non è stato all’altezza del precedente spettacolo, pur non mancando di spunti interessanti. Funziona perfettamente il prologo, pieno di brio e naturalezza. Il cortile di un sontuoso palazzo barocco è occupato dagli apprestamenti di fortuna delle compagnie chiamate ad allestire il duplice spettacolo: da un lato, il camper un po’ malconcio di Zerbinetta e compagni, una sorta di contemporaneo carro di Tespi, dall’altro altre roulotte più spaziose e moderne, verosimilmente messe a disposizione del padrone di casa per servire da camerini di fortuna ai musicisti. La recitazione è brillante, spigliata, c’è tutto lo spirito del momento. Nell’atto le cose funzionano meno bene. La scena dell’opera è molto stilizzata, dal momento che rappresenta un’isola conchiglia collocata al centro di un azzurro mare geometrico con un gusto vicino a certa pop art. È forse possibile cogliervi una certa ironia, una vena satirica verso i gusti del ricco committente, ovviamente perfettamente allineato ai dogmi consacrati dell’avanguardia imprescindibili per ogni estimatore engagé ma che non riesce a nascondere un sostanziale cattivo gusto evidente con suddiciente chiarezza già nella scelta di fondere insieme due lavori incompatibili. Ed ecco quindi un ambiente abbastanza kitsch nei colori forzati, nella recitazione caricata, nelle proiezioni fine a se stesse. I costumi sono colorati, sgargianti, sempre un po’ pacchiani. Le buone idee ci sono – Arianna che sprofonda nella grotta conchiglia lasciando sola Zerbinetta durante la sua aria così che “Großmächtige Prinzessin” diventa una sorta di soliloquio autoassolutorio a marcare l’abissale distanza fra la sfera eroico-divina e quella umana. Nel finale il gioco della finzione cade, lo spazio diventa totalmente vuoto mentre sul fondale nero si proiettano costellazioni in movimento, una sorta di iperuranio platonico, il mondo degli Dei dove la musica e il teatro – nonostante tutte le piccinerie che accompagnano il suo farsi quotidiano – hanno il dono di innalzarci; da questo “empireo” resta però esclusa Zerbinetta che con il suo greve materialismo commenta da fuori ma senza poter partecipare all’epifania in corso. La realizzazione non è purtroppo sempre all’altezza dell’idea e le proiezioni – pur di forte impatto visivo – risultano un po’ statiche e ripetitive.
Grande conoscitore del repertorio straussiano Franz Welser-Möst guida con mano sicura e gusto impeccabile gli esecutori scelti dell’orchestra scaligera. Il maestro austriaco non è un direttore cui chiedere visioni alternative, scavi profondi e improvvise illuminazioni divine quale poteva essere Sinopoli in occasione dell’edizione del 2000. In lui troviamo invece un erede di tutta una grande tradizione interpretativa fatta di profonda sapienza musicale, assoluto senso stilistico e alto magistero tecnico, una riproposizione contemporanea della figura tradizionale del Kapelmeister austro-tedesco. La sua è una direzione raffinata, nitida, tersa, attentissima all’articolazione della frase musicale, ai dettagli timbrici e ritmici – con quale chiarezza si evidenziano le linee arcaicizzati che attraversano la partitura o l’uso particolarismo di quello strano valzer in 6/8 così autenticamente straussiano – al dosaggio degli equilibri fra le diverse componenti espressive. Forse può mancare un brivido di autentica emozione ma restano l’ammirazione per un altissimo mestiere e il senso di classica bellezza che riesce a trasmettere.
Nella compagnia di canto splende su tutti la protagonista. Krassimira Stoyanova si conferma una delle più grandi cantanti straussiane dei nostri tempi. Voce splendida e tecnica esemplare, sicurissima su tutta la gamma, domina la parte con un’impressionante sicurezza. La voce manca forse di quella luminosità che ci si aspetterebbe dalla fanciulla divina sostituita da una morbidezza più materna che figliale ma il ruolo nell’ambiguità dell’identificazione fra la cantante del prologo e il personaggio dell’opera permette di giocare al riguardo specie quando si può disporre di un materiale di così alta qualità vocale. L’interprete mostra poi particolare sensibilità nel rendere ogni stato d’animo del personaggio dagli atteggiamenti un po’ sopra le righe della Primadonna al prologo al commosso lirismo di “Es gibt en Reich” fino alla stupita dolcezza che infonde nel duetto finale di fronte all’inesprimibile mistero della rivelazione divina. Sabine Devieilhe è sicuramente una cantante delle grandi qualità e un’interprete misurata e sensibile. Tecnicamente ineccepibile, sicurissima nel canto di coloratura, facilissima negli acuti affrontati con una spettacolare naturalezza, l’artista soffre, però, per un’innegabile mancanza di peso specifico. La voce è infatti molto piccola, seppur educatissima, e in una grande sala come quella scaligera inevitabilmente la mancanza di un maggior volume risulta in parte penalizzante. Sul piano espressivo risulta un po’ fredda nel Prologo mentre durante l’opera si fa apprezzare per un taglio sobrio e moderno del personaggio, scevro da ogni bamboleggiamento, che sotto una maschera di sorridente cinismo non riesce a nascondere un senso di malinconica solitudine. Daniela Sindram è un Compositore molto efficace sul piano scenico, in qeusto aiutato anche dalla bella l’idea registica di marcarne l’estraneità rispetto al mondo circostante fin dall’abbigliamento di taglio settecentesco, e interpretativo con un fraseggio vario e curato. La voce non classicamente bella è però personale ed efficace, purtroppo la prestazione complessiva è pregiudicata da un’emissione non sempre corretta. Michael Koenig parte malissimo nel Prologo ma poi si riprende. La voce è da tenore wagneriano corposa e robusta e si apprezza anche la buona volontà di cercare qualche sfumatura ma è innegabile che l’improba tessitura – uno degli esempi più chiari del sadismo straussiano verso i tenori – gli crei non poche difficoltà. Markus Werba è una Maestro di musica splendidamente cantato e interpretato con grande finezza, Joshua Whitener è un delizioso Maestro di ballo tutto in punta di forchetta. Nel quartetto delle maschere appare sotto tono solo l’Arlecchino un po’ grezzo di Thomas Tatzl; sul versante opposto si segnala l’incisivo Scaramuccio di Krešimir Spicer a cui si aggiungevano il Truffaldino di Tobias Kehrer e il Brighella di Pavel Kolgatin. Ottimo il trio delle ninfe con una ragazza dell’Accademia Scaligera come Anna-Doris Capitelli (Dryade) affiancata da due giovani emergenti sulla scena internazionale come Christina Gansch (Najade) e Regula Muehlemann (Echo). Una considerazione a parte per Alexander Pereira che si concede un’occasione scenica interpretando con bella voce e deliziosa ironia un Maggiordomo insolitamente bonario e accattivante, dalle spiccate inflessioni bavaresi in omaggio a Strauss.