“Lucia di Lammermoor” al Regio di Parma

marzo 22, 2009
Lukas Franceschini

Il capolavoro di Donizetti al Regio di Parma in una edizione che convince solo in parte a causa di una impostazione registica discontinua firmata da Denis Krief. Anche il cast vocale non sempre è stato all’altezza dei propri ruoli. Concertazione sui generis affidata a Stefano Ranzani.

Teatro Regio di Parma – Stagione Lirica 2009
“LUCIA DI LAMMERMOOR”
Dramma tragico in tre atti su libretto di Salvatore Cammarano dal romanzo “The Bride of Lammermoor” di Walter Scott.
Musica di GAETANO DONIZETTI

Lord Enrico Asthon – Gabriele Viviani
Miss Lucia – Desirée Rancatore
Sir Edgardo di Ravenswood - Stefano Secco
Lord Arturo Bucklaw  – Francesco Marsiglia
Raimondo Bibebent – Carlo Cigni
Alisa -  Grazia Gira
Normanno – Angelo Villari

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma (M.o del coro: Martino Faggiani)
Direttore: Stefano Ranzani
Regia, scene, costumi e luci di Denis Krief
Allestimento del Teatro Lirico di Cagliari

Parma, 24 febbraio 2009

Lucia di Lammermoor è da sempre considerata titolo del cosidetto ” grande repertorio”, ma  per la carenza di protagoniste adeguate sembra quasi destinata a diventare una rarità. Dopo le numerose stagioni nel segno di Mariella Devia, che recentemente ha dato l’addio al ruolo dopo le performances scaligere,  il “testimone” passa alle  nuove generazioni  e tra queste si collaca il soprano siciliano Desirèe Rancatore che ha esordito in questo ruolo a Bergamo qualche anno fa, per poi riprenderlo a Bologna e ora qui a Parma. Ho ascoltato tutte queste esecuzioni e in tutte ne sono uscito poco convinto per non dire perplesso. La Rancatore è una brava cantante e ha dato il meglio di se nel repertorio lirico-leggero come la sua formazione vocale le consente. Nell’affrontare Lucia bisogna riconoscerle sicuramente un grande studio sia musicale sia teatrale, ma si è sempre trovata a mio avviso con direttori che seguivano una prassi esecutiva di tradizione mentre a lei sarebbe stata opportuna una rivisitazione del ruolo. Il suo punto debole è la sezione centrale e grave della voce, talvolta afona o di poco spessore, pertanto una bacchetta esperta avrebbe potuto aiutarla in tal senso ed alleggerire il suono, inoltre avrebbe potuto adoperarsi in variazioni diverse e più consone alle sue peculiarità vocali che hanno nel registro acuto il punto di forza. Per la Rancatore sarebbe stata più adeguata una visione di Lucia, astratta, funambolica, sfuggire da un realismo drammatico, ostico per presenza  scenica e soprattutto vocale.  Credo che, qualora la cantante  intenda allargare ilproprio repertorio, meglio non lasciarsi troppo lusingare da ruoli scopertamente drammatici per puntare invece sul repertorio “leggero” o francese. La Rancatore ha comunque brillato come ammirevole fraseggiatrice sensibile ma incompleta sotto il profilo stilistico.  Non a caso alla “prima” è stata oggetto di accese contestazioni che non si sono ripetute nelle recite successive, anche a questa del 24 febbraio dove le è stato tributato un calorosissimo successo al temine della scena della pazzia. Onore al merito a Stefano Secco giunto all’ultimo per sostituire Roberto Aronica, a cui va sicuramente il plauso di essere cantante dalla vocalità solida  e corretta,  il fraseggio è però poco vario e talvolta noioso. Modesta la resa vocale di Gabriele Viviani, baritono che faceva ben sperare, viste le non comuni  risorse vocali  sperperate invece in un’emissione generica, scarso fraseggio e poca convinzione drammaturgica. Carlo Cigni è un basso troppo chiaro per un ruolo come quello di Raimondo,  gli fa difetto anche  la pastosa morbidezza che il ruolo richiede. Francesco Marsiglia, Arturo, è stato un convincente Arturo, generalmente relegato a prestazioni di scarso livello. Buoni gli altri. Ottimo il coro, non proprio a fuoco invece l’orchestra, la quale sotto la direzione di Stefano Ranzani ha mostrato evidenti sviste nel settore dei fiati. La concertazione ci è parsa poi anonima senza una vera è propria cifra narrativa,  ma  di ruotine,  senza capo ne coda. Lo spettacolo, interamente firmato da Denis Krief è interessante per idee innovative, ma che rimango più o meno sulla carta senza trovare un vero sviluppo narrativo. Tutto è rimane più o meno uguale e alla lunga si fa avanti un senso di noia. Poco importa se la vicenda è stata  “modernizzata” d’epoca,  ma il voler a tutti i costi centrare la drammaturgia sul perbenismo borghese convince poco o niente. Non mancano momenti di bell’effetto come nel celebre  duetto Lucia-Edgardo, che vede sulo sfondo la proiezione  del mare. La regia di Krief comunque non è mai banale, e ha il pregio di mostrare nuove chiavi di lettura anche se il suo  minimalismo spesso è troppo insistito. Teatro gremito, con un pubblico piuttosto avaro di applausi nel corso dell’opera ma complessivamente generoso alla fine dello spettacolo.
( foto di Roberto Ricci, Teatro Regio di Parma )

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