97° Arena di Verona Opera Festival 2019: “Il Trovatore”

97°Arena di Verona, Opera Festival 2019
“IL TROVATORE”
Dramma in quattro atti su libretto di Salvatore Cammarano e Leone Emanuele Bardare
Musica di Giuseppe Verdi
Il conte di Luna LUCA SALSI
Leonora ANNA NETREBKO
Azucena DOLORA ZAJICK
Manrico YUSIF EYVAZOV
Ferrando RICCARDO FASSI
Ines ELISABETTA ZIZZO
Ruiz CARLO BOSI
Un vecchio zingaro DARIO GIORGELE’
Un messo ANTONELLO CERON
Orchestra, coro, ballo dell’Arena di Verona
Direttore Pier Giorgio Morandi
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Raimonda Gaetani
Coreografia El Camborio ripresa da Lucia Real
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
Verona, 29 giugno 2019
Scene da fiaba, firmate ovviamente dal compianto Zeffirelli, e atmosfere gotiche caratterizzano questo attesissimo spettacolo, il primo a vedere la diva internazionale Anna Netrebko, assieme al marito Yusif Eyvazov, calcare il palco dell’Arena. Tre grandi torri rivestite di insegne ed armi, che paiono da lontano dei giganteschi elmi, più alcuni panelli scorrevoli, sempre ricoperti di elementi guerreschi, imperano sulla scena. La torre centrale alla bisogna si schiude come un forziere, svelando l’abside dorata di una cattedrale. Guerra e misticismo sembrano la cifra di quest’allestimento, le cui uniche note di colore sono nelle bandiere e nei bellissimi costumi, curati da Raimonda Gaetani, delle dame. La tonalità vagamente tetra di questo Trovatore ne fa presagire le terrifiche sorti del libretto, degne delle più cruente tragedie shakespeariane. Il cast di questa prima, dalla Netrebko in giù, è di prima scelta. Qualche perplessità desta invece la direzione. Pier Giorgio Morandi è sembrato uno di quei direttori che vorrebbero un ritorno al passato, ripristinando metronomi originali e omettendo i tagli, ma l’ambizione risulta imprudente, soprattutto nel terzetto “Qual voce! Ah! dalle tenebre”, dove le voci sono già messe a dura prova dall’Allegro agitato della partitura. Orchestra numerosissima, accordatura moderna, voci importanti come quelle di Netrebko e Luca Salsi in uno spazio come l’Arena non sono le circostanze adatte ad un’operazione filologica. Luca Salsi dal canto suo mette in scena un bel Conte di Luna, confermandosi uno dei migliori baritoni verdiani in circolazione. La sua voce risulta un po’ stanca, (forse perché impegnata su diversi fronti e in ruoli ugualmente impegnativi) ma dà bella prova di tecnica e di legato, oltre che di ricche dinamiche. Nell’aria del secondo atto affronta brillantemente una scrittura per niente facile per il baritono, quasi tutta sul passaggio di registro. La voce di Yusif Evazov, consorte di Anna Netrebko e suo sidecar artistico, non è particolarmente attraente, ma nel corso degli anni si è rivelata quella di un artista umile, impegnato in una costante crescita. La sua tecnica non è impeccabile e tuttavia possiede un’ottima intonazione. Nell’aria del terzo atto “Ah sì, ben mio; coll’essere” viene applaudito da un pubblico empatico, che aspettando la cabaletta “Di quella pira” (banco di prova per molti tenori) vuole incoraggiarlo. Evazov li ricambia con una bella intonazione e con un do più di testa che di petto, ma ben tenuto. Tutto sommato il Manrico di Yusif può essere plausibile vocalmente, ma dal punto di vista della recitazione è alquanto limitato: sempre fermo e un po’ inclinato in avanti, concentrato solo sul canto e con gli occhi fissi sul direttore, cosa accettabile per un cantante alle prime armi, non certo per uno in carriera. Di una diva come Anna Netrebko c’è poco da dire: già dalla presentazione del cast, prima dell’inizio dello spettacolo, il pubblico le ha tributato un applauso caloroso, prova che l’Arena l’attendeva da tempo fra i suoi sassi. L’esordio con l’aria “Tacea la notte placida”, non facile per il suo tipo di voce, dotata com’è d’un registro medio-grave piuttosto grosso, dà prova di un volume all’altezza dell’anfiteatro. Il cantabile è da pelle d’oca, studiato in ogni dettaglio, bellissima e velocissima la cabaletta, con un suono sempre centrato. Messa alla prova nel terzetto del primo atto, dove il direttore Morandi sembra non ricordare che i cantanti ogni tanto devono pur respirare, si è trovata costretta, assieme a Salsi, a rallentare. Nell’aria “D’amor sull’ali rosee” la Netrebko ci ha donato dei bellissimi acuti belcantistici, tra cui un do5 in pianissimo da togliere il respiro; superba prova della sua voce pulita, calda, ricca di armonici e sempre sostenuta sul fiato. Il pubblico è esploso in cinque minuti di applausi e la platea battendo i piedi ha chiesto il bis più volte; il direttore l’avrebbe accordato, ma lei, forse un po’ accaldata e cosciente di quanto sia difficile reggere l’ultimo atto, inginocchiandosi ha ringraziato il pubblico e ha negato il bis. Anna Netrebko emoziona anche quando non canta: il suo incedere sul palco è già teatro, la sua recitazione è sempre ispirata, elegante, squisitamente femminile.  Con Azucena, la sessantasettenne Dolora Zajick ci canta il suo ruolo di debutto e ci dà una lezione di studio dello spartito verdiano. Ogni accento è al suo posto, i portamenti e il legato sono degni di un mezzosoprano dei tempi di gloria dell’opera. I mezzi vocali sono quelli che una carriera di oltre 40 anni permette: un registro medio “usurato”  in confronto ad acuti ben posizionati e al registro di petto molto ampio, sonoro e drammatico. Dal punto di vista interpretativo, Dolora è un’Azucena consumata, quasi allucinata, cui una leggera claudicanza aumenta il tratto di donna maledetta. Riccardo Fassi canta con bel timbro brunito e grande energia la parte di Ferrando, mentre Elisabetta Zizzo impersona un’Ines corretta e partecipe, seppur dalla voce esile. Carlo Bosi (Ruiz), Dario Giorgelè (un vecchio zingaro) e Antonello Ceron (un messo) completano il cast con onore. Degna del contesto la performance del coro preparato dal M° Vito Lombardi. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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