Torre del Lago, 65° Festival Puccini 2019: “Turandot”

Torre del Lago (LU), Gran Teatro “Giacomo Puccini”– 65° Festival Puccini
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni dall’omonima favola teatrale di Carlo Gozzi.
Musica di Giacomo Puccini
Turandot AMARILLI NIZZA
Liù VALERIA SEPE
Calaf AMADI LAGHA
Timur GEORGE ANDGULADZE
Ping LUCA BRUNO
Pong TIZIANO BARONTINI
Pang MARCO VOLERI
Altoum ALBERTO PETRICCA
Mandarino CLAUDIO OTTINO
I ancella MICAELA SARAH D’ALESSANDRO
II ancella ANNA RUSSO
Orchestra della Toscana
Coro del Festival Puccini
Coro delle voci bianche del Festival Puccini
Direttore Marcello Mottadelli
Maestro del coro Roberto Ardigò
Maestro del coro delle voci bianche Viviana Apicella
Regia Giandomenico Vaccari
Scene Ezio Frigerio
Costumi Franca Squarciapino
Luci 
Nino Napoletano
Coreografie Cristina Gaeta
Allestimento Fondazione Festival Pucciniano
Torre del Lago, 13 luglio 2019
Ritorna sulle scene del Festival Puccini l’allestimento storico di “Turandot”, a cura di Ezio Frigerio e Franca Squarciapino: molte lodi e apprezzamenti si sono già spese per questa messa in scena (ad esempio, qui), e non a torto. Il suo merito è quello di non tentare una ricostruzione storicista, ma di ricreare un’idea di Oriente liberty, come probabilmente dovevano averla gli spettatori degli anni Venti, iperdecorata e lussureggiante, che mescola Persia, India, Cina e Giappone in un fantastico pastiche stilistico da applicare a linee e strutture tendenzialmente occidentali. La regia, che anni fa era stata concepita da Maurizio Scaparro, viene invece oggi affidata a Giandomenico Vaccari – che ha legato la sua carriera di direzione artistica a teatri quali il Verdi di Trieste, il San Carlo di Napoli e, più di recente, il Petruzzelli di Bari. La scelta sembra azzeccata, non mancano trovate interessanti: la citazione della favola di Gozzi nel principe di Persia, così come di Salomè, vera icona del liberty, nella piccola scena delle due ancelle. Altre volte gli interventi sono più peregrini (è davvero necessario far cantare “Ho una casa nell’Honan” durante un finto massaggio operato su Ping, Pong e Pang?) o la scena resta più immobile, come nel passaggio degli enigmi. In ogni caso lo spettacolo nella sua totalità è assolutamente rutilante e godibile. L’apparato musicale mostra, invece, qualche pecca in più, sulla quale è difficile sorvolare con altrettanta leggerezza. Prima forte perplessità ha destato la direzione del maestro Marcello Mottadelli, disomogenea, alternativamente troppo vigorosa (con pericolose derive bandistiche, specie nei primi due atti, ove i piani sonori maggiormente valorizzati sono i fiati, soprattutto gli ottoni) o troppo languida, ricca di rubati largheggianti francamente poco coerenti con l’energia della conduzione complessiva. Una simile concertazione pare poco conforme al desiderio pucciniano di una potente organicità della narrazione musicale, quanto crea, invece, una certa frammentazione romantica tra “numero chiuso”, “arioso” e “recitativo”. Va detto, comunque, che il maestro Mottadelli tiene ben coese buca e scena, e da quel punto di vista non si avverte alcuna discrasia. In scena, il cast si è mosso tutto su un livello di sostanziale correttezza, ma nessuno ha saputo riportare una interpretazione davvero convincente, a cominciare da Amarilli Nizza che debutta qui Turandot, e certamente possiamo sentire come il ruolo la emozioni, ma anche quanto si sia preparata per affrontarlo. Infatti, più che altre volte, se ne può riconoscere il controllo vocale, soprattutto nel settore centrale e medio-acuto. Il timbro metallico qui suona adatto al ruolo, il fraseggio è misurato, la linea di canto corretta anche se non particolarmente varia. Non si può però sottacere che le note più estreme della tessitura oscillino con qualche cedimento di intonazione. Infine, la grande predisposizione scenica della Nizza, ampiamente riconosciuta e sfruttata anche in questa produzione, non copre del tutto una certa mancanza coloristica, che appiattisce il personaggio. Il Calaf di Amadi Lagha non manca certo di volumi, né di una corposa dose di autocompiacimento nella tenuta degli acuti (che il direttore d’orchestra peraltro asseconda, concedendo anche un bis di “Nessun dorma” francamente non necessario). Tuttavia non si può negare che il tenore francese abbia un mirabile strumento vocale e una dizione chiarissima, talvolta però penalizzate da una linea di canto frammentata. L’interpretazione del ruolo di Liù da parte di Valeria Sepe è senz’altro apprezzabile: il timbro forse è un po’ asprigno, forse limitante per un personaggio tanto dolce e sofferto, ma la Sepe fa sfoggio di una bella linea di canto – un accurato uso delle mezzevoci, di pianissimi uniti a una buona tenuta dei fiati. Il fraseggio è forse un po’ troppo lirico? …Qui si potrebbe aprire la vexata quaestio sull’effettiva natura vocale di Liù, spesso relegata a soprani “piccoli”, nonostante il temperamento del personaggio. Bravi i tre interpreti del trio Ping, Pong, Pang (Luca Bruno, Tiziano Barontini, Marco Voleri), che si prestano a molti giochi scenici senza perdere mai il focus su una parola e un canto ben intonati e scanditi. Anche l’Altoum di Alberto Petricca è eseguito correttamente e con voce ben emessa e sostenuta, mentre George Andguladze è un Timur un po’ in affanno, con suoni intubati e una tendenza ad espressioni interpretative un po’ sopra le righe. Professionalmente corretti il Mandarino di Claudio Ottino e le ancelle di Micaela Sarah D’Alessandro e Anna Russo. Ottimo l’apporto del Coro, potente, coeso e partecipe delle sfumature drammatiche, anche nei momenti di maggiore evanescenza, oltre che scenicamente pronto. Infine una nota dolceamara sulla scelta del finale, il cosiddetto Alfano II: in una sede tanto pucciniana, la scelta migliore avrebbe potuto essere quella del finire con la morte di Liù, o, al contrario, di tentare coraggiosamente la via drammaturgicamente più riuscita, ma musicalmente più impervia, del finale di Luciano Berio di recente riconoscimento – o al limite il vero finale di Franco Alfano (non quello attuale, modificato in seguito alle critiche di Ricordi e Toscanini). La scelta del  “solito finale” suona una lectio facilior, che strizza un po’ troppo l’occhio al grande pubblico, e lascia lo spettatore più “lucido” un po’ con l’amaro in bocca. Foto Umicini

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