Intervista al soprano Julia Bullock

(Italian & English version)
Secondo The New Yorker, Julia Bullock è “una musicista a cui piace stabilire le proprie regole”, ma è anche più di questo: è anche una voce influente in termini di consapevolezza sociale e attivismo. Abbiamo già parlato di lei ad Aprile, ora è il momento di sentire il suo punto di vista e di conoscerla meglio.
Lei parla di sé come di una cantante classica, che è cresciuta ascoltando tutti i generi di musica: jazz, blues, musica psichedelica e infine la musica classica. Tutti questi generi hanno influenzato il suo essere cantante? E se si, come?
Non mi interessa o preoccupa più pensare alle differenze fra i vari generi musicali, perché ogni genere porta con sé diversi stili, approcci e anche filosofie riguardanti come la musica dovrebbe essere composta, rappresentata e condivisa. E quando considero gli artisti all’interno di un genere, ce ne sono alcuni con cui riesco a relazionarmi e che comprendo, altri con cui semplicemente questo non succede. Perciò, non credo che il punto, nel mio caso, sia l’influenza dei vari generi musicali, quanto l’influenza che ogni singolo artista ha avuto su di me e perché. Un tratto comune che si può identificare tra tutti i vari artisti  che mi hanno maggiormente influenzata è la loro unicità (dal loro modo di scrivere o comporre alla loro vocalità). Sono artisti che non cercano di emulare nessuno. Il loro modo di esprimersi sembra non subire interferenze (o almeno subirle molto limitatamente). Tuttavia sanno da dove vengono e sembrano trarre ispirazione da fonti diverse. Indipendentemente da come questi artisti siano stati catalogati in un genere, la loro individualità, il coraggio e la determinazione con cui si assumono rischi e la dedizione alla loro arte è ciò a cui presto più attenzione e che più mi influenzano.
Il suo repertorio è molto eclettico: da Hernry Purcell a John Adams, ai canti degli schiavi fino a recitals di vario tipo… come sceglie i ruoli da cantare?
Quando visiono le proposte che mi si presentano, faccio molta attenzione sia alla musica che dalle persone con cui lavorerò, perché l’Arte non si fa da soli, è uno sforzo condiviso e voglio trovare artisti dediti al propio lavoro. Ad esempio: quando sono stata contattata per lavorare con John Adams, mi sono preparata ascoltando alcuni dei suoi lavori, lasciandomi ispirare dalla musica, ma fu solo dopo aver chiacchierato a lungo con lui, dei più svariati argomenti, che ho compreso meglio l’importanza della sua musica e di quello  che voleva comunicare. Devo dire che tutti i rapporti che attualmente ho con direttori d’orchestra, compositori e scrittori hanno avuto inizio allo stesso modo. Per quanto concerne il repertorio che affronto, penso sempre sia alla ricerca musicale che voglio portare avanti, ma anche al piacere che mi suscita la musica. Per quanto riguarda, invece, la scelta di un ruolo, sono attratta da (e voglio dar vita a) personaggi vivi,  consapevoli del loro contesto e che non hanno timore di dire la loro sull’ambiente e le circostanze in cui vivono. Voglio imparare dai personaggi che interpreto e da ciò che essi mi inducono a esplorare e rappresentare.

Qual è il ruolo che le è piaciuto cantare di più finora? E c’è un ruolo che non vede l’ora di cantare?
La  Kitty Oppenheimer in Doctor Atomic è stato uno dei personaggi più straordinari a cui ho dato voce – Kitty è una donna complicata, brillante, astuta e impegnativa. John Adams ha infuso quelle caratteristiche nella sua vocalità e il testo di  Muriel Rukeyser è stata altrettanto eccitante da approfondire. Ho dovuto fare emergere i colori i emotivi della rabbia, della tristezza, della gioia e dell’ottimismo;  tutte  emozioni  intrecciate e mescolate tra loro, per cui andavano organizzate in maniera chiara nell’interpretazione. È stato difficile, ma meraviglioso e ha  cambiato  il modo in cui mi approccio a quello che canto. Mi piacerebbe interpretare alcuni ruoli di Richard Strauss, ne ha tratteggiati di stupendi e immensamente complessi (Non so se avrò l’opportunità di essere Salome, ma è un ruolo che riesco a comprendere e al quale reagisco con estreme intensità e immediatezza.)
Lei viene considerata una cantante emergente di primo piano, quasi una” star in ascesa”: è apprezzata da critica e pubblico. Come si vive? Sente della pressione per questo?
Non mi considero una “star in ascesa”, perché, portando avanti la metafora, alla fine una stella è destinata a spegnersi – è il suo ciclo vitale naturale. Cerco di non lasciarmi prendere dalla frenesia che circonda la mia carriera per concentrarmi, invece, sui miei obiettivi e sulle mie aspirazioni, continuando a crescere e a studiare. Cerco di mantenere i piedi per terra concentrandomi sul lavoro – e questo allegerisce le  pressioni esterne.
Lei non sembra la consueta diva della lirica, tutta agghindata ed egocentrica; anzi, il suo impegno politico la fa risaltare e apprezzare dalla gente. Quale pensa sia il ruolo di un artista nella società di oggi?
Il ruolo di un artista oggi è quello di sempre: osservare e ascoltare il mondo circostante molto attentamente, interpretarlo, far proprie tali interpretazioni, per poi trovare un modo per condividerle, sforzandosi di illuminare quegli aspetti che altrimenti sarebbero stati ignorati. Si tratta di ricercare la chiarezza, la trasparenza, prendersi il tempo per coinvolgersi e riconoscersi reciprocamente. Prendo molto sul serio il mio essere una musicista, così come prendo molto seriamente ciò che la musica può darci. Devo anche ammettere che, ogni tanto, amo “agghindarmi”! Non voglio certo cadere in stereotipi che potrebbero mettere in ombra la mia capacità di dar vita a quello che canto e interpreto. Il glamour  non è sempre ciò che serve o ciò che chiede il teatro.
Lei sta per debuttare in una nuova opera jazz di Terence Blanchard,  Fire Shut Up in My Bones: un altro ruolo nuovo e ceare uno standard di riferimento?
Ho avuto il piacere di aver preso parte a diverse prime assolute e ho molto amato  il processo di creazione, soprattutto perché non avevo altro interprete di riferimento aldilà di me stessa. Mi piace davvero avere piena libertà creativa di un ruolo, ma parlando di standard credo che ogni cantante che affronti un qualsiasi ruolo dovrebbe avere libertà di espressione. Non c’è un modo giusto o unico di cantare qualcosa.  Per me ha un’enorme importanza l’unione tra testo e  musica che deve sempre essere  coerente e comprensibile.
Lei non è nuova a cantare in opere di John Adams: dopo Kitty Oppenheimer, ha cantato Dame Shirley in Girls of the Golden West. Sembra sia attratta dai compositori contemporanei: riesce a relazionarsi con i loro lavori più facilmente? Com’è dar vita a questi i ruoli?
Quando si parla di John Adams, non ho il tempo per preoccuparmi di come suono o di come vengo percepita. La vocalità è complicata, quasi estrema al pari del testo. Sembra che ultimamente le composizioni operistiche contemporanee traggano ispirazione direttamente dalla storia recente. L’ispirazione viene tratta da racconti degli eventi narrati in prima persona. Le voci della storia messe in musica vengono sempre più da fonti diversificate e io AMO dare il mio contributo a questo universo spesso e poco conosciuto.
Gli ultimi anni sono stati pieni di soddisfazioni personali per lei, come ad esempio essere un’artista residente al Met e al San Francisco Symphony. Cosa la attende nel prossimo futuro? Cosa possiamo aspettarci da Julia Bullock?
All’inizio, mi bastava essere una cantante che programmava le sue performance con cura e considerazione. Entrare a far parte di queste importanti istituzioni è stata una sorpresa inattesa, ma l’ho accolto favorevolmente perche mi permette di continuare a costruire, espandere e approfondire relazioni con le più diverse personalità artistiche. Cosa mi posso aspettare o dare? …Penso sempre qualcosa di nuovo o stimolante.

Come si vede fra dieci anni, sia sul versante professionale che su quello personale?
Spero che la mia rete di amici, famigliari e relazioni in generale continui a crescere. Spero di raggiungere una sempre maggior sicurezza artitistica, ma anche nella vita. Sicuramente vorrò trasmettere la mia esperienza a giovani artisti emergenti – dar loro un’opportunità di crescita e di espressione come è stato fatto nei miei confronti.
Di quale ruolo o esibizione è maggiormente orgogliosa finora? È felice dei suoi sviluppi professionali e musicali, che sono così diversi da quelli di una normale cantante lirica?
Sono particolarmente orgogliosa di aver recentemente preso parte al  A Dream Deferred: Langston Hughes in Song, che ha avuto luogo al Met Museum (2018/19). Un bellissimo incontro tra la musica e la musica e la poesia di Hughes. Un coro femminile ha reso il tutto ancora più speciale e il pubblico è stato partecipe e ricettivo dall’inizio alla fine. Un autentico scambio di energie, menti e cuori per tutti i presenti. Un’esperienza meravigliosa – dalla genesi creativa fino all’esecuzione. Per me è stata la conferma del mio essere artista. Non perdo di vista i miei interessi, con una certa volontà di  correre rischi. Forse ciò che sto facendo non è molto diverso dai risultati di una cantante lirica “media”, per così dire – ciò che l’arte e la carriera fondamentalmente richiedono credo sia lo stesso; è il repertorio che può avere delle sfumature diverse. In parole povere: sono sempre più soddisfatta e felice del mia crescita come artistista e  musicista.

 

According to The New Yorker, Julia Bullock is “a musician who delights in making her own rules”, but she is more than that: she is also a prominent voice of social consciousness and activism. We already wrote about her in April, now it is time to hear directly from her and get to know her better.
You talk about yourself as a classical singer, who grew up listening to all kinds of music: jazz, blues, psychedelic music and eventually classical music. Did all these musical genres influence your artistry? And if yes, how?
I’m no longer so interested or concerned thinking about the differentiation between genres of music, because within every genre there are several styles, approaches, and even philosophies around how the music should be composed, embodied and shared. And when I consider the performers themselves within a genre, there are those to whom I respond and relate, and others to whom I simply don’t. So the influence of various genres maybe isn’t so much the question that needs to be answered – I think it’s really more about how I’ve been influenced by specific performers and why. One identifiable commonality between the various performers who have most influenced me is that they each have unique voices (from their songwriting or composing to their vocalism). They aren’t trying to emulate anyone else’s approach. Their expression seems to come from a place of no (or at least very limited) interference. They do, however, know their musical lineage, and seem to draw inspiration from a lot of sources. Regardless of how these performers have been categorized or assigned to a particular genre, their individuality, their bold and unrelenting risk-taking, and commitment to their craft is what I pay most attention to, and what has most influenced me.
Your repertoire is very eclectic, going from classics like Mozart’s Le Nozze di Figaro to modern, new compositions like Doctor Atomic by John Adams, to slave songs and recitals of various kinds… how do you choose the roles to sing?
When selecting material, my choices are both about the music itself and the people with whom I will make it because we don’t make art alone, it is a shared endeavor, and I want to be in rooms with people who are conscious and committed to their work. For example: when I was asked to audition for John Adams, I listened to three or four of his major works beforehand, and was inspired by the music, but it was only after I had a long chat with him where we discussed  each other’s work, the music we enjoyed, and issues going on in the world that I felt comfortable and better able to understand the importance of his music, and the messages he was aiming to communicate. And I’d say that all of my ongoing relationships with directors, composers, and writers have begun similarly. In terms of my selections of recital repertoire or new works that I commission, sometimes it is based on research that I want to do, and explorations surrounding my identity, and other times it’s just based on my love for and delight in the material itself. For role selection: I am drawn to characters (and want to create characters) who are independent thinkers,  hyper-aware of their surroundings, and unafraid to comment upon the environment and circumstances in which they live. I want to learn from the characters I play, and what they ask me to explore and expose.
Which is the role you’ve liked singing the most so far? And Is there a role you look forward to singing?
The role of Kitty Oppenheimer in Doctor Atomic has been one of the most extraordinary characters to give my voice to – Kitty is complicated, bright, astute and challenging. John wrote those characteristics into her material, and the poetry by Muriel Rukeyser was equally as exciting to delve into deeply. I had to unleash strong, primary emotional colors of anger, sadness, joy and optimism; yet they are all intertwined, intermingled, so everything had to be clearly organized in the delivery. It was a difficult but awesome task and has since impacted how I approach everything else that I sing. I would like to sing one or more of the characters in Strauss’ operas because he wrote immensely complex women and laid it out explicitly in the music. (I don’t think anyone would hire me to sing Salome at this point, if ever, but I respond and relate to his writing for her in the most intense and immediate way.)

You are considered to be a very interesting emerging singer, almost like a star in the making: you are appreciated by both critics and audiences. How does it feel? Does this put any pressure on you?
I don’t really like being referred to as a rising star, or taking that metaphor on, because a star will eventually burn out – that’s its natural life cycle. I try not to be consumed by the hype around my career and just focus on my goals and aspirations as I continue to grow and learn. I try to ground myself in the work ahead of me – and focusing on the work itself alleviates the external pressure.
You don’t seem to be the ordinary opera diva, all dolled up, glamorous and self-centered; on the other hand, your political engagement and activism make you stand out and gain people’s appreciation. What do you think is the role of an artist in today’s society?
The role of an artist today is the same as it has always been: look and listen to the world around very closely, interpret it, internalize those interpretations, and find a way to then share it, in an effort to illuminate those things that might have otherwise been ignored. It’s all about finding clarity, transparency, taking the time to engage with each other and recognize each other. I take my job as a musician seriously, and what the medium of music can teach us very seriously. And for the record: I do like to get dolled up every once in a while! But I don’t want to play into some projection of a classical singer or any other type of performer that would swamp my ability to embody the material and deliver it. The glamorous persona of an opera diva isn’t always the persona that’s needed, or that the repertoire calls for.
You are about to debut in a new jazz opera by Terence Blanchard entitled Fire Shut Up in My Bones: how does it feel to be the first one to sing a certain role and kind of set the standard for it?
I have originated and premiered several new works and I greatly enjoy the process of doing that, especially since no one’s voice is in my head other than my own. I really enjoy having full liberty to create a role, but in terms of setting a standard, I think any singer who takes on any role should be given the freedom to find their own way of expressing the material that will make it radiate and resound. There is no right way or single way to sing anything. It just depends on the aesthetic. (And of course, you want to do it safely.) But the standard I want to set, if any at all, is one that prioritizes the importance of the words, the music, and the message of what they’re communicating above all else. The material must be coherent and comprehensible.
You’re not new to singing roles composed by John Adams: after Kitty Oppenheimer, you sang Dame Shirley in Girls of the Golden West. It seems you have a certain penchant for contemporary composers: do you relate to their works more easily? What is it like bringing to life the roles John Adams wrote, both vocally and dramatically?
In terms of John Adams, there’s no time to preoccupy myself with how I sound or am being perceived. The vocalism is too complicated, difficult, and extreme, and the lyrics are too important. It seems that more recently the contemporary works being written for opera in particular are coming directly from not-so-distant history. Inspiration is being pulled from firsthand accounts of events. The voices of history being set to music are now coming from more and more diverse source material, and I LOVE contributing my voice to tell those lesser-known stories.  

The last few years have been full of professional satisfactions, for example being a resident artist at the Met  and the San Francisco Symphony. What’s in store for you in the near future? What can we expect from Julia Bullock?
Initially, I was happy just being a vocalist who programmed her own performances with care and consideration. This additional role as a curator has been unexpected, but I welcome it, because it allows me to continue building, expanding and deepening relationships with performers, presenters, and collaborators from various art mediums. What to expect? I think just more of that.

How do you see yourself in 10 years from now, both professionally and personally?
I hope my network of friends, family and relationships in general continues to increase. I want to feel more at ease with things as they are brought to my attention, and not hesitate so much, in general. I also want to be available to up-and-coming artists – give them room to grow and express like I have been given.
Which role or performance are you most proud of so far? Are you happy with your professional and musical development, that is so different from average opera singers?
The performance I am most proud of in this 2018-19 season is A Dream Deferred: Langston Hughes in Song, which took place at the Met Museum. Each solo artist was amazingly generous in their music making, and in their readings of Hughes’ poetry. The chorus of some 60 young women made it all the more special, and the audience was present and receptive from beginning to end. It felt like an exchange of energy and minds and hearts for all who were present. It was just a really wonderful experience – from the process of preparation through the performance itself. My work thus far has been determined by what has been offered, and by my interests and my willingness to take risks. When I view my work through that lens, what I am doing is not so different from the “average” pursuits of other classical singers – the core fundamental demands of the craft and career are the same; the repertoire might just be a bit different. So, simply put: yes, I am becoming increasingly more satisfied and happy with my development as a musician. Photos by Dario Acosta, Christian Steiner, Kevin Yatarola.

 

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