Venezia, Teatro La Fenice: Myung-Whun Chung & Andràs Schiff chiudono la Stagione Sinfonica 2018-19

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2018-2019
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Myung-Whun Chung
Pianoforte András Schiff
Ludwig van Beethoven: Concerto n. 4 in sol maggiore per pianoforte e orchestra op.58
Johannes Brahms:Sinfonia n. 4 in mi minore Op. 98
Venezia, 6 luglio 2019
Alfa ed Omega dell’appena conclusasi Stagione Sinfonica del Teatro La Fenice, Myung-Whun Chung, come trionfalmente l’aveva inaugurata – con un memorabile Requiem verdiano –, in modo altrettanto esaltante ne ha diretto il concerto finale, attesissimo, tra l’altro, perché vedeva partecipazione di un solista di eccezione, quale il pianista Andràs Schiff. In programma due titoli del grande repertorio: il Quarto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven e la Quarta sinfonia di Brahms. Composto tra il 1805 e il 1806 – contemporaneamente alla Quinta sinfonia, alla prima versione del Fidelio e al Concerto per violino – il Concerto beethoveniano segna una svolta nell’ambito di questo genere musicale: l’atmosfera intima, il tono affettuosamente colloquiale nel rapporto – paritario – tra solista e orchestra – in cui gli stessi passaggi “virtuosistici” del pianoforte si trasfigurano in poesia –, la variegata veste armonica, la trasparenza dell’orchestrazione ne fanno un’opera di spiccata originalità, rivolta verso il futuro. La grande modernità di Beethoven sta proprio nell’aver saputo anticipare elementi caratteristici della musica che verrà prodotta nel Novecento.Magistrale è stata l’interpretazione offerta da Schiff, che si è confermato l’erede della più nobile tradizione mitteleuropea, rappresentata da straordinari e ormai mitici pianisti come Backhaus, Kempff, Serkin. Nell’Allegro moderato iniziale – dove gioco e sentimento si combinano magistralmente in nome di una rinnovata tradizione concertistica – la breve entrata del solista, che precede, in modo tutt’altro che canonico, l’esposizione orchestrale, ha introdotto dolcemente l’antecedente del tema principale col suo caratteristico inciso a note ribattute, prima che gli archi, ripetessero e completassero il tema, con un procedimento imitativo, dando vita a un discorso articolato, in cui la figura fondamentale era sempre costituita da quel tema iniziale. Di grande eleganza è risultato il virtuosismo riservato al pianoforte, che ha elaborato con leggerezza di tocco il materiale melodico, in un continuo divenire di scale cromatiche, arpeggi, doppie note, terzine, trilli, creando una dimensione espressiva, dove tutto scorreva veloce, pur conservando una grande nobiltà concettuale. Cosa che si è confermata anche nella stupenda cadenza.
All’affettuoso colloquio fra solista e orchestra, che caratterizzava il primo movimento, è seguito nel successivo Andante con moto un contrasto più violento tra questi due elementi. Così al perentorio tema d’apertura dell’orchestra, il pianoforte ha contrapposto un’idea cantabile di implorante dolcezza, che si è progressivamente trasformata in un canto struggente, seguito da un’ardita cadenza, resa con impareggiabile nitidezza. Nel conclusivo Rondò.Vivace il tema iniziale, brillante e leggero – introdotto, contrariamente all’uso, dall’orchestra – è stato ripreso dal solista con con perentoria, danzante eleganza, per poi sciogliersi nel lirismo del secondo tema, anch’esso ripreso dal pianoforte dopo l’esposizione da parte dell’orchestra. Anche qui Schiff ha offerto, in certi passaggi, un saggio di tecnica pianistica, affrontando con prestante abilità terzine, flussi di quartine, arpeggi, scale cromatiche, melodie dal ritmo sperimentale, senza perdere di vista l’espressività, il contenuto concettuale, sotteso a questo capolavoro beethoveniano. Sempre perfetta la sintonia con l’orchestra, a dir poco superlativa per precisione, sensibilità, alata poesia degli interventi solistici. Complice ovviamente il gesto essenziale ma efficacissimo del sempre vigile Chung. Due incantevoli bis, a placare la ridda di applausi e ovazioni: l’Intermezzo n. 2 in la maggiore op. 118 di Brahms e la Melodia ungherese in si bemolle minore D 817 di Schubert.
Passando al secondo titolo, Brahms iniziò a lavorare alla sua Quarta e ultima sinfonia nell’estate del 1884, mentre si trovava a Mürzzuschlag in Stiria: l’avrebbe completata, sempre nel piccolo comune austriaco, nell’estate successiva. Gli stretti rapporti intrattenuti in quegli anni con la corte e l’eccellente livello dell’orchestra di Meiningen indussero, probabilmente, il compositore a finire il lavoro, nonostante il suo scetticismo sulle sue possibilità di successo, ritenendolo abbastanza difficile per il pubblico. Ma alla prima assoluta, che ebbe luogo appunto a Meiningen il 25 ottobre del 1885 sotto la sua direzione, la Quarta si meritò immediata ammirazione, come si verificò anche in successive esecuzioni, tra cui quella viennese del marzo 1897, alla presenza, in un palco del Musikverein, dell’autore, nella sua ultima apparizione pubblica, pochi giorni prima della morte.
Struggente cantabilità e rigoroso contrappunto, di ascendenza bachiana, sono due aspetti dell’articolato linguaggio della Quarta, cui si aggiunge il carattere zigano-ungherese – ma anche brahmsiano tout-court – di pizzicati e ritmi sincopati, in miracolosa simbiosi con la classica forma sonata, seppur rimaneggiata. Dall’ossequio alle forme classiche deriva quel ruolo di restauratore, che, talora, ancora oggi viene attribuito all’Amburghese: un giudizio superficiale, che la critica più attenta – con il conforto di musicisti come Schönberg – ha da tempo sconfessato.
Tesa a conciliare i moti del cuore e le istanze della ragione, l’interpretazione di Myung-Whun Chung si è segnalata anche per l’estrema cura del suono e l’ampia gamma espressiva, con il sostegno di un’orchestra che, forse anche grazie al proficuo rapporto con il maestro coreano, ormai di casa alla Fenice, è ci è parsa davvero cresciuta sul piano tecnico e interpretativo. Un’atmosfera di dolente nostalgia dominava nel primo movimento, Allegro non troppo, che si apre con un tema cantabile e malinconico, procedente per salti di terza discendente, alternati da seste ascendenti, evocando una specie di inesausto sospiro. Particolarmente suggestiva è risultata la seconda idea tematica – una melodia affidata agli strumenti gravi, contrappuntata da una linea dal ritmo intensamente scandito –, così come gli sporadici interventi delle fanfare dei fiati – di magistrale brillantezza e intonazione –, fino all’ansiosa concitazione del finale.
Un’oasi di serenità si è schiusa con il secondo movimento, Andante moderato, aperto da un cullante tema, presentato stupendamente dai corni e quindi ripreso dai legni e dagli archi, riapparendo successivamente in forma intensamente drammatica.
Un’altra possibilità di evasione è stata offerta dal possente vitalismo del terzo movimento, Allegro giocoso, una pagina vorticosa, in cui risuonavano ancora suggestive fanfare. Straordinario Chung per forza espressiva, nitore formale, senso del colore nel quarto movimento, Allegro energico e passionato: una monumentale Passacaglia, costituita da trentacinque mirabili variazioni, su un tema dall’ultimo movimento della cantata BWV 150 di Bach, nelle quali il ruolo della strumentazione assume una dimensione strutturale, quasi precorrendo il serialismo novecentesco, pur senza perdere di vista le valenze poetiche ed espressive. Per questo movimento finale Schönberg parlerà addirittura di “developing variation” (variazione sviluppante), associandolo a pagine della più ardita modernità; ma in Brahms non c’è l’ombra di certo intellettualismo combinatorio. Trionfo di applausi e acclamazioni a fine serata.

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