Verona, Estate Teatrale Veronese 2019: I Momix ricreano “Alice”

Verona, Teatro Romano, Estate Teatrale Veronese 2019
“ALICE” –
MOMIX
Direttore Artistico Moses Pendleton
Co-direttore Artistico Cynthia Quinn
Danzatori: Heather Conn, Gregory De Armond, Seah Hagan, Hannah Klinkman, Sean Langford, Jade Primicias, Coltron Wall
Verona, 6 agosto 2019
“I’ll show you how deep the rabbit hole goes” (“Ti mostrerò quanto è profonda la tana del coniglio”) è il finale della frase che Morpheus dice a Neo in “Matrix” (film con Keanu Reeves del 1999) se sceglierà di assumere la pillola rossa, quella che lo porterà in wonderland. Il nuovo spettacolodei Momix intende proprio mostrare questo (improbabile) luogo delle meraviglie (Matrix) che in realtà ci è nascosto, per paradosso, da quello illusorio che vediamo ogni giorno, perché l’uomo per arrivare alla verità deve andare fino in fondo alle cose, per scoprire quanto sia illusoria la realtà in cui vive. Matrix però non è che una pioggia di codici di programmazione color verde, scritti da un creatore, il deus ex machina che conduce il gioco della vita. Sembra allora che tutto questo non sia che una ricerca introspettiva, da affrontare in prospettiva filosofica (il mito della caverna di Platone), se non psicoanalitica (il conflitto tra l’Io, l’Es e il Supero Io di Freud), che l’essere umano ha intrapreso da tempo immemore e che è in grado di rappresentare con l’ausilio delle arti (cinema e letteratura su tutte), allo scopo di auto illudersi. Forse è sostanzialmente il gioco delle illusioni la chiave di lettura di “Alice”, l’arte in cui i Momix sono orami maestri, quella che riesce bene quanto il movimento della danza è coniugato con la luce, la musica e, aggiungiamo, i costumi. Stavolta sono messe da parte le acrobazie più virtuose (dei precedenti “Alchemy” e “Forever”) a favore di coreografie di gruppo per meglio rappresentare le più famose situazioni narrate da Lewis Carroll in “Alice nel paese delle meraviglie”. Tuttavia, quella di portare in scena il Bianconiglio, il Cappellaio matto, lo Stregatto e il Bruco non ha davvero grande importanza ai fini dello spettacolo, infatti questi personaggi fantastici appaiono di sfuggita come comparse, non tanto perché non c’è una storia da narrare (anche se le proiezioni sullo sfondo la sottolineerebbero), quanto perché c’è l’intento di voler trovar spazio alle sempre più (forse troppo) studiate e caleidoscopiche scene (creazioni), cioè quelle che consento a Pendleton & Company di suggerire emozioni e sensazioni, in questa occasione diciamo pure allucinazioni. Così, mentre eravamo abituati a un timbro un po’ hippy un po’ new age, in questo ultimo lavoro le sonorità e le atmosfere sono decisamente psichedeliche e techno dance. Non c’è lo stupore contemplativo del cosmo di “Bothanica” ma quello introspettivo di un mondo parallelo frutto dell’immaginazione della piccola Alice che vive in noi. L’effetto è raggiunto sullo stage grazie alla triplicazione della protagonista, come i prismi di un caleidoscopio (quasi sempre di tonalità grigio nere). Ritroviamo gli specchi, le frenetiche corse per il palco dei piedi invisibili sotto alle gonne lunghe, i bouquet floreali composti con la sovrapposizione dei corpi, i giochi prospettici delle sospensioni e il pezzo forte del nouveau cirque, quello della danzatrice che balla sospesa sulle note della canzone della cilena Ana Tijoux, 1977, da leggersi come messaggio contro la guerra, come invito alla pace e alla tolleranza.

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