Torino, Teatro Regio: “La giara” e “Cavalleria rusticana”

Torino, Teatro Regio, stagione d’opera e di balletto 2018-19
“LA GIARA”
Creazione in un atto liberamente ispirata alla novella di Luigi Pirandello
Musica di Alfredo Casella
Compagnia Zappalà Danza

Danzatori ADRIANO COLETTA, FILIPPO DOMINI, RUBÉN GARCÍA ARABIT, MARCO MANTOVANI, GAETANO MONTECASIO, DAVID PALLANT, JUNGHWI PARK, ADRIANO POPULO RUBBIO, DARIO RIGAGLIA, ERIK ZARCONE
Tenore MARCO BERTI
Regia, coreografia, scene e luci Roberto Zappalà
Costumi Veronica Cornacchini e Roberto Zappalà
Drammaturgia Nello Calabrò
“CAVALLERIA RUSTICANA”
Melodramma in un atto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci dall’omonima novella di Giovanni Verga

Musica di Pietro Mascagni
Santuzza SONIA GANASSI

Turiddu MARCO BERTI
Alfio GËZIM MYSHKETA
Lucia MICHELA BREGANTIN
Lola CLARISSA LEONARDI
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Andrea Secchi
Regia Gabriele Lavia
Scene e costumi Paolo Ventura
Luci Andrea Anfossi
Torino,  15 giugno 2019
Duplice omaggio alla Sicilia nell’ultimo spettacolo della stagione regolare del Teatro Regio – seguirà solo “Porgy and Bess” presentato dal New York Harlem Theatre – con l’insolita associazione fra La giara”, il balletto pirandelliano di Alfredo Casella, e Cavalleria rusticana che per l’occasione tornava sul palcoscenico del Regio dopo oltre dieci anni di assenza. Il balletto di Casella colpisce particolarmente per la qualità musicale che conferma le qualità di compositore e orchestratore del musicista torinese. Raffinatissimo e cosmopolita, Casella compose il balletto per Parigi su commissione di Rof de Maré direttore del Ballet Suédois e la sua evocazione della realtà siciliana risente di questa dimensione di colto cosmopolitismo; la sua è una musica ricchissima di colori orchestrali, di una preziosità compositiva che l’avvicina alle coeve esperienze del neoclassicismo europeo – e soprattutto est-europeo da Stravinskij a Bartok – nel ricreare e reinventare sonorità e atmosfere musicali. La Sicilia di Casella è un luogo magico e sognato in cui anche i temi apparentemente popolari sono più frutto di ricreazione ideale che di effettivo recupero di melodie esistenti. Pienamente convince al riguardo la direzione di Andrea Battistoni che, sfruttando anche la familiarità dell’orchestra del Regio con la musica di Casella, propone una direzione vivacissima, rutilante di colori e di timbri facendo emergere tutta la seducente ricchezza orchestrale. La coreografia di Zappalà funziona nel suo recuperare una certa componente orgiastica, dionisiaca della danza – con i balzi ripetuti a piedi nudi che ricordano lo scandalo del “Sacre du printemps” – ma a lungo andare finisce per ritrovarsi prigioniera di se stessa. La rinuncia a ogni componente narrativa rendeva il vorticoso movimento dei danzatori all’interno della giara con i loro coloratissimi e spettacolari costumi – capaci di rievocare con straordinaria efficacia gli elementi cromatici e compositivi di tanta arte popolare siciliana – troppo autoreferenziale, alla fine troppo ripetitivo specie per quella massa del pubblico più lontana dagli sperimentalismi della danza contemporanea. Molto bravi i danzatori a reggere le impegnative richieste tecniche e fisiche del coreografo-regista. Con l’opera di Mascagni si tornava in un terreno decisamente più familiare tanto per il pubblico che per lo scrivente. Non delude le attese lo spettacolo di Gabriele Lavia d’impianto sostanzialmente tradizionale e con qualche elemento forse fin troppo bozzettistico ma non improprio per un’opera come questa; trasposta solamente la vicenda dalla pianura catanese alle falde dell’Etna in un paesaggio dominato dalle nere sedimentazioni della roccia lavica in cui sono scavate le poche strutture presenti come i gradini della chiesa – quest’ultima assente ed evocata dalle stesse strutture del palcoscenico del Regio – mentre rosse colate laviche si vedono all’orizzonte. L’ottimo gioco di luci contribuisce e creare un ambiente poetico e suggestivo. La recitazione è curata, la regia logica e consequenziale, tradizionali i costumi.

Sul piano musicale si distingue la direzione di direzione di Andrea Battistoni. Il giovane direttore ha mostrato una costante crescita nel corso degli anni che lo sta portando verso una compiuta maturità artistica. Fin dal preludio si apprezzano tempi ampi, di bella cantabilità orchestrale e una giusta cura per il dettaglio della scrittura sinfonica mascagnana la cui qualità viene troppo spesso dimenticata. Nel corso dell’opera la lettura si fa più accesa, più incandescente ma sempre attenta alla giusta tinta richiesta da ciascun momento e soprattutto mai plateale, mai inutilmente enfatica – anche dove la tentazione al riguardo è sicuramente forte – ma sempre attenta alle specificità espressive di personaggi e situazioni. Una bella prova di maturità artistica per un direttore anagraficamente ancora decisamente giovane. Alla riuscita della parte musicale vanno segnalate l’ottima prova dell’orchestra del Regio e quella ancor superiore del coro che conferma in pieno le proprie qualità.Buona pur senza suscitare autentici entusiasmi la compagnia di canto. Molto interessante la Santuzza di Sonia Ganassi che del ruolo offre un ritratto moderno capace di fondere l’intensità espressiva – e la Ganassi non difetta di certo sul versante del temperamento – con un’attenzione per le ragioni prettamente musicali non così scontata in questo repertorio. Una Santuzza sempre cantata e mai urlata, sempre nella musica e in essa capace di trovare la sua forza espressiva. Qualche imprecisione di intonazione e qualche estemporanea forzatura non giungono a compromettere la riuscita complessiva della prestazione.
Marco Berti (Turiddu) disporrebbe di una materiale straordinario come qualità della voce, naturalezza dello squillo, imponenza della cavata. Peccato che a compromettere il tutto vi sia una quadratura musicale spesso lasciata allo stato brado che unita a una tecnica trascurata impedisce al cantante di sfruttare in modo compiuto le proprie qualità di base. Certo in un ruolo come questo una certa baldanza vocale permettere di nascondere meglio le pecche rispetto ad esempio al repertorio verdiano e pucciniano e alla fine la prestazione è portata a casa. Restano però i rimpianti per quello che avrebbe potuto dare una voce di questa qualità. Impegnato per la quinta recita consecutiva in sostituzione dell’indisposto Marco Vratogna Gëzim Myshketa è un Alfio dalla bella voce e dall’accento misurato. Voce chiara ma ricca di armonici, ottima linea vocale, nessun eccesso plateale ma anzi una certa rustica nobiltà che traspare anche nei momenti più drammatici. Buona la linea di canto nonostante il timbro fin troppo chiaro per la Mamma Lucia di Michela Bregatin e buona la prova per Clarissa Leonardi come Lola che può far valere anche una radiosa bellezza mediterranea che di certo non guasta per il ruolo. Si chiude con questa apprezzata produzione una stagione difficile per il Teatro Regio mentre cupe nubi ancora si allungano all’orizzonte sull’avvenire della fondazione. L’augurio sincero è che, insieme alla nuova e promettente stagione appena presentata, anche un maggior sereno generale possa tornare a splendere sull’avvenire del teatro torinese.

 

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