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	<title>GBOPERA &#187; Approfondimenti</title>
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		<title>La maledizione!</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 18:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Viagrande</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Verdi]]></category>
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		<description><![CDATA[Rispetto al modello francese il libretto approntato da Piave, pur nella riduzione dei 5 atti de Le roi ai tre del Rigoletto, non si distacca molto dall’originale, anzi, nella maggior parte dei passi, si presenta quasi come un traduzione fedele. La sostanza del testo di Hugo è, quindi, conservata e con essa la sua efficacia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/2409705-giuseppe-verdi-rigoletto.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26576" title="2409705-giuseppe-verdi-rigoletto" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/2409705-giuseppe-verdi-rigoletto-290x185.jpg" alt="" width="290" height="185" /></a>Rispetto al modello francese il libretto approntato da Piave,</strong> pur nella riduzione dei 5 atti de Le roi ai tre del Rigoletto, non si distacca molto dall’originale, anzi, nella maggior parte dei passi, si presenta quasi come un traduzione fedele. La sostanza del testo di Hugo è, quindi, conservata e con essa la sua efficacia drammatica, come si evince già nelle prime sei scene dell’atto primo, dove Piave tradusse fedelmente l’intero primo atto dell’originale, aggiungendo soltanto Questa o quella, che servì al Nostro per approfondire il carattere libertino del duca, mentre conservò sia il dialogo del re-duca con M. de La Tour-Landry, ribattezzato Borsa, sia il tentato approccio con Madame de Cossé, divenuta, nel libretto, Contessa di Ceprano.<span id="more-26563"></span> Piave, inoltre, seguendo sempre fedelmente l’originale, rappresentò lo stridente contrasto tra il clima leggero e festaiolo dell’inizio e il drammatico momento conclusivo, quando fa la sua apparizione sulla scena M. de Saint-Vallier, il Conte di Monterone dell’opera verdiana, che, venendo a reclamare l’onore della figlia, violato dal duca, in cambio del condono della pena inflitta al padre per aver congiurato contro di lui, maledice il duca-re e il suo buffone che non solo si era permesso di ridere del dolore del padre per quanto era avvenuto alla sua <a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto_800.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26580" title="rigoletto_800" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto_800-217x200.jpg" alt="" width="217" height="200" /></a>Diane de Poitiers, ma, nel modello francese, aveva anche offeso la stirpe del nobiluomo.<br />
Mentre Hugo pose in bocca queste parole a Tribolet:<br />
<em>&#8220;Monseigneur ! vous aviez conspiré contre nous, / Nous vous avons fait grâce, un roi clement et doux. /C&#8217;est au mieux. Quelle rage à present vient vous prendre / D&#8217;avoir despetits-fils monsieur votre gendre? / Votre gendre est affreux, mal bàti, mal tourné / Marqué d&#8217;une verrue au beau milieu du né&#8230;&#8221; </em><br />
Piave si limitò a riportare solo l’insulto nei confronti della figlia:<br />
<em>&#8220;Voi congiuraste, voi congiuraste contro noi, signore; </em><br />
<em> e noi, e noi, clementi in vero, perdonammo&#8230; </em><br />
<em> Qual vi piglia or delirio, a tutte l&#8217;ore </em><br />
<em> di vostra figlia a reclamar l&#8217;onore?&#8221; </em><br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto1.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26577" title="rigoletto1" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto1-152x200.jpg" alt="" width="152" height="200" /></a>Il librettista veneto, concentrando l’attenzione sul dolore del padre</strong> per il disonore occorso alla figlia, ha voluto mettere in parallelo la triste vicenda di Monterone e la situazione che di lì a poco avrebbe vissuto Rigoletto, la cui figlia Gilda, nell’opera verdiana, sarà sedotta dal duca; la maledizione, scagliata da Monterone contro Rigoletto, dunque, ha, in questo modo, maggior valore e finisce per ricadere sul gobbo che inesorabilmente vivrà la stessa situazione del Conte, oggetto del suo scherno. Proprio nel momento in cui Monterone scaglia la maledizione contro il duca e Rigoletto, il libretto di Piave si distacca nettamente dal testo francese, in quanto riduce il lungo monologo del Conte, conservandone solo l’ultima parte, dove traduce le parole di M. de Saint Vallier:<br />
<em>&#8220;Soyez maudits tous deux!  Au roi Sire, ce n&#8217;est pas bien Sur le lion mourant vous lâchez votre chien&#8221; </em><br />
A Triboulet.&#8221; <em>Qui que tu sois, valet à langue de vipère, Qui fais risée ainsi de la douleur d&#8217;un père, Sois maudit !&#8221; </em><br />
con Monterone:<br />
<em>Ah, siate entrambi voi maledetti! Slanciare il cane a leon morente</em><br />
<em>è vile, o Duca&#8230; e tu, serpente, </em> (a Rigoletto) <em>tu che d’un padre ridi al dolore, </em><em>sii maledetto! </em></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto2.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26582" title="rigoletto2" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto2-170x200.jpg" alt="" width="170" height="200" /></a>Da questo momento in poi la maledizione diventa la vera e propria protagonista dell’opera</strong>, in quanto si trasformerà per Rigoletto in una vera e propria ossessione; ecco, infatti, il buffone nella scena successiva dire subito Quel vecchio maledivami che traduce le parole dell’incipit dell’atto secondo del testo di Hugo Ce vieillard m’a maudit! e che ripete dopo il commiato con Sparafucile, il sicario che gli aveva appena offerto la sua opera. La maledizione, del resto, diventa, per Rigoletto, una costante e scandirà i momenti più drammatici della sua vicenda, rappresentati dal rapimento della figlia e dalla morte della stessa, anche se, in quest’ultimo caso, Piave decise di distaccarsi dal modello francese che non lascia traccia di questo riferimento sulla bocca di Tribolet, mentre per il duca la situazione sarà completamente diversa; Piave, infatti, seguendo Hugo, decise di sollevare dalla maledizione il duca quando, alla fine dell’atto secondo, Monterone, condotto al carcere, si ferma di fronte ad un ritratto del duca, esclamando:<br />
<em><br />
&#8220;Poichè fosti invano da me maledetto,</em><br />
<em> nè un fulmine o un ferro colpiva il tuo petto,</em><br />
<em> felice pur anco, o duca, vivrai!&#8230;&#8221;</em></p>
<p><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto_notte.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26601" title="rigoletto_notte" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/rigoletto_notte-250x200.jpg" alt="" width="250" height="200" /></a>Ma questa <em>maledizione di Saint-Vallier</em>, titolo della prima stesura del <em>Rigoletto</em>, poi censurata, è</strong> protagonista solo nel libretto o anche  nella musica? La parte musicale del <em>Rigoletto</em>, infatti, è stata costruita come se il titolo non fosse mai stato cambiato, in quanto Verdi, in barba alla censura e consapevole del fatto che la musica, linguaggio di suoni, è certamente più vago di quello delle parole di un testo letterario, decise di aprire e chiudere l’opera con il tema della “maledizione”.  Questo tema (Es. 1), affidato, nel preludio, agli ottoni e costituito da dei ribattuti di tonica che sfociano su una settima diminuita, non richiama, né melodicamente né armonicamente, quello che accompagna le parole di Monterone (Es. 2) mentre scaglia l’anatema nei confronti del buffone, ma il ricordo, quasi ossessivo, che attanaglia Rigoletto, proprio quando pronuncia le parole <em>Quel vecchio maledivami!</em>  (Es. 3)</p>
<p><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/es.1.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26592" title="es.1" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/es.1-290x104.jpg" alt="" width="290" height="104" /></a></p>
<p>Es.1</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/es.2.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26594" title="es.2" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/es.2-290x121.jpg" alt="" width="290" height="121" /></a>Es.2</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/Es.3.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26597" title="Es.3" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/Es.3-290x157.jpg" alt="" width="290" height="157" /></a><strong>Se guardiamo l’abbozzo dell’opera, a cui Verdi lavorò prima della stesura definitiva</strong><a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, possiamo notare che il Nostro decise di modificare proprio questo punto, riconducendolo al disegno del preludio, in quanto l’ascensione melodica del <em>do</em> al <em>fa</em> (Es. 4), suono su cui cadeva l’accento della parola <em>maledetto</em>, nel momento in cui Monterone scaglia la maledizione contro Rigoletto, è stata ricondotta ad un <em>do</em> ribattuto sulla settima diminuita; di questa maledizione Verdi, quindi, ha scelto di fornirci due versioni musicali diverse, di cui la prima rappresenta le reali parole di Monterone e la seconda, invece, la sua ripercussione nell’animo di Rigoletto.</p>
<p><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/Es.4.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26599" title="Es.4" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/12/Es.4-290x133.jpg" alt="" width="290" height="133" /></a>Es. 4</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Più di Rigoletto, quindi, è la <em>Maledizione di Sain-Vaillier</em>, ad essere la vera protagonista dell’opera per un Verdi, che, alla fine, è riuscito a dare alla sua creatura, un’impronta ben diversa da quella che avrebbe voluto una censura, capace forse di modellare il testo ma non la musica che ha interpretato perfettamente la lettera de <em>Le roi s’amuse<br />
(Fine)<br />
</em></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Cfr. julian Budden, <em>Le opere di Verdi</em>, Vol. I, E.D.T, Torino, 1985, p. 49.</p>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il &#8220;Rigoletto&#8221; e la censura</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 09:07:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Viagrande</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Verdi]]></category>
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		<description><![CDATA[Se Le roi s’amuse, tuttavia, era per Verdi il piú gran sogetto, dello stesso avviso non era la censura che, consapevole di quanto era successo in Francia dopo la prima rappresentazione, nel dicembre dello stesso anno, fece sentire con forza le sue ragioni, accusando l’argomento dell’opera scelto dal maestro di Busseto di ributtante immoralità ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/a-albenga-RigolettoItalian-big.gif" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26009" title="a-albenga-RigolettoItalian-big" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/a-albenga-RigolettoItalian-big-192x200.gif" alt="" width="192" height="200" /></a>Se<em> Le roi s’amuse</em>, tuttavia, era per Verdi il piú gran sogetto, dello stesso avviso non era la censura</strong> che, consapevole di quanto era successo in Francia dopo la prima rappresentazione, nel dicembre dello stesso anno, fece sentire con forza le sue ragioni, accusando l’argomento dell’opera scelto dal maestro di Busseto di ributtante immoralità ed oscena trivialità. <span id="more-26004"></span>A questo punto per Le roi s’amuse, ribattezzato già La maledizione di Saint-Vallier proprio per venire incontro alla censura, sembrava che non ci fosse più niente da fare, a meno che non si ponesse mano al libretto per modificarlo sostanzialmente. Il risultato, un Duc di Vendôme, che Piave aveva approntato, non soddisfece il maestro che reagì con maggiore veemenza di quanto non aveva fatto, quando gli era stato comunicato che la censura non avrebbe permesso l’opera; in una lettera indirizzata al presidente de La Fenice, Marzari, il Nostro scrisse:<br />
..<em>.ho visto però abbastanza per capire che ridotto in questo modo manca di carattere, d’importanza ed infine i punti di scena sono divenuti freddissimi. S’era necessario cambiare i nomi, dovevasi cambiare anche la località, e farne un Duca, un Principe d’altro luogo, per esempio un Pier Luigi Farnese od altro, oppure portare l’azione indietro prima di Luigi XI quando la Francia non era regno unito, e farne o un Duca di Borgogna o di Normandia ecc. ecc., in ogni modo un padrone assoluto. – Nella  scena quinta del 1°Atto tutta l’ira de&#8217; cortigiani contro Triboletto non ha senso. – La maledizione del vecchio, così terribile e sublime nell’originale, qui diventa ridicola perché il motivo che lo spinge a maledire non ha più quell’importanza e perché non è più il suddito che parla così arditamente al suo re. <a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/rigoletto3.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26005" title="rigoletto3" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/rigoletto3-150x200.jpg" alt="" width="150" height="200" /></a>Senza questa maledizione quale scopo, quale significato ha il Dramma? Il Duca è un carattere nullo: il Duca deve essere assolutamente un libertino; senza di ciò non è giustificato il timore di Triboletto che sua figlia sorta dal suo nascondiglio: impossibile il Dramma. Come mai nell&#8217;ultimo Atto il Duca va in una taverna remota solo, senza un invito, senza un appuntamento? – Non  capisco perché siasi tolto il sacco! Cosa importava del sacco alla polizia? Temono dell’effetto? Ma mi si permetta dire: perché ne vogliono sapere in questo più di me? Chi può fare da Maestro? Chi può dire questo farà effetto, e quello no? Una difficoltà di questo genere c’era pel corno d’Ernani: ebbene chi ha riso al suono di quel corno? Tolto quel sacco non è probabile che Triboletto parli una mezza ora a cadavere prima che un lampo venga a scoprirlo per quello di sua figlia. – Osservo  in fine che s’è evitato di fare Triboletto brutto e gobbo!! Un gobbo che canta? Perché no!&#8230; Farà effetto? non lo so; ma se non lo so io non lo sa, ripeto, neppure chi ha proposto questa modificazione. lo trovo appunto bellissimo rappresentare questo personaggio estremamente deforme e ridicolo, ed internamente appassionato e pieno d’amore. Scelsi appunto questo sogetto per tutte queste qualità, e questi tratti originali, se si tolgono, io non posso più farvi musica. Se mi si dirà che le mie note possono stare anche con questo dramma, io rispondo che non comprendo queste ragioni, e dico francamente che le mie note o belle o brutte che siano non le scrivo mai a caso e che procuro sempre di darvi un carattere. Insomma di un dramma originale, potente, se ne è fatto una cosa comunissima e fredda. Sono dolentissimo che la Presidenza non abbia risposto alla ultima mia. Non posso che ripetere e pregare di fare quanto dicevo in quella, perché in coscienza d’artista io non posso mettere in musica questo libretto. </em><br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/rigoletto.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26006" title="rigoletto" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/rigoletto-136x200.jpg" alt="" width="136" height="200" /></a>La risentita reazione di Verdi, che aveva già iniziato a lavorare a<em> La maledizione</em> </strong>e non gradiva che il lavoro fin qui fatto, rappresentato dalla composizione in abbozzo del primo atto, fosse vanificato, se non sortì l’effetto sperato, cioè quello di aver un libretto il più possibile fedele all’originale, portò, tuttavia, ad una soluzione di compromesso che si materializzò il 30 dicembre in un accordo costituito da 6 clausole:<br />
<em><strong>1</strong>.L&#8217;azione si trasporterà dalla Corte di Francia a quella d&#8217;uno dei Duchi indipendenti di Borgogna, di Normandia, o di tal uno dei piccoli Principi assoluti degli Stati Italiani, e probabilmente alla Corte di Pier Luigi Farnese ed all’epoca che converrà meglio di assegnarvi pel decoro e la riuscita della scena.<br />
<strong>2</strong>. Si conserveranno i tipi originali dei caratteri di Victor Hugo del dramma Le Roi s&#8217;amuse, cangiando i nomi dei personaggi a seconda della situazione ed epoca che verrà prescelta.<br />
<strong>3</strong>. Si eviterà affatto la scena in cui Francesco si dichiarava risoluto di profittare della chiave di cui era in possesso per introdursi nella stanza della rapita Bianca. E ciò sostituendovi altra scena, che conservi la necessaria decenza, senza togliere l&#8217;interesse del dramma.<br />
<strong>4</strong>. Al rendez-vous amoroso nella taverna di Magellona, il Re o Duca andrà invitato da un inganno del personaggio che sostituirà Triboletto.<br />
<strong>5.</strong> Alla apparizione del sacco contenente il corpo della figlia di Triboletto, si riserva il Maestro Verdi all’atto pratico quelle modificazioni che saranno reputate necessarie.<br />
<strong>6.</strong> I cangiamenti di cui sopra, esigendo tempo oltre a quello fin ora trascorso, dichiara il Maestro Verdi di non poter andar in scena colla nuova sua opera prima del 28 febbraio o primo marzo. </em><br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/GiuseppeVerdi1.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-26010" title="GiuseppeVerdi" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/GiuseppeVerdi1-150x200.jpg" alt="" width="150" height="200" /></a>Questo compromesso rappresentava, per Verdi, una vittoria su tutti i campi, in quanto il Nostro, in cambio del mutamento dei nomi dell’originale,</strong> un’inezia rispetto a tutte quelle modifiche che la censura aveva chiesto e che erano state realizzate nel libretto del Duc di Vendôme, aveva ottenuto che l’azione si svolgesse in una corte di un principe assoluto, come il Francesco I del modello, ma, soprattutto che venissero conservati i caratteri dei personaggi e l’uso del sacco, dove si rinverrà il corpo della figlia e che, quindi, non fosse intaccata la riuscita drammatica dell’opera. Restava ancora da definire il titolo dell’opera che non poteva essere la traduzione del modello francese e nemmeno La maledizione; questo, tuttavia, non era certo un problema insormontabile ed un mese dopo, il titolo Rigoletto, traduzione italiana del francese Tribolet, fu approvato dalla censura insieme alla definitiva versione del libretto.<br />
<em>(Fine seconda parte)</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>“Ah! La maledizione”. Il &#8220;Rigoletto&#8221; di Verdi e &#8220;Le Roi s’amuse di Hugo&#8221;: due  destini incrociati</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 08:21:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Viagrande</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Verdi]]></category>
		<category><![CDATA[Le roi s'amuse]]></category>
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		<category><![CDATA[Victor Hugo]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima parte. La genesi dell’opera Il miglior soggetto in quanto ad effetto che io m’abbia finora posto in musica […]. Vi sono posizioni potentissime, varietà, brio, patetico: tutte le peripezie nascono dal personaggio leggero, libertino del Duca, da questo i timori di Rigoletto, la passione di Gilda ecc. ecc., che formano molti punti drammatici eccellenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/verdi.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-25496" title="verdi" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/verdi-162x200.jpg" alt="" width="162" height="200" /></a>Prima parte. La genesi dell’opera </strong><br />
<em>Il miglior soggetto in quanto ad effetto che io m’abbia finora posto in musica […]. Vi sono posizioni potentissime, varietà, brio, patetico: tutte le peripezie nascono dal personaggio leggero, libertino del Duca, da questo i timori di Rigoletto, la passione di Gilda ecc. ecc., che formano molti punti drammatici eccellenti, e fra gli altri la scena del quartetto, che in quanto ad effetto sarà sempre una delle migliori che vanti il nostro teatro</em><a href="#_ftn1">[1]</a>.<br />
In questa lettera, indirizzata il 22 marzo 1853 ad Antonio Somma, autore del libretto di Un ballo in maschera, Giuseppe Verdi analizzò retrospettivamente il <em>Rigoletto</em>, la prima opera della cosiddetta trilogia popolare che ebbe, sin dal suo primo apparire, una grande fortuna presso il pubblico.<span id="more-25492"></span><br />
<strong>Il musicista di Busseto, con grande acume autocritico, oltre a rivendicare con un certo orgoglio la paternità di una delle più belle scene del nostro teatro</strong>, quel quartetto dell’atto terzo, dove l’intreccio polifonico fa risaltare non solo le parole, ma anche i sentimenti dei quattro personaggi che si trovano sulla scena, pose l’accento sulla felice scelta del soggetto, tratto da Le Roi s’amuse di Hugo, con la cui produzione teatrale, per altro, Verdi era venuto a contatto in occasione della composizione dell’Ernani.<br />
<strong><em><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/Victor_Hugo.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-25497" title="Victor_Hugo" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/Victor_Hugo-151x200.jpg" alt="" width="151" height="200" /></a>Le roi s’amuse</em> era un soggetto che, se, da un lato, era pieno di potenzialità drammatiche</strong> tali da garantire un sicuro successo dell’opera, dall’altro, per certi aspetti, non era facile da far digerire ad una censura la quale non gradiva che un re come Francesco I, il protagonista del dramma di Hugo, fosse presentato come un libertino senza scrupoli e, quindi, messo alla berlina. La censura era già intervenuta in Francia, sospendendo le repliche del dramma con un provvedimento che lo stesso Hugo, nella prefazione all’edizione a stampa dell’opera, dove è raccontato lo svolgimento dei fatti, non mancò di definire incredibile ed arbitrario oltre che inaudito:<br />
<em>L’apparition de ce drame au théâtre a donné lieu à un acte ministériel inouï. Le lendemain de la première représentation, l’auteur reçut de M. Jouslin de Lassalle, directeur de la scène au Théâtre-Français, le billet suivant, dont il conserve précieusement l’original: «Il est dix heures et demie, et je reçois à l&#8217;instant l&#8217;ordre de suspendre les représentations du Roi s&#8217;amuse. C&#8217;est M. Taylor qui me communique cet ordre de la part du ministre. Ce 23 novembre.&#8221; Le premier mouvement de l’auteur fut de douter. L’acte était arbitraire au point d’être incrodable</em><a href="#_ftn2">[2]</a><em>. </em><br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/Victor_Hugo_-_Le_Roi_samuse_1832-1882.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-25501" title="Victor_Hugo_-_Le_Roi_s'amuse_1832-1882" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/Victor_Hugo_-_Le_Roi_samuse_1832-1882-130x200.jpg" alt="" width="130" height="200" /></a>Le condizioni in cui il <em>Rigoletto</em> nacque non furono certo tra le più felici</strong>, se consideriamo non solo il precedente francese, ma anche gli intoppi burocratici causati dalla censura che Verdi dovette superare, aggiustando l’opera senza che ne fosse intaccata la riuscita drammatica; il <em>Rigoletto</em>, alla fine, può essere considerato come il frutto dell’ostinazione del Maestro che aveva riposto un’immensa fiducia in questo soggetto.<br />
<strong>Il primo accenno ufficiale, fatto dal compositore di Busseto, a<em> Le roi s’amuse</em> di Hugo</strong> risale ad una lettera del 1849, indirizzata a Vincenzo Flauto, impresario del teatro San Carlo di Napoli, con il quale stava trattando per la composizione di una nuova opera; in questa lettera, infatti, Verdi scrisse di aver sottoposto il soggetto del drammaturgo francese al librettista Salvatore Cammarano, che era il direttore di scena e il poeta stabile del teatro napoletano, dal quale, tuttavia, aveva avuto una risposta negativa, motivata dalla preoccupazione per le obiezioni che la censura avrebbe mosso. <a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/2011_05_13_09_58_15.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-25500" title="2011_05_13_09_58_15" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/2011_05_13_09_58_15-143x200.jpg" alt="" width="143" height="200" /></a>Nel frattempo il Nostro, poco contento anche del trattamento che gli era stato riservato dal teatro napoletano per il contratto della <em>Luisa Miller</em>, decise di rompere ogni trattativa con il San Carlo, per avviarne un’altra con La Fenice di Venezia, conclusa felicemente il 28 aprile 1850 con la firma del contratto, nel quale Verdi s’impegnava a scrivere un’opera che doveva essere rappresentata nel teatro veneziano intorno al 20 febbraio del 1851 e della quale ancora non era stato stabilito il soggetto. Naturalmente Verdi si attivò subito perché il soggetto fosse quello del dramma di Hugo e, in una lettera indirizzata, nello stesso giorno della stipula del contratto, a Piave, che ricopriva a La Fenice di Venezia lo stesso incarico rivestito da Cammarano a Napoli, scrisse:<br />
<em>Difficilmente troveremo cosa migliore di Gusmano il Buono, nonostante avrei un altro sogetto che se la polizia volesse permettere sarebbe una delle piú grandi creazioni del teatro moderno. Chi sa! hanno permesso l’Ernani potrebbe permettere anche questo, e qui non ci sarebbero congiure. Tentate! Il sogetto è grande, immenso, ed avvi un carattere che è una delle piú grandi creazioni che vanti il teatro di tutti i paesi e di tutte le epoche. Il sogetto è Le Roi s’amuse, ed il carattere di cui ti parlo sarebbe Tribolet che se Varese è scritturato nulla di meglio per Lui e per noi. </em><br />
P.s.<em> Appena ricevuta questa lettera mettiti quattro gambe: corri per tutta la città, e cerca una persona influente che possa ottenere il permesso di fare Le Roi s’amuse. Non addormentarti: scuotiti: fà presto. Ti aspetto a Busseto ma non adesso, dopo che avranno scelto il sogetto. </em><br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/Rigoletto_antico.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-25505" title="Rigoletto_antico" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/11/Rigoletto_antico-133x200.jpg" alt="" width="133" height="200" /></a>In questa lettera Verdi fece intendere che la scelta di qualunque altro soggetto</strong> che non fosse Le roi s’amuse, sarebbe stata una soluzione di ripiego, in quanto il musicista di Busseto aveva già perfettamente delineato nella sua mente lo sviluppo drammatico dell’opera ed i ruoli dei personaggi tra i quali emergeva, con una forza drammatica fuori dal comune, quello del buffone Tribolet, verso il quale andavano le simpatie di Verdi, come dimostra il carteggio Verdi-Piave di questo periodo; in un’altra lettera dell’8 maggio 1850 Verdi scrisse, infatti, al librettista veneto:<br />
<em>Oh &#8220;Le Roi s&#8217;amuse&#8221; è il piú gran sogetto e forse il piú gran dramma dei tempi moderni. Tribolet è creazione degna di Shakespeare!! Altro che Ernani!! è sogetto che non può mancare. Tu sai che 6 anni fa quando Mocenigo mi suggerí Emani, io esclamai: “si, per Dio&#8230; ciò non sbaglia”. Ora riandando diversi sogetti quando mi passò per la mente Le Roi fu come un lampo, un&#8217;ispirazione e dissi l’istessa cosa&#8230;“si, per Dio ciò non sbaglia”. </em><br />
( Fine della prima parte )<br />
Il saggio è tratto da <strong>Riccardo Viagrande, </strong><em><strong>Musica e poesia arti sorelle</strong>,</em> Casa Musicale Eco, Monza, 2005, pp. 29-38.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Questa lettera indirizzata a Somma è raccolta in A. Pascolato, <em>Re Lear e Un ballo in maschera</em>, Città di Castello, 1913, pp. 45-48.<br />
<a href="#_ftnref2">[2]</a> V. Hugo, <em>Le roi s&#8217;amuse</em>, Paris, J. Hetzel, 1890, <em>Pref.</em>. Tutte le citazioni del dramma di Hugo sono tratte da questa edizione.</p>
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		<title>“Andrea Chénier” tra verismo e dramma storico (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 16:57:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianguido Mussomeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Chénier]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Giordano]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo dieci rappresentazioni alla Scala, l’ opera cominciò il suo cammino su tutti i palcoscenici italiani e il 15 novembre dello stesso anno si ebbe la prima rappresentazione all’ estero, all’ Academy of Music di New York. Anche le accoglienze della critica furono tutte favorevoli, soprattutto quelle di Galli sul Secolo, di Colombani sul Corriere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/Libretto-Andrea_Chenier.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-19012" title="Libretto-Andrea_Chenier" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/Libretto-Andrea_Chenier-127x200.jpg" alt="" width="127" height="200" /></a><strong>Dopo dieci rappresentazioni alla Scala, l’ opera cominciò il suo cammino</strong> su tutti i palcoscenici italiani e il 15 novembre dello stesso anno si  ebbe la prima rappresentazione all’ estero, all’ Academy of Music di New  York.<br />
Anche le accoglienze della critica furono tutte favorevoli, soprattutto  quelle di Galli sul Secolo, di Colombani sul Corriere della Sera e di  Nappi, il temuto critico de La Perseveranza che  nel suo articolo del 31 marzo mise acutamente in rilievo la “felice  intuizione del teatro” e la “ragguardevole penetrazione del significato  di ogni quadro del dramma”. Una fama era fatta, dunque, come ribadiranno  il trionfo, due anni più tardi, di Fedora (Milano, Teatro Lirico, 17  novembre 1898, con Gemma Bellincioni e il giovane Enrico Caruso) che  mosse all’ entusiasmo persino Gustav Mahler, il quale volle dirigerla  alla Hofoper di Vienna.<br />
Apro una parentesi per raccontare alcuni particolari riguardanti i rapporti di Mahler con le opere di Giordano.<span id="more-19010"></span><br />
Ad Amburgo &#8211; sovrintendente Pollini, sempre pronto a fiutare le novità &#8211;  Mahler dirige (6 repliche) di Andrea Chénier nel febbraio del 1897. Non ci  interessa qui il giudizio sulla sua interpretazione, ma quello  sull’ opera: il Fremdenblatt scrive che essa “possiede tutti gli elementi  per piacere al pubblico per molto tempo”. Davvero lungimirante, quel  critico!<br />
<strong>1899, Mahler è già il re di Vienna: chiede 10.000 fiorini per  allestire <em>Chénier</em>,</strong> ma gli vengono negati. Peggio, la sovrintendenza  giudica eccessiva la richiesta (700 fiorini) di diritti da parte di  Sonzogno, e Mahler esprime tutto il suo disappunto, dato che per Il  Segreto  e il Bacio di Smetana erano stati spesi 1800 fiorini a testa, e  2000 per I Medici di Leoncavallo!<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/3ObFzgwlglo?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/3ObFzgwlglo?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong>Infine, sempre a Vienna, 1905: Mahler sta disperatamente lottando</strong> (e  non avrà successo) per mettere in scena Salome. I giornali ricordano  che, a suo tempo, la censura aveva espresso riserve (oltre che su I  Medici e Erodiade di Massenet) anche sullo Chénier, poichè (ah, il  verismo!) metteva in scena episodi della rivoluzione francese!<br />
Tornando a Giordano, alla Fedora seguirono il successo di Siberia (Scala, 19 novembre  1903), lodata da Gabriel Fauré, le buone accoglienze toccate a Madame  Sans Gene (New York, Metropolitan, 25 gennaio 1915, diretta da  Toscanini), un argomento suggerito a Giordano da Verdi in persona, come  ci testimonia Amintore Galli (A.Galli-G.Macchi-C.Paribeni,Umberto  Giordano nell’ Arte e nella Vita, Milano, Sonzogno, 1915, p. 66),  facente seguito però agli esiti incerti di Marcella (Milano, Lirico, 9  novembre 1907) e di Mese Mariano (Palermo, Teatro Massimo, 17 marzo  1910). Poi, dopo l’ operetta<em> Giove a Pompei </em>(1921) composta assieme a  Franchetti, la parabola artistica di Giordano si concluderà con <em>La Cena  delle beffe </em>(Scala, 20 dicembre 1924) e <em>Il Re</em> (Scala, 12 gennaio 1929,  interpretato da Toti Dal Monte ed Enzo de Muro Lomanto): come per  Mascagni, il destino di Giordano fu quello, malinconico, di chi  sopravvive alla propria epoca che, nel caso dei musicisti della Giovane  Scuola, era stata anche troppo breve. Infatti, di tutte le opere messe  in scena in quel periodo, l’ ultima ad avere una vita teatrale regolare  fu Adriana Lecouvreur di Cilea, che è del 1902: dodici anni appena era  durata dunque la stagione verista (Puccini, come abbiamo già detto,  vuole un discorso a parte).<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Dhl9Amdvz_g?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/Dhl9Amdvz_g?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><em>Andrea Chénier,</em> comunque, piace ancora,  anche oggi che i gusti del pubblico</strong> sembrano lievemente mutati, sull’  onda di tante riproposte del repertorio belcantista e romantico.<br />
E non  c’ è dubbio che l’opera di Giordano contenga tutti i requisiti che  occorrono per piacere all’ ascoltatore: felicità dell’ invenzione  melodica, sicurezza nella caratterizzazione dei personaggi, ritmo  teatrale tenuto sempre vivo, qualche volta anche esagerando nei colpi di  scena. Gianandrea Gavazzeni ha opportunamente notato che Giordano,  diversamente da altri musicisti della sua epoca, mira “&#8230;alla gettata  della parte; intesa appunto in senso gestuale, quasi identificata nella  forma dell’ attore cantante che dovrà essere Gèrard o Loris, Maddalena o  Fedora. Sarà la stessa instintiva percezione del gesto scenico a  orientare anche l’ orchestra di Giordano lungo gli affinamenti tecnici e  le assimilazioni delle esperienze altrui. Infatti la sua orchestra è  sempre una musicazione del gesto scenico. Ed è in questo l’ originalità,  la differenza dalle altre orchestre del periodo naturalista”.<br />
Ma in cosa possiamo riconoscere l’ appartenenza di Giordano al  cosiddetto verismo? E qui si innesta anche la risposta alla domanda  sulle ragioni del successo di quest’ opera, che ci eravamo posti in  apertura di discorso.<br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/corelli-en-andrea-chenier.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-19044" title="corelli en andrea chenier" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/corelli-en-andrea-chenier-157x200.jpg" alt="" width="157" height="200" /></a>Per le opere della prima stagione di questo movimento, verismo voleva  dire soprattutto il trattamento di soggetti illustranti la realtà, </strong>anche  e quasi particolarmente nei suoi aspetti meno edificanti. “Egli ha per  massima sol che l’artista è un uom/e che per gli uomini scrivere ei  deve./ Ed al vero ispiravasi”. Così le celebri parole del Prologo da  Pagliacci, con le quali Ruggero Leoncavallo firmava il vero e proprio  manifesto programmatico di questo nuovo genere. Era il prodotto di una  società culturalmente plasmata dal positivismo e dal realismo, sull’ onda di influssi provenienti dalle letterature estere (e in  particolare dalla Francia). In musica, questi soggetti vengono trattati  con la rinuncia alla dicotomia tradizionale fra il recitativo e l’ aria  (a cui anche Verdi, con le sue ultime due opere, aveva con tribuito a  dare un colpo pressoché definitivo) sostituita, nei pezzi che  mantenevano la struttura strofica, da forme popolareggianti come lo  stornello e la  ballata. Inoltre, al posto delle leggi morali salde e inattaccabili che  regolavano il teatro romantico, l’elemento motore delle opere veriste è  la sensualità, ovvero la lotta del maschio con la femmina. È anche  questo, come è già stato notato, un carattere che deriva dall’ operismo  francese di fine secolo, e dalla Carmen in particolare.<br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/tebaldi-chenier.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-19055" title="tebaldi-chenier" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/tebaldi-chenier-136x200.jpg" alt="" width="136" height="200" /></a>A tutto ciò, si  aggiunge un tipo di recitazione anch’ esso nuovo rispetto agli schemi  del teatro lirico ottocentesco</strong>, basato su un puntiglioso studio della  realtà e straordinariamente accurato nella ricerca dei costumi e delle  truccature. Due esempi tra i più significativi sono quelli di Gemma  Bellincioni che, studiando la parte di Natalia ne La Martire di Spiro  Samara, si era consultata con dei medici per riprodurre esattamente le  espressioni e i gesti che sono propri dell’ agonia di una persona  suicidatasi mediante inalazione di gas proveniente da una stufa a  carbone, e quello del celebre baritono Titta Ruffo che, nella sua  autobiografia, racconta di aver ricavato i gesti e le mosse della parte  di Tonio in Pagliacci studiando le mosse di un minorato mentale nel  quale si era casualmente imbattuto.<br />
La musica esprimeva questi scontri tra i personaggi con inflessioni  vocali desunte direttamente dal linguaggio parlato e con un tipo di  canto in cui l’ orchestra procede a volte  intervenendo direttamente nel discorso melodico, che non viene più  lasciato alla voce, con gli strumenti a commentare o a raddoppiare la  linea del canto, ma equamente suddiviso tra essa e l’ accompagnamento  orchestrale. Da queste basi nascono le diverse soluzioni stilistiche  adottate dagli operisti italiani dell’ epoca, i cui risultati migliori  sono dati da quel canto di conversazione del quale fu maestro assoluto  Puccini.<br />
<strong>Per quanto riguarda <em>Andrea Chénier</em>,</strong> esso è il prodotto di una successiva  fase del verismo: il periodo in cui, esauritasi per ovvia estinzione la  fase dei soggetti rusticani, i  musicisti ricominciano a prendere in considerazione, alla ricerca di  nuove strade, le trame di stampo storicheggiante. Anche qui, però, essi  trasferirono le istanze che erano state alla base dei lavori  immediatamente precedenti, cosicché abbiamo opere come lo Chénier,  dramma storico, ma basato su una figura reale: quella del poeta Andrè  Chénier, nato a Costantinopoli il 30 ottobre 1762, membro, dopo la  Rivoluzione, del &#8220;club dei Feuillants&#8221;, nell’ambito del quale assunse  una posizione sempre più critica verso il Comitato di Salute Pubblica,  che governava in Francia durante il Terrore, fino ad essere arrestato e  ghigliottinato, a Parigi, il 25 luglio 1794, solo tre giorni prima dell’  analoga fine di Robespierre.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="590" height="392" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Bbr2utDbBrE?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="590" height="392" src="http://www.youtube.com/v/Bbr2utDbBrE?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object>Tra l’ altro, nel libretto di Illica sono presenti anche altri  personaggi realmente esistiti in quel periodo: Jean Antoine Roucher,  amico di vecchia data di Chénier e giustiziato con lui lo stesso giorno,  il pubblico accusatore del Tribunale Rivoluzionario, Fouquier Tinville,  anche lui giustiziato  nel 1795 e il presidente del Tribunale, Dumas, amico di Robespierre e  ghigliottinatoinsieme a lui, Saint-Just e Couthon.<br />
Illica trasse la sua documentazione storica dalla Histoire de la sociéte  francaise pendant la Revolution, di Edmond e Jules Goncourt, stampata a  Parigi nel 1854, nonché da un dramma di Jules Barbier e da un romanzo  di Joseph Méry. Due tra le arie del protagonistasono parafrasi di poesie  del vero Chénier: l’ Improvviso del primo atto, rielaborazione del  Hymne à la Justice e Comme un Dernier Rayon, che fornisce lo spunto per  l’ aria del quarto atto.<br />
<strong>Nel libretto i casi del poeta, prima  rivoluzionario e poi proscritto da Robespierre, </strong>di Maddalena e del  cittadino Gérard sono tratteggiati con una tecnica nell’ accavallarsi  dei colpi di scena, che mira veramente a non lasciare al pubblico un  attimo di respiro, secondo un incalzare di eventi che si potrebbe  apparentare a certo tipo di cinema (e sarebbero tutti da studiare i modi  che il cinema, questo moderno sostituto dell’ opera come spettacolo di  massa e fenomeno di costume, ha preso a prestito dal melodramma e da  quello verista in particolare). La musica accetta la sfida librettistica  alla caccia dell’ effetto, momento per momento, e la capacità di  Giordano di tenere il discorso sempre in tensione e di catturare l’  attenzione del pubblico tramite la melodia trascinante piazzata al  momento giusto, ottiene perfettamente l’ obiettivo di tratteggiare un  discorso teatrale sempre vario serrato e avvincente. In realtà, la  Rivoluzione, vista in fondo con gli occhi di una persona moderata la  quale pensa che queste cose non stanno mica bene,funziona solo come  elemento catalizzante per far scattare le situazioni passionali in cui  il piedistallo storico serve a moltiplicarne l’effetto sullo spettatore.<br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/di-stefano2.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-19050" title="GIUSEPPE DI STEFANO" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/07/di-stefano2-157x200.jpg" alt="" width="157" height="200" /></a>Quando il gioco è realizzato con la misura e l’ abilità che Giordano  dimostra nello <em>Chénier,</em></strong><em> </em>il gioco riesce. Togliete però questo equilibrio  delicato a conseguirsi e come risultato avrete le concioni clamorose di  opere come Il Piccolo Marat di Mascagni, per citare un altro lavoro  ambientato nella Rivoluzione Francese. Notevole è anche l’abilità con  cui il compositore muove le fila del discorso e maneggia gli schemi,  ottenendo il risultato di variare molto bene procedimenti che, in  realtà, si somigliano tutti  (guardate da vicino le arie solistiche dell’ opera e vi accorgerete che  sono, più o meno, tutte costruite nella stessa forma: una prima parte in  stile raccolto e legato, e una perorazione finale che porta la voce a  toccare le note più alte, a volte concludendo, come nella romanza di  Maddalena, con una frase in prima ottava). Anche il trattamento delle  scene di massa, in particolare quella della festa al primo atto e quella  del tribunale, rivela in Giordano un musicista dalla mano sicura e  soprattutto molto abile nel servire al pubblico esattamente quello che  si aspetta in quel determinato momento. <strong>E, di fronte a queste  situazioni, come ha scritto ancora Gavazzeni,</strong> <em>“cadono gli strumenti  della critica e si alzano, luminose, le ragioni del cuore</em>”. Si può anche  discutere su questa affermazione, ma non condannare un’ opera che,  piaccia o no, fa ormai parte del nostro immaginario collettivo. D’ altra  parte, i cantanti hanno sempre amato i ruoli principali del lavoro, e i  nomi di<strong> Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Aureliano Pertile, Francesco  Merli, Mario Del Monaco, Franco Corelli, Placido Domingo tra i tenori e  di Titta Ruffo, Carlo Galeffi, Gino Bechi, Aldo Protti,</strong> <strong>Ettore  Bastianini, Piero Cappuccilli</strong>, tanto per citare alla rinfusa e non  dimenticando <strong>Maria Caniglia, Maria Callas e Renata Tebald</strong>i tra i soprani  (interpretazioni tutte, integralmente o in parte, consegnate al disco)  stanno a testimonianza del favore ininterrotto che, nei confronti di<em> Andrea Chénier,</em> accomuna da sempre pubblico ed esecutori.</p>
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		<title>&#8220;Andrea Chénier&#8221; tra verismo e dramma storico (prima parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 17:57:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianguido Mussomeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andrea Chénier, l’ unico lavoro di Umberto Giordano rimasto stabilmente nel normale repertorio operistico, ha avuto, fin dalle sue prime apparizioni sulle scene teatrali, un successo continuo ed unanime, pressoché ininterrotto, sui palcoscenici di tutto il mondo, senza che il pubblico, né gli interpreti abbiano mai dimostrato di esserne saturi. Di fronte a questa ragione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/ANDREA-CHENIER.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18639" title="ANDREA-CHENIER" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/ANDREA-CHENIER-144x200.jpg" alt="" width="144" height="200" /></a><strong><em>Andrea Chénier</em>, l’ unico lavoro di Umberto Giordano rimasto  stabilmente nel normale repertorio operistico,</strong> ha avuto, fin dalle sue  prime apparizioni sulle scene teatrali, un successo continuo ed unanime,  pressoché ininterrotto, sui palcoscenici di tutto il mondo, senza che  il pubblico, né gli interpreti abbiano mai dimostrato di esserne saturi.  Di fronte a questa ragione, l’ opinione degli  studiosi, che su questo e altri lavori del periodo cosiddetto “verista”  hanno sempre avuto pareri contrastanti, passa in secondo piano, visto  che alla fin fine è sempre il giudizio del pubblico a decretare le  fortune di un’ opera (anche Verdi, come ben sappiamo la pensava così);  e, d’ altra parte, ancora oggi è difficile trovare studi che sull’ opera  verista dimostrino, se non obiettività, almeno serenità di spirito nel  giudicare.<span id="more-18638"></span><br />
<strong>Soprattutto nei primi decenni del secolo,</strong> infatti, i musicisti e  saggisti che diedero vita, in Italia, alle battaglie culturali in favore  della “musica moderna”, si posero per obiettivo principale la condanna  senza appello di tutto il teatro musicale verista, nonché di Puccini,  che solo successivamente ottenne uno stralcio della sua posizione, per  esprimerci ancora in termini giuridici. Per contro, i detrattori e i  nemici di questo movimento seguitarono a difendere il verismo con un  furore non meno polemico e non meno animato da ragioni ideologiche  piuttosto che artistiche. Oggi, visto che queste ragioni dovrebbero  ormai essere consegnate alla storia e che, d’altra parte, le battaglie  per l’avanguardia hanno preso tutt’altre strade, tutto questo dovrebbe  essere acqua passata, e invece non è così, o almeno lo è solo in parte.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/796trXqGF8Y?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/796trXqGF8Y?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><br />
Ma, per tornare all’argomento principale di questo scritto,</strong> quali sono  gli aspetti di Andrea Chénier che si impongono oggi alla nostra  attenzione e quale fu la posizione di Umberto Giordano nell’ambito del  teatro lirico della sua epoca? Cominciamo dalla seconda questione: non  c’è dubbio che, anche nelle sue migliori riuscite, la musica di Giordano  rimanga ad un livello qualitativamente inferiore rispetto ad altri  artisti di quel periodo. Lasciando stare Puccini, che per preparazione,  abilità e felicità inventiva stava nettamente al di sopra di tutti,  Giordano non possedeva certo la raffinatezza strumentale di Cilea o la  capacità di tratteggiare fulmineamente i caratteri che era propria di  Mascagni all’inizio della carriera. Ma è altrettanto vero che a questo  musicista non facevano difetto la preparazione e la felicità  dell’invenzione melodica, e nemmeno la capacità di organizzare un  discorso teatrale vario ed avvincente.D’ altra parte, l’ aver studiato  al Conservatorio di Napoli, a quell’ epoca, testimonia delle solide basi  su cui poggiava la sua preparazione. Quando studiava, Giordano era già  considerato come uno degli elementi più promettenti della sua scuola, e  due suoi lavori scolastici, la romanza “Idillio” e una Suite per  quartetto d’ archi, vennero eseguiti in pubblico ottenendo favorevoli  accoglienze; anzi, la romanza venne anche pubblicata da Ricordi.<br />
<a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/andreachenier.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18645" title="andreachenier" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/andreachenier-266x200.jpg" alt="" width="266" height="200" /></a><strong>Contemporaneamente, Giordano aveva partecipato al Concorso Sonzogno del 1888</strong>, quello da cui doveva uscire vincitrice Cavalleria Rusticana. L’opera da lui presentata,<em> Marina,</em> ottenne una menzione d’onore, anche se non venne poi mai  eseguita in pubblico. Alcuni membri della giuria, tra i quali erano  Filippo Marchetti ed Amintore Galli (il primo godeva allora buona fama  quale autore di un’opera discretamente fortunata come il<em> Ruy Blas </em>e  l’altro, oltre che professore di Storia della Musica al Conservatorio di  Milano, era un influente membro di Casa Sonzogno) riuscirono a  combinare un incontro tra il ventunenne musicista e l’editore. Recatosi  da Sonzogno a Roma, Giordano gli suonò l’intero spartito di<em> Marina</em>. Come  risultato, il compositore ottenne l’ incarico di scrivere una nuova  opera entro un anno ed una somma mensile in qualità di stipendio.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/hqe019saxZA?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/hqe019saxZA?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object>Sonzogno, a quell’epoca, riservava lo stesso trattamento a diversi giovani  promettenti, tra i quali Mascagni, Leoncavallo, Spiro Samara, Gaetano  Coronaro ed altri. Lo scopo era quello di creare un repertorio  operistico tale da poter competere con quello dell’editore rivale, Giulio Ricordi, proprietario  dei diritti d’ esecuzione di tutti i grandi dell’ Ottocento italiano e  di Wagner (dopo l’assorbimento, avvenuto nel 1888, della casa editrice  Lucca, che fu la prima a pubblicare in Italia le opere del musicista  tedesco). Sonzogno aveva risposto ai “colpi” di Ricordi con l’  acquisizione di quasi tutto il repertorio moderno francese (Carmen,  Mignon e la maggior parte dei lavori di Massenet) e con i famosi  concorsi operistici tenutisi dal 1883 al 1904, attraverso i quali  cercava di assicurare i migliori giovani talenti alla sua Casa. Dopo essersi lasciato scappare Puccini, che aveva partecipato alla prima edizione del 1883 con Le Willis (poi pubblicata col titolo <em>Le Villi</em>), la quale non era stata neppure segnalata ed era poi stata pubblicata da Ricordi, Sonzogno non ripeté lo stesso errore con Mascagni e poi con Giordano.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/WPAzVaN8MII?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/WPAzVaN8MII?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong>Il risultato fu la creazione di una nuova moda: quell’ opera verista </strong>consona alle attenzioni per la realtà sociale che l’editore sosteneva sulle pagine del suo giornale, Il  Secolo. Ma, per tornare a Giordano, il primo frutto dell’ impegno con  Sonzogno fu <em>Mala Vita,</em> tratta da un racconto di Salvatore di Giacomo  adattato a librettodal giornalista Nicola Daspuro, rappresentata al Teatro Argentina di Roma il 27 febbraio 1892, interpreti Gemma Bellincioni e Roberto Stagno, gli stessi della “prima” di <em>Cavalleria Rusticana</em>. L’opera in una ripresa a Napoli scandalizzò il pubblico e provocò disordini in teatro,anche a causa della scabrosità del soggetto, che portava in scena il mondo della camorra napoletana e avevacome protagonista una  prostituta, Cristina, sfruttata dal marito, Annetiello (molti aspetti  scabrosi della tramavennero attenuati nel rifacimento che Giordano ne  fece nel 1897, intitolato<em> Il Voto)</em>. Il lavoro però piacque indiverse riprese in Italia e all’estero (era quello il momento in cui, soprattutto in Germania, il melodramma verista otteneva un  successo clamoroso.<br />
<a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Andrea-Chenier-Bastille.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18648" title="Andrea-Chenier-Bastille" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Andrea-Chenier-Bastille-280x200.jpg" alt="" width="280" height="200" /></a>Si veda a questo proposito l’ articolo di Marcello  Conati “Mascagni, Puccini, Leoncavallo &amp; C. in Germania”, pubblicato  su Discoteca nell’agosto 1976) e se ne occupò, dandone un giudizio  favorevole, anche il celebre critico viennese Eduard Hanslick. Comunque,  sotto l’ impressione dei tumulti alla rappresentazione napoletana di  <em>Mala Vita</em>, Giordano si decise, per la sua opera successiva, a tornare ad  un soggetto storico. Il risultato fu <em>Regina Diaz</em> (Napoli, Teatro  Mercadante, 5 marzo 1894), accolta con un certo favore, ma indubbiamente  un lavoro nato morto (il libretto era un rifacimento della donizettiana  <em>Maria di Rohan</em>), tanto che fu ritirato dopo due sole rappresentazioni.<br />
<strong>A quel punto, Sonzogno, che già durante le prove della nuova opera</strong> aveva  manifestato a Giordano le sue riserve, disse al musicista che la loro  associazione doveva considerarsi conclusa. Giordano, che già stava pensando di abbandonare la musica e mettersi a  dirigere una scuola di scherma, fu salvato da un incontro determinante:  quello con AlbertoFranchetti, che  allora era a Napoli per la prima esecuzione locale della sua opera <em>Fior  d’ Alpe</em>. Come poi lo stesso Giordano rievocherà, Franchetti, allora  musicista molto stimato per il recente successo del<em> Cristoforo Colombo</em>,  lavoro commissionatogli dalla città di Genova per celebrare il quarto  centenario della scoperta dell’ America, gli offrì, durante un pranzo in  una trattoria napoletana, i diritti del libretto di <em>Andrea Chénier</em>, che  Luigi Illica si era impegnato a scrivere per lui. E fu lo stesso  Franchetti che persuase Sonzogno affinché continuasse a versare a  Giordano le trecento lire del contratto ancora per un anno.<br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Andrea-Chenier-Del-Monaco.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18650" title="Andrea-Chenier-Del-Monaco" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Andrea-Chenier-Del-Monaco-239x200.jpg" alt="" width="239" height="200" /></a>Trasferitosi a Milano, per lavorare a contatto con Illica, Giordano</strong> trovò alloggio nel deposito di statue di un impresario di pompe funebri,  vicino al Cimitero Monumentale e dovette adattarsi, dati gli impegni di  Illica con Giacosa e Puccini per <em>La Bohème</em>, che stava nascendo in quel  periodo, ad avere pochi contatti col librettista, cosicché la loro  collaborazione fu portata avanti in massima parte attraverso la posta.  Durante la composizione, Giordano persuase il poeta ad apportare alcuni  cambiamenti al testo (come la soppressione dell’ episodio degli  accenditori di fanali al secondo atto, che avrebbe potuto ricordare  troppo da vicino quello analogo della<em> Manon Lescaut</em>). L’ opera fu finita  il 27 gennaio 1896, e rapidamente messa in cartellone alla Scala, che  Sonzogno gestiva per quella stagione, anche per l’ appoggio di Mascagni,  che valse a superare la scarsa fiducia nutrita da molti membri di Casa  Sonzogno nei confronti del lavoro. D’ altra parte, l’intera stagione  scaligera sembrava nata sotto pessimi auspici: infatti, l’ apertura era  avvenuta con <em>Henry VIII</em> di Saint Saëns, sotto la supervisione  dell’autore, ed era stata un clamoroso insuccesso. Anche peggio era  andata <em>La Navarraise</em> di Massenet (un lavoro che presenta parecchie  analogie con la<em> Cavalleria Rusticana</em> tanto che, al suo apparire, venne  malignamente ribattezzato <em>Calvelleria Espanola</em>, alludendo alla prima  interprete, che fu Emma Calvè) anch’ essa fischiatissima. Il fondo fu  toccato con una ripresa di <em>Carmen</em>, partitura molto amata dal pubblico,  che questa volta se la prese con gli interpreti (la Rappini e il tenore  Vignas), tanto che l’opera venne interrotta durante il terzo atto.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="539" height="394" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/OXyWgirEnGU?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="539" height="394" src="http://www.youtube.com/v/OXyWgirEnGU?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><br />
La  situazione sembrava dunque già abbastanza pesante</strong>, e a complicare le  cose ci si mise anche la defezione del protagonista designato, il tenore  Alfonso Garulli, che rinunciò, forse fiutando un fiasco in arrivo.  Giordano e Illica si rivolsero allora a un giovane cantante, da poco  tornato dalla Russia e rimasto a Milano in attesa di scritture: era  Giuseppe Borgatti, in seguito destinato a diventare famoso come il  massimo tenore wagneriano di lingua italiana. Favorevolmente  impressionato dal lavoro, accettò subito la parte (e racconterà poi di  averla imparata in sei ore!) e l’opera poté andare in scena la sera del  28 marzo 1896. Oltre al Borgatti, cantavano il soprano Evelina Carrera e  il baritono Mario Sammarco; dirigeva l’orchestra Rodolfo Ferrari. I  primi applausi cominciarono subito dopo la sortita di Gerard,  continuarono all’ Improvviso, che Borgatti dovette bissare, e si  riassumono nel telegramma spedito da Sonzogno a Illica, alla fine dello  spettacolo: <em>“Trionfo completo per primo-terzo-quarto atto. Piacque pure  secondo. Ventina chiamate artisti e maestro. Volevasi anche  librettista.Venite assistere seconda”.</em><br />
(fine prima parte)</p>
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		<title>“Ne congiunga il nume in Ciel”.  La Lucia di Lammermoor di Donizetti tra Walter Scott e romanticismo cattolico (Parte Terza)</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 08:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Viagrande</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[donizetti]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia di Lammermoor]]></category>

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		<description><![CDATA[La scena della pazzia Lucia e la morte di Edgardo A differenza del romanzo di Scott, tuttavia, il duo Cammarano-Donizetti costruì una scena nella quale viene ritratta la follia di una Lucia, la cui mente è occupata oltre che da terribili fantasmi anche da rievocazioni dei momenti belli passati insieme con il suo Edgardo. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Donizettiluciabuehnenbildbagnara_hi.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18255" title="Donizettiluciabuehnenbildbagnara_hi" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Donizettiluciabuehnenbildbagnara_hi-283x200.jpg" alt="" width="283" height="200" /></a></em>La scena della pazzia Lucia e la morte di Edgardo </strong><br />
A differenza del romanzo di Scott, tuttavia, il duo Cammarano-Donizetti costruì una scena nella quale viene ritratta la follia di una Lucia, la cui mente è occupata oltre che da terribili fantasmi anche da rievocazioni dei momenti belli passati insieme con il suo Edgardo. In questa scena della follia, giudicata dalla critica musicale, insieme a quella della follia di Elvira dei <em>Puritani</em> di Bellini, come una delle più grandi scritte nel nostro teatro d’opera ottocentesco, presenta un interessante carattere evocativo accentuato dalla scelta di Donizetti di riprendere alcuni temi caratteristici dell’amore di Lucia per Edgardo<span id="more-18254"></span>; ecco, infatti, nella parte iniziale, declamato dal primo flauto, il tema di <em>Regnava</em> <em>nel silenzio</em> (Es. 1) seguito da <em>Verrano a te sull’aure</em>, intonato dal flauto e dal clarinetto all’ottava (Es. 2).<br />
Es. 1 e 2<br />
<a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Lucia-Es.-1.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18256" title="Lucia Es. 1" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/Lucia-Es.-1-290x36.jpg" alt="" width="290" height="36" /></a></p>
<p><a href="../wp-content/uploads/2011/06/Lucia-Es.-2.jpg"><img title="Lucia Es. 2" src="../wp-content/uploads/2011/06/Lucia-Es.-2-290x72.jpg" alt="" width="290" height="72" /></a><br />
Da parte sua Edgardo, dopo esser stato sfidato da Enrico a duello, è deciso a farsi uccidere dal suo avversario, in quanto, per il nostro protagonista, <em>la vita / è orrendo peso!&#8230; L’universo intero /  è un deserto </em>[…] <em>senza Lucia</em>. Proprio in quel momento si sente dal Castello di Lammermoor un canto funesto degli abitanti del paese scozzese, che fa presagire l’imminente morte della donna. Edgardo, allora, messo al corrente della morte dell’amata Lucia da Raimondo, si uccide trafiggendosi con un pugnale nella speranza che Dio possa riunirlo alla donna amata in un imene celestiale. Su questo punto il libretto di Cammarano presenta un netto allontanamento dal suo modello inglese, in quanto nel romanzo Edgardo scompare misteriosamente correndo sul suo cavallo, mentre sta per recarsi al duello con Douglas Asthon, come si può notare da quanto scrisse Scott:<br />
<em>Il colonnello Ashton, ansioso di vendetta, stava già sul campo e lo percorreva a lunghi passi, guardando con impazienza verso la torre, per scorgere l’arrivo del suo antagonista. Il sole si era ormai levato e il suo ampio disco appariva a levante sul mare; cosicché egli poté facilmente distinguere un uomo a cavallo che galoppava verso di lui ad una velocità che denotava un’impazienza pari alla sua. Improvvisamente la figura scomparve, come se fosse svanita nell’aria. Si stropicciò gli occhi come chi fosse stato testimone di una apparizione, poi si affrettò verso quel luogo dove incontrò Balderstone che veniva dalla direzione opposta. Non fu possibile scorgere traccia alcuna né del cavallo né del cavaliere</em><a href="#_ftn1"><em>[</em>1]</a>.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/rZ2Da2nvjI8?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/rZ2Da2nvjI8?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
Nel romanzo di Scott Edgardo scompare, quindi, senza lasciare alcuna traccia in una folle e veloce corsa sul suo cavallo; al contrario la morte descritta da Cammarano, nella sua <em>Lucia</em>, presenta un carattere più realistico accentuato anche dalla musica che non solo sottolinea la situazione, ma interviene con il primo violoncello integrando la melodia di un Edgardo, che non riesce a completare il suo ultimo disperato canto d’amore, nel quale, rivolgendosi all’amata Lucia, si augura:<br />
<em>Se divisi fummo in terra<br />
ne congiunga il Nume in ciel. </em><br />
Cammarano, sostituendo alla disperata e misteriosa morte di Edgardo, descritta nel romanzo inglese, un’altra più romantica in cui l’amore supera la morte, assolutizzò e spritualizzò il sentimento amoroso tanto da superare i limiti imposti dalle categorie spazio-temporali.<br />
<em>( Fine della terza e ultima parte )</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/zWV0li6j5-8?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/zWV0li6j5-8?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> <em>Ivi</em>, p. 366.<br />
I<em>l testo è tratto da Riccardo Viagrande, <strong>Musica e poesia arti sorelle</strong>,  <strong>Casa Musicale Eco, Monza</strong>, 2005, pp. 21-28.</em><br />
<em>GBopera ringrazia l&#8217;editore che ci ha permesso la pubblicazione online</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>“Ne congiunga il nume in Ciel”.  La Lucia di Lammermoor di Donizetti tra Walter Scott e romanticismo cattolico (Parte seconda)</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 20:26:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Viagrande</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[donizetti]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia di Lammermoor]]></category>

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		<description><![CDATA[I  due testi a confronto Nel libretto di Cammarano il pubblico, rispetto al romanzo di Scott, viene catapultato in medias res, in quanto, come ha notato Portinari, è subito messo al corrente della rivalità fra le due famiglie[1], che si esprime nell’odio di Enrico, esploso in seguito alla notizia dell’amore della sorella per Edgardo. Molte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/4-Francesco-Bagnara-scena-per-la-lucia-di-lammermur.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18066" title="4 Francesco Bagnara - scena per la lucia di lammermur" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/4-Francesco-Bagnara-scena-per-la-lucia-di-lammermur-268x200.jpg" alt="" width="268" height="200" /></a>I  due testi a confronto </strong><br />
<strong>Nel libretto di Cammarano il pubblico, rispetto al romanzo di Scott, viene catapultato in <em>medias res</em>,</strong> in quanto, come ha notato Portinari, è subito messo al corrente della rivalità fra le due famiglie<a href="#_ftn1">[1]</a>, che si esprime nell’odio di Enrico, esploso in seguito alla notizia dell’amore della sorella per Edgardo. <span id="more-17982"></span>Molte delle vicende narrate da Scott prima del tragico epilogo vengono rievocate da Cammarano in alcuni momenti attraverso narrazioni o brevi accenni fatti dai protagonisti; l’episodio, in cui Lucia viene salvata da Edgardo dalla furia di un toro, viene narrato, nella seconda scena della prima parte, da Normanno ad Enrico, che, nello stesso tempo, viene informato anche degli incontri della sorella con il signore di Ravenswood, mentre la leggenda della fonte, teatro degli incontri tra i due amanti, è narrata da Lucia alla sua damigella Alisa. <strong>Nella descrizione di questi fatti è possibile, inoltre, notare </strong>alcune differenze tra il modello letterario e la sua riduzione librettistica; nell’episodio del toro, infatti, alla scarna narrazione fatta da Normanno ad Enrico, nella quale non viene fatto alcun cenno alla presenza del padre della donna, riassunta in queste parole</p>
<p style="text-align: justify;"><em>M’udite. Ella sen gìa colà del parco<br />
nel solingo vial dove la madre<br />
giace sepolta&#8230; Impetüoso toro<br />
ecco su lei si avventa&#8230;<br />
quando per l’aria rimbombar si sente<br />
un colpo e al suol repente<br />
cade la belva. </em><br />
(I, 2)<br />
corrisponde una pagina ricca di particolari nel romanzo di Scott:<br />
<em><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/k864.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18073" title="k864" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/k864-136x200.jpg" alt="" width="150" height="242" /></a>Sembrava inevitabile che il padre o la figlia, o entrambi dovessero cadere vittime dell’incombente pericolo, quando uno sparo dal boschetto vicino arrestò l’avanzata dell’animale. Il tiro era stato così ben diretto, fra la giuntura della spina dorsale e il cranio che la ferita si dimostrò istantaneamente fatale, mentre, se fosse stata inferta in qualsiasi altra parte del corpo, avrebbe difficilmente impedito l’impeto della belva. Con un balzo in avanti ed un terribile muggito, più per la forza d’inerzia dello slancio precedente che per l’azione delle membra, giunse a circa tre metri dall’attonito Cancelliere, dove rotolò sul terreno, ricoperto dal nero sudore della morte e agitato dal tremito delle ultime convulsioni. Lucia giaceva a terra, priva di sensi, inconscia della miracolosa liberazione di cui era stata oggetto. Suo padre era quasi altrettanto fuori di sé, tanto rapido ed inaspettato era stato il passaggio dalla orribile morte che sembrava ormai inevitabile, alla perfetta sicurezza. </em><a href="#_ftn2">[2]</a></p>
<p><strong> Nel romanzo di Scott questo episodio costituisce l’occasione per una forma di riavvicinamento</strong> tra la casata dei Ravenswood e quella del Lord Cancelliere, che non avrebbe opposto alcuna resistenza al matrimonio della figlia con il suo salvatore i cui desideri di vendetta erano stati sopiti dalla bellezza della fanciulla. Walter Scott, da questo momento in poi, sembra far intravedere la possibilità di una pace tra le due famiglie, se non fosse per la fiera opposizione della moglie del cancelliere, Lady Asthon, dipinta da Scott come un personaggio dal carattere tanto altero da incutere timore persino al marito. <a href="#_ftn3">[3] </a><br />
<strong><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/vrVmW0kDEAw?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/vrVmW0kDEAw?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
Nella leggenda della fontana della <em>Sirena</em>,</strong> Cammarano, rispetto al suo modello, eliminò tutti gli elementi soprannaturali riducendo l’omicidio della donna amata da uno dei Ravenswood, avvenuto presso la fontana in questione, teatro degli incontri tra i nostri amanti infelici, in un delitto passionale perpetrato per motivi di gelosia. La narrazione dell’episodio, fatta da Lucia ad Alisa, non è nient’altro che una scarna sintesi, con alcune differenze sostanziali, dell’analogo passo presente nel romanzo di Scott, come è possibile notare dal raffronto tra le due versioni, delle quali quella di Cammarano,</p>
<p>Quella fonte mai,<br />
senza tremar, non veggo &#8230; Ah, tu lo sai;<br />
un Ravenswood, ardendo di geloso furor, l’amata donna<br />
colà trafisse; l’infelice cadde nell’onda, ed ivi rimanea sepolta &#8230;<br />
(I, 4)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>pone l’accento sul carattere iracondo dei Ravenswood</strong>, mentre quella del modello inglese<a href="#_ftn4">[4]</a>, popolata da ninfe e da presunte manifestazioni sataniche, rivela il gusto per il soprannaturale e per il mistero tipici di quell’isola, senza togliere a quel luogo il carattere sinistro che promana dalle due versioni.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/a1PBSZuZPs0?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/a1PBSZuZPs0?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong>Un ultimo accenno a quello che potremmo definire l’antefatto </strong>della vicenda è presente ancora nella scena successiva che conclude la prima parte dell’opera nella quale Edgardo fa riferimento al giuramento fatto contro la famiglia di Lucia dopo la morte del padre.<br />
In questa scena, che costituisce l’unico momento in cui i due infelici amanti si trovano da soli, Edgardo ci viene presentato non solo all’apice della sua carriera e della sua fortuna politica, in procinto di partire per la Francia per risolvere delle delicate questioni diplomatiche, ma anche tenero amante di Lucia, con la quale si scambia un pegno di amore e di fedeltà.<br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/lucia-1.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-17994" title="lucia 1" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/lucia-1-157x200.jpg" alt="" width="176" height="241" /></a>Durante l’assenza di Edgardo, che, nel romanzo di Scott, è giustificata da un invito di un nobile amico</strong> del nostro protagonista nella sua residenza ad Edimburgo, vengono accelerati i preparativi delle nozze con Arturo Buklaw, unica persona in grado di risollevare, nelle intenzioni di Enrico, le sorti della sua famiglia. Come nel romanzo di Scott, anche nel libretto di Cammarano la situazione precipita proprio il giorno delle nozze con l’irruzione di Edgardo nel castello degli Asthon dove era stato firmato da poco il contratto che avrebbe legato per sempre Lucia ed Arturo; la reazione furibonda di Edgardo genera la risposta immediata di Enrico, che sfida l’odiato nemico e sostituisce il fratello Douglas Asthon del romanzo. Da questo momento Cammarano seguì la successione degli eventi del romanzo con Lucia che perde il lume della ragione ed uccide lo sfortunato consorte.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>che questa non fosse una calunnia. [...] L&#8217;interesse – interesse della sua famiglia, se non unicamente il proprio – appariva chiaramente come il movente delle sue azioni. [...] Era stato notato ed accertato che nella maggior parte delle sue cortesie e dei suoi com-plimenti, lady Ashton non perdeva mai di vista il suo obiettivo, come il falco che alle sue evoluzioni nell&#8217;aria, coi suoi occhi penetranti persegue sempre la preda prescelta; in conseguenza di ciò un certo dubbio e un certo sospetto caratterizzavano i sentimenti con cui i suoi pari ricevevano le sue attenzioni. […] A quel che si diceva, anche suo marito, sulle cui fortune il suo ingegno e la sua accortezza avevano esercitato una così energica influenza, la considerava con rispettoso timore». </em><br />
<a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/lucia-2.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18080" title="lucia 2" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/lucia-2-270x200.jpg" alt="" width="270" height="200" /></a>[1] <em>Ivi</em>, pp. 53-54: <em>«La tradizione, che ha sempre lavorato, almeno in Scozia, a fiorire con un racconto leggendario un luogo già di per sé interessante, aveva attribuito a questa fontana una causa di speciale venerazione. Una bella e giovane donna aveva incontrato uno dei signori di Ravenswood che andava a caccia in quei pressi, e come una seconda Egeria, si era accattivata l’affezione del Numa feudale. Si incontrarono, in seguito, di frequente, e -sempre al tramonto, avendo gli incanti della ninfale natura di lei completato la conquista che la sua bellezza aveva iniziato, tanto più che il mistero aggiungeva, per entrambi, sapore all&#8217;intrigo. Ella appariva e spariva sempre vicino alla fontana, con la quale, perciò, il suo amante giudicò che avesse inesplicabili rapporti. E poneva anche alcune restrizioni ai loro incontri che avevano, quindi, ancor sapore di mistero. Dovevano incontrarsi solo una volta alla settimana &#8211; il venerdì era il giorno fissato &#8211; e dovevano assolutamente separarsi non appena la campana della cappella dell&#8217;eremitaggio nel bosco vicino, ormai ridotta un rudere, batteva le ore del vespro. In confessione, il barone di Ravenswood mise l&#8217;eremita a conoscenza dei suo singolare amore e padre Zaccaria tirò l&#8217;inevitabile e ovvia conclusione, che cioè il suo signore si era impigliato nelle reti di Satana con pericolo sia per l&#8217;anima che per il corpo. <a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/lucia-21.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-18082" title="lucia 2" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/lucia-21-269x200.jpg" alt="" width="269" height="200" /></a>Descrisse al barone questi pericoli con tutta la forza della retorica monastica e dipinse con i colori più spaventosi la vera natura e la persona dell&#8217;apparentemente bella naiade che non esitò a denunciare come un emissario del regno delle tenebre. L&#8217;innamorato ascoltò con ostinata incredulità e fu solo in seguito alle insistenze dell&#8217;anacoreta che acconsentì a sottoporre ad una prova l&#8217;essere e la condizione della sua amata; a tale scopo aderì alla proposta di padre Zaccaria di far suonare i vespri mezz&#8217;ora più tardi del solito alla loro prossima intervista. […] All&#8217;ora stabilita gli amanti si incontrarono e l&#8217;intervista si protrasse oltre l&#8217;ora in cui essi usualmente si separavano per il ritardo con cui il monaco suonò l&#8217;abituale coprifuoco. Nessun cambiamento si verificò nella forma esteriore della ninfa; ma, non appena le ombre allungantisi la fecero consapevole che l&#8217;ora abituale dei vespri era passata, si staccò dalle braccia del suo amante con un urlo di disperazione e dicendogli addio per sempre si tuffò nella fontana e sparì ai suoi sguardi. Le bolle d&#8217;acqua provocate dal suo inabissarsi, quando salirono alla superficie erano rosse di sangue, da cui il barone fu portato a credere che la sua insana curiosità aveva determinato la morte di quell&#8217;essere misterioso e affascinante».<br />
</em>( Fine seconda parte)</p>
<p><em> </em></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> F. Portinari, <em>Pari siamo! Io la lingua, egli ha il pugnale</em>.<em> Storia del melodramma attraverso i suoi libretti</em>, Torino, E.D.T., 1981 p. 106.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> W. Scott, <em>Op. cit.</em>, p. 52.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> <em>Ivi</em>, p. 23:«Lady Ashton era di una famiglia più nobile di quella del suo consorte, vantaggio di cui non mancava di avvalersi all&#8217;estremo per mantenere &#8211; ed eludere &#8211; l&#8217;influenza di suo marito sugli altri e anche la propria su di lui, a meno che questa non fosse una calunnia. [...] L&#8217;interesse – interesse della sua famiglia, se non unicamente il proprio – appariva chiaramente come il movente delle sue azioni. [...] Era stato notato ed accertato che nella maggior parte delle sue cortesie e dei suoi com-plimenti, lady Ashton non perdeva mai di vista il suo obiettivo, come il falco che alle sue evoluzioni nell&#8217;aria, coi suoi occhi penetranti persegue sempre la preda prescelta; in conseguenza di ciò un certo dubbio e un certo sospetto caratterizzavano i sentimenti con cui i suoi pari ricevevano le sue attenzioni. […] A quel che si diceva, anche suo marito, sulle cui fortune il suo ingegno e la sua accortezza avevano esercitato una così energica influenza, la considerava con rispettoso timore».</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> <em>Ivi</em>, pp. 53-54: «La tradizione, che ha sempre lavorato, almeno in Scozia, a fiorire con un racconto leggendario un luogo già di per sé interessante, aveva attribuito a questa fontana una causa di speciale venerazione. Una bella e giovane donna aveva incontrato uno dei signori di Ravenswood che andava a caccia in quei pressi, e come una seconda Egeria, si era accattivata l’affezione del Numa feudale. Si incontrarono, in seguito, di frequente, e -sempre al tramonto, avendo gli incanti della ninfale natura di lei completato la conquista che la sua bellezza aveva iniziato, tanto più che il mistero aggiungeva, per entrambi, sapore all&#8217;intrigo. Ella appariva e spariva sempre vicino alla fontana, con la quale, perciò, il suo amante giudicò che avesse inesplicabili rapporti. E poneva anche alcune restrizioni ai loro incontri che avevano, quindi, ancor sapore di mistero. Dovevano incontrarsi solo una volta alla settimana &#8211; il venerdì era il giorno fissato &#8211; e dovevano assolutamente separarsi non appena la campana della cappella dell&#8217;eremitaggio nel bosco vicino, ormai ridotta un rudere, batteva le ore del vespro. In confessione, il barone di Ravenswood mise l&#8217;eremita a conoscenza dei suo singolare amore e padre Zaccaria tirò l&#8217;inevitabile e ovvia conclusione, che cioè il suo signore si era impigliato nelle reti di Satana con pericolo sia per l&#8217;anima che per il corpo. Descrisse al barone questi pericoli con tutta la forza della retorica monastica e dipinse con i colori più spaventosi la vera natura e la persona dell&#8217;apparentemente bella naiade che non esitò a denunciare come un emissario del regno delle tenebre. L&#8217;innamorato ascoltò con ostinata incredulità e fu solo in seguito alle insistenze dell&#8217;anacoreta che acconsentì a sottoporre ad una prova l&#8217;essere e la condizione della sua amata; a tale scopo aderì alla proposta di padre Zaccaria di far suonare i vespri mezz&#8217;ora più tardi del solito alla loro prossima intervista. […] All&#8217;ora stabilita gli amanti si incontrarono e l&#8217;intervista si protrasse oltre l&#8217;ora in cui essi usualmente si separavano per il ritardo con cui il monaco suonò l&#8217;abituale coprifuoco. Nessun cambiamento si verificò nella forma esteriore della ninfa; ma, non appena le ombre allungantisi la fecero consapevole che l&#8217;ora abituale dei vespri era passata, si staccò dalle braccia del suo amante con un urlo di disperazione e dicendogli addio per sempre si tuffò nella fontana e sparì ai suoi sguardi. Le bolle d&#8217;acqua provocate dal suo inabissarsi, quando salirono alla superficie erano rosse di sangue, da cui il barone fu portato a credere che la sua insana curiosità aveva determinato la morte di quell&#8217;essere misterioso e affascinante».</p>
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		<title>“Ne congiunga il nume in Ciel”.  La Lucia di Lammermoor di Donizetti tra Walter Scott e romanticismo cattolico (Parte prima).</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 23:24:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Viagrande</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[donizetti]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia di Lammermoor]]></category>

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		<description><![CDATA[Cammarano, Scott e il sistema dei personaggi. La Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti costituisce una delle opere esemplari del melodramma romantico italiano, non solo per la musica del compositore bergamasco, ma anche per il libretto che Cammarano trasse dal romanzo di Walter Scott, The Bride of Lammermoor. La prassi di trarre un soggetto da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<div id="attachment_17585" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><strong><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/walter-scott.jpg" ><img class="size-medium wp-image-17585" title="walter scott" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/walter-scott-225x200.jpg" alt="" width="225" height="200" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">Walter Scott</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cammarano, Scott e il sistema dei personaggi.<br />
La <em>Lucia di Lammermoor</em> di Gaetano Donizetti costituisce una delle opere esemplari del melodramma romantico italiano</strong>, non solo per la musica del compositore bergamasco, ma anche per il libretto che Cammarano trasse dal romanzo di Walter Scott, <em>The Bride of Lammermoor. </em><br />
La prassi di trarre un soggetto da un’opera letteraria straniera era abbastanza consueta nella librettistica italiana ottocentesca, in quanto in Italia non vi fu la fioritura di una vera e propria narrativa romantica come in Francia, in Inghilterra ed in Germania, per cui era quasi d’obbligo, <span id="more-17572"></span>per il librettista italiano, rivolgersi ai modelli stranieri, tra i quali Schiller, Shakespeare, Hugo; tra questi un ruolo importante fu svolto dallo scrittore inglese Walter Scott, già modello, per il librettista Tottola, della <em>Donna del Lago</em> di Rossini e del <em>Castello di Kenilworth</em>. Certamente, rispetto alle opere dei suoi colleghi, quelle di Walter Scott contribuirono in modo minore alla formazione del repertorio melodrammatico, soprattutto perché ponevano alcune difficoltà dovute essenzialmente all’esigenza di ridurre a dimensioni e tempi scenici gli avvenimenti che lo scrittore inglese  aveva narrato in molte pagine; la stesura del libretto d’opera, inoltre, nel nostro Ottocento, poneva alcuni problemi attinenti anche al ruolo che i personaggi dovevano svolgere in base al loro timbro di voce, per cui il tenore, che ama riamato il soprano, doveva sempre rivaleggiare col baritono, mentre il basso si presentava ieratico, solenne.<br />
<strong> </strong></p>
<div id="attachment_17584" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><strong><strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/SalvatoreCammarano.jpg" ><img class="size-medium wp-image-17584" title="SalvatoreCammarano" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/06/SalvatoreCammarano-200x200.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">SalvatoreCammarano</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella riduzione librettistica del romanzo di Scott</strong>, Cammarano, quindi, dovette tener conto di tutte queste esigenze che non mancarono di comportare delle notevoli modifiche sia sul piano del sistema dei personaggi che su quello della <em>fabula</em>. Dal punto di vista dei personaggi, infatti, il fiero oppositore all’amore tra Lucia Asthon ed Edgardo di Ravenwood non è più la madre della donna, che, dalle informazioni sparse nell’opera, è morta<a href="#_ftn1">[1]</a>, ma il fratello Enrico, non a caso baritono, che, nella prima scena dell’opera, si presenta minacciando fuoco e fulmini contro l’amore di Lucia per Edgardo. Enrico, infatti, rivolgendosi al basso Raimondo, ieratico sacerdote che cerca di ricondurlo a più miti consigli, risponde altero:<br />
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<em>La pietade in suo favore<br />
Miti sensi invan ti detta…<br />
Se mi parli di vendetta<br />
Solo intenderti potrò.<br />
Sciagurati!&#8230; il mio furore<br />
Già su voi tremendo rugge…<br />
L’empia fiamma che vi strugge<br />
Io col sangue spegnerò. </em><br />
(I, 3)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cammarano, quindi, trasformò l’Enrico del romanzo, dipinto da Scott come un ragazzino, in un uomo</strong> a cui sono affidate le sorti di una famiglia in declino, che ha bisogno di salvare il proprio prestigio, a differenza di Edgardo, che, invece, come afferma lo stesso Enrico, <em>dalle sue rovine / Erge la fronte baldanzosa e ride!</em> (I, 1).<br />
<strong>Nella <em>Lucia </em>donizettiana la condizione economica ed il prestigio politico</strong> delle due famiglie si presentano totalmente rovesciati rispetto al romanzo di Scott, nel quale è la casata degli Asthon ad avere ancora un ruolo di prestigio; sir William Asthon, lord cancelliere e padre di Lucia, era riuscito, infatti, ad affermare la sua forza ed autorità in una situazione politica estremamente delicata che vedeva vacante il trono di San Giacomo, come avverte lo stesso Scott <em>«In quei giorni non c’era un re in Israele. »</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Uxv9wJjJfUo?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/Uxv9wJjJfUo?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
Dopo che Giacomo VI era partito dalla Scozia per assumere la corona d’Inghilterra, più ricca e più potente, esistevano, tra l’aristocrazia scozzese, fazioni contendenti, e a seconda del prevalere di questo o di quell’intrigo alla corte di San Giacomo, i poteri sovrani di delega passavano alternativamente o all’una o all’altra fazione<a href="#_ftn2">[2]</a>.<br />
A questo clima di faziosità fece riferimento anche Cammarano quando, nella seconda scena della seconda parte, Enrico, imponendo a Lucia il sacrificio di sposare Arturo e  di rinunciare ad Edgardo, afferma:<br />
<em>Spento è Guglielmo… Ascendere<br />
Vedremo al trono Maria<br />
Prostrata è nella polvere l<br />
La parte ch’io seguìa…<br />
[…]<br />
Dal precipizio<br />
Arturo può sottrarmi,<br />
Sol egli!&#8230;</em><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/W4laksd7s4o?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/W4laksd7s4o?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
<strong>La casata degli Asthon è, nella <em>Lucia</em> donizettiana, quindi, sull’orlo del precipizio</strong>, mentre Edgardo si apriva la strada ad una brillante carriera politica che lo avrebbe visto quanto prima in Francia per <em>trattar</em> […]<em> le sorti della Scozia</em>, come egli stesso dichiara nel momento della separazione dall’amata Lucia.<br />
L’assenza del personaggio del Lord Cancelliere nel libretto di Cammarano non solo consentì al librettista di porre a confronto, in un antagonismo classico nel melodramma, il baritono Enrico ed il tenore Edgardo, ma giustifica anche la difficile situazione politica in cui si trovava la casata degli Asthon. <em><br />
(Fine prima parte)</em></p>
<p><em></em>I<em>l testo è tratto da Riccardo Viagrande, Musica e poesia arti sorelle,  Casa Musicale Eco, Monza, 2005, pp. 21-28.</em><br />
<em>GBopera ringrazia l&#8217;editore che ci ha permesso la pubblicazione online<br />
</em></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Nella <em>Parte seconda</em> dell’<em>Atto primo</em> Enrico assicura Arturo sul dolore di Lucia «Dal duolo oppressa e vinta / Piange la madre estinta». Tutte le citazioni del libretto della <em>Lucia di Lammermoor</em> sono tratte da S. Cammarano, <em>Lucia di Lammermoor</em>, in <em>Il teatro italiano V. Il libretto del melodramma dell’Ottocento</em>, tomo primo, a c. di C. Dapino, Torino, Einaudi, 1983.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> W. Scott, <em>La sposa di Lammermoor</em>, trad. a c. di B. Onofri, Milano, Garzanti, 1982, p. 21</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Marian Anderson, una voce per la libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 22:48:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianguido Mussomeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Marian Anderson]]></category>

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		<description><![CDATA[Voglio ricordare qui una cantante che ha simboleggiato, nel campo della musica classica, la conquista dei diritti civili da parte degli afroamericani. Marian Anderson nacque a Philadelphia il 27 febbraio 1897. Suo nonno era nato schiavo ed era stato testimone dell´emancipazione dei neri dopo la Guerra di Secessione. Cominció a cantare nel coro di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/04/marian-anderson.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-16317" title="marian anderson" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/04/marian-anderson-154x200.jpg" alt="" width="154" height="200" /></a><strong>Voglio ricordare qui una cantante che  ha simboleggiato, nel campo della musica classica, la conquista dei  diritti civili da parte degli afroamericani.</strong> <strong>Marian Anderson</strong> nacque a  Philadelphia il 27 febbraio 1897. Suo nonno era nato schiavo ed era  stato testimone dell´emancipazione dei neri dopo la Guerra di  Secessione. Cominció a cantare nel coro di una  chiesa battista a sei anni di etá e in seguito, dopo aver terminato gli  studi  superiori, le venne negata l´ammissione alla Philadelphia Music Academy  a causa della sua razza. <span id="more-16315"></span>Il direttore  della sua scuola superiore si  offrì di aiutarla e in questo modo la Anderson potè proseguire gli studi  privatamente con Giuseppe Boghetti e Agnes Reyfsnyder, grazie anche al  sostegno di tutta la comunità nera di Philadelphia. <strong>Nel 1925 la Anderson  fece il suo debutto</strong> con la  New York Philharmonic Orchestra e tre anni dopo esordiva alla  prestigiosa Carnegie Hall. Seguirono numerose tournées in Europa, dove  la sua carriera poteva svilupparsi al riparo dei pregiudizi razziali  vigenti negli USA. Durante  una di esse, la cantante ebbe modo di farsi ascoltare da Arturo  Toscanini che la definí &#8220;una voce di quelle che nascono una volta in  ogni secolo&#8221;. Durante un giro di concerti in Finlandia potè incontrare  Jean Sibelius, che rimase anche lui profondamente colpito dalla sua voce  e scrisse per lei una serie di Lieder.<br />
<strong>Nel 1939 la Anderson doveva  esibirsi a Washington.</strong>Nella capitale, a quel tempo, era ancora in vigore  la segregazione razziale nei luoghi pubblici e nei teatri. Per questo  motivo il  prestigioso circolo &#8220;Daughters of the American Revolution&#8221; rifiutó di  concedere per la serata la Constitution Hall, in quanto riservata solo  ai  bianchi. Immediatamente Eleanor Roosevelt,la moglie del  Presidente Franklin D. Roosevelt, rassegnó le dimissioni  dall´associazione insieme a centinaia  di altri soci. Con la collaborazione dello stesso presidente degli Stati  Uniti, il  manager dell´artista, il celebre Sol Hurok, e Walter White, segretario  della NAACP (National Association for Advancing Coloured People)  convinsero il Segretario agli Interni Harold L. Ickes a concedere l´uso  dello spiazzo davanti al Lincoln Memorial.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/AkPI0VKM4Fk?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/AkPI0VKM4Fk?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object>La domenica di Pasqua del  1939  Marian Anderson, accompagnata dal pianista finnico Kosti Vehanen (suo  accompagnatore abituale e insegnante vocale per molti anni), teneva  il suo recital davanti a un pubblico di oltre 75000 persone, oltre a  milioni di ascoltatori che seguirono l´evento per radio. Come rivincita,  nel 1943 la cantante venne finalmente invitata a esibirsi sul palco  della Constitution Hall, per un concerto a favore della Croce Rossa  americana, organizzato proprio dall´associazione che l´aveva respinta  quattro anni prima, e davanti a un pubblico multirazziale.<br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/04/marian-anderson2.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-16318" title="marian anderson2" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/04/marian-anderson2-170x200.jpg" alt="" width="170" height="200" /></a>La  Anderson  proseguí poi la sua trionfale carriera di concertista fino ad abbattere  un´altra barriera razziale.</strong> Il 7 gennaio 1955, infatti, divenne la prima   cantante afroamericana della storia ad esibirsi al Metropolitan di New  York, nel ruolo di Ulrica nel &#8220;Ballo in maschera&#8221; , su invito del  General Manager del teatro Rudolf Bing e sotto la direzione del grande  Dimitri Mitropoulos. Negli anni successivi  la cantante viaggió in tutto il mondo come &#8220;Godwill ambassador&#8221; del  governo degli Stati Uniti e fu nominata dal presidente Eisenhower  delegato ufficiale alle Nazioni Unite nel comitato per i diritti  umani.<br />
Il 20 gennaio 1961 la Anderson fu invitata a cantare alla  cerimonia d´insediamento del presidente John F. Kennedy e nel 1963 cantó  alla marcia di Washington per i diritti civili prima del celebre  discorso tenuto da Martin Luther King. Insignita delle massime  onorificenze da parte del governo americano come la Presidential Medal  of Freedom, nonché di numerosi altri  riconoscimenti civili e accademici, Marian Anderson morí a Portland l´8  aprile 1993.<br />
Marianna Farm, la sua residenza di Danbury, dopo la sua  scomparsa venne trasformata in un museo a lei dedicato. Un altro museo è  presente nella casa natale dell´artista a Philadelphia, a cura della  &#8220;Marian Anderson Historical Society&#8221;.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/lAvX_UwmQzQ?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/lAvX_UwmQzQ?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><br />
Figura  storica, e non solo per motivi musicali, la Anderson </strong>possedeva una delle   piú affascinanti voci di contralto mai ascoltate sulla scena.<br />
Come  testimoniano le numerose incisioni discografiche disponibili, possedeva  un timbro di grande fascino, messo in rilievo da una tecnica eccellente e  con quelle affascinanti screziature di sensualità cha da sempre  caratterizzano le voci delle artiste di colore.<br />
Tra tutte le sue  registrazioni, consiglierei senz´altro a chi non conoscesse ancora  questa voce straordinaria la Rapsodia per contralto di Johannes Brahms,  incisa sotto la direzione di Pierre Monteux.<br />
<strong><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/04/Marian_Anderson.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-16316" title="Marian_Anderson" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/04/Marian_Anderson-158x200.jpg" alt="" width="158" height="200" /></a>Purtroppo, negli anni  migliori della sua carriera declinò sempre gli inviti ad esibirsi sulle  scene teatrali,</strong> adducendo come motivo la sua inesperienza in materia di  recitazione, ma le sue incisioni di brani operistici appartengono agli  esiti massimi della discografia di tutti i tempi e la pongono senza  dubbio tra le più grandi artiste del Novecento.<br />
Il grande tenore  Giacomo  Lauri Volpi, nel suo libro &#8220;Voci parallele&#8221;, la cita come una delle  cinque  &#8220;voci isolate&#8221; della storia del canto, dalle caratteristiche talmente  inconfondibili da non  potersi paragonare con nessun´altra. Ma, come ripeto, il motivo che mi  ha  spinto a ricordarla in questa sede é  anche il fatto che la carriera di  Marian Anderson é  stata senz´altro una delle circostanze fondamentali nel processo  evolutivo di integrazione razziale che ha  portato, nel corso degli anni, un esponente della razza afroamericana ad   essere eletto alla massima carica della nazione piú potente del mondo.</p>
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		<title>Mario del Monaco, l&#8217;Heldentenor italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 08:39:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianguido Mussomeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Mario del Monaco]]></category>
		<category><![CDATA[Otello]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando Mario Del Monaco morí, il 16 ottobre 1982, il quotidiano tedesco &#8220;Frankfurter Allgemeine Zeitung&#8221; uscí con un titolo in prima pagina che diceva: OTELLO IST TOT!. Sono rari,nella storia del teatro d´opera,casi talmente forti di identificazione tra un cantante ed un personaggio. In effetti,il tenore fiorentino non ebbe assolutamente rivali a lui confrontabili nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/03/mario-del-monaco-otello.jpg" ><img class="alignleft size-medium wp-image-15392" title="mario-del-monaco-otello" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/03/mario-del-monaco-otello-189x200.jpg" alt="" width="189" height="200" /></a><strong>Quando Mario Del Monaco morí, il 16 ottobre 1982</strong>, il quotidiano tedesco  &#8220;Frankfurter Allgemeine Zeitung&#8221; uscí con un titolo in prima pagina che  diceva: OTELLO IST TOT!. Sono rari,nella storia del teatro d´opera,casi  talmente forti di identificazione tra un cantante ed un personaggio. In  effetti,il tenore fiorentino non ebbe assolutamente rivali a lui  confrontabili nei suoi ventidue anni di frequentazione del ruolo, a  partire dal debutto a Buenos Aires nel 1950 sino alle ultime recite nel  1972 a Bruxelles, di cui é rimasta una registrazione sbalorditiva per la   freschezza dei mezzi vocali e la forza drammatica trascinante. <span id="more-15395"></span>Ma la  parabola artistica di Del Monaco non puó essere circoscritta solo alla  sua intepretazione di questo ruolo, che pure é da sempre considerato un  banco di prova tra i piú ardui per la voce di tenore  eroico-drammatico. Mario Del Monaco appartiene al ristretto numero di  quegli artisti che hanno profondamente cambiato i criteri interpretativi  del teatro lirico.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/0q_CMR0963Q?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/0q_CMR0963Q?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><br />
Dotato in natura di uno strumento assolutamente fuori del comune,</strong> faticó   non poco, negli anni di formazione, a definire i mezzi tecnici necessari   ad acquisirne una completa padronanza. Una volta completato questo  processo, il tenore toscano si impose rapidamente in virtú di una voce  eccezionale per squillo e penetrazione e di un fraseggio declamatorio  dalla forza propulsiva assolutamente senza eguali.A questo si aggiungeva  una figura scenica elegante, valorizzata da una cura estrema nei  dettagli della recitazione.<br />
<strong>Insieme a Franco Corelli, fece rivivere il mito del<em> tenore-espada</em>,</strong> in  grado di elargire acuti come stoccate capaci di far impazzire il  pubblico piú ostile. Il successo decretato dalle platee a questi  cantanti  fu determinato senz´altro anche dalla reazione all´eccesso di saccarina  e sentimentalismo che tenori come Gigli e i suoi epigoni, per esempio  Ferruccio Tagliavini, avevano imposto nell´epoca immediatamente  precedente. La stessa reazione avveniva anche nel campo della musica  leggera italiana dell´epoca, con i cantanti come Luciano Tajoli  soppiantati da quelli che venivano chiamati &#8220;gli urlatori&#8221;.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/g0tBtmy5EHM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/g0tBtmy5EHM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
Naturalmente, un repertorio prevalentemente impostato su opere come  <em>Otello ,Fanciulla del West, Pagliacci</em><em> </em>e <strong><em>Samson</em> </strong>costrinse Del Monaco a  venire a patti con alcune regole tecniche, sacrificando in parte la  flessibilitá della voce a favore dell´incisivitá del canto  declamatorio. Ma, contrariamente a quello che affermano alcuni, la base  tecnica del cantante era fondamentalmente sana. Diversamente, Del Monaco   non avrebbe potuto consentirsi 38 anni di carriera insistendo su un  repertorio tanto pesante, superando oltretutto uno stop forzato di quasi   un anno a causa di un grave incidente automobilistico negli ultimi mesi  del 1963, che rischió di  stroncargli la carriera.<br />
<strong>Tenore declamatorio, dunque, quasi una versione italiana  dell´<em>Heldentenor</em> tedesco</strong>.Infatti Del Monaco affrontó onorevolmente ruoli wagneriani  come Lohengrin e Siegmund e prese seriamente in considerazione, su  suggerimento di Karajan, la possibilitá di affrontare la parte di  Tristan. Dopo averla studiata però vi rinunció, essendosi reso conto che  la  tessitura insistente sulle note centrali non si adattava alle  caratteristiche del suo strumento.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/AxH3PyeWE6M?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/AxH3PyeWE6M?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><br />
Ma naturalmente, parlando di Mario  Del Monaco, non si può fare a meno di accennare brevemente alla sua  interpretazione più conosciuta anche dai profani, quella di Otello.</strong> L´Otello di Mario Del Monaco rimane, in tutte le sue caratteristiche,un  monumento d´epoca. Dopo di lui,i tenori che hanno affrontato la parte  hanno cercato di mettere in risalto gli aspetti piú introspettivi del  ruolo, sicuramente rendendosi conto che confrontarsi con Del Monaco sul  suo terreno era praticamente impossibile. La caratterizzazione  delmonachiana del personaggio insiste sulla forza del canto declamato,  resa esaltante dalla tempra e dal metallo della voce oltre che da un  temperamento drammatico di prima forza.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/uXjNwyJO5qY?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/uXjNwyJO5qY?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><br />
Ma la grandezza del tenore  fiorentino non puó essere circoscritta solo alla sua intepretazione del  Moro verdiano</strong>. Dovremmo parlare nei dettagli del suo eroico Chénier, del   Dick Johnson ineguagliabile per slancio e drammaticitá, del Don Alvaro  disperato nella sua ribellione al destino e della sua cavalleresca e  tragica caratterizzazione di Ernani. Però il capolavoro interpretativo  di  Del Monaco,a mio avviso,va individuato nel ruolo di Canio in  &#8220;Pagliacci&#8221;. In quest´opera la potenza drammatica del suo fraseggio, il  senso della tragedia che lo porta a trasfigurare quella che sembrerebbe  una semplice storia di tradimento coniugale in dramma universale,  portano  ad un risultato interpretativo che eguaglia e spesso supera quello  leggendario di Enrico Caruso. Un Canio lacerato da sentimenti  squassanti, espressi da un fraseggio emozionante nella sua veritá. Allo  stesso livello porrei l´intepretazione del Samson et Dalila, opera che  al  tenore richiede qualitá declamatorie che sembrano fatte apposta per  mettere in risalto le caratteristiche della voce di Del  Monaco. Personalmente, poi, trovo estremamente interessante la sua  raffigurazione di Stiffelio,l´ultima parte da lui affrontata. Una felice   intuizione,quella di riproporre un´opera allora pressoché sconosciuta e  di grande validitá.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/GKhxQVP2TVY?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/v/GKhxQVP2TVY?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><strong><br />
Professionista scrupoloso ed attento ai minimi dettagli, </strong>é ancora oggi ricordato dai colleghi per la serietá del suo approccio  all´esecuzione. Io ho avuto modo di frequentarlo negli ultimi anni della   sua vita e la sua signorilitá e disponibilitá a discutere mi colpirono  profondamente. Anche con uno studente giovane ed inesperto come ero io  allora,era sempre pronto ad offrire chiarimenti e confrontare opinioni.<br />
<strong>A quasi  trent´anni dalla sua scomparsa, gli appassionati lo ricordano  ancora come uno dei piú grandi artisti della sua epoca</strong>. Le incisioni  discografiche fortunatamente ci consentono di riascoltare tutti i  capisaldi del suo repertorio, sia nelle incisioni in studio che nelle  registrazioni dal vivo.Tra queste  ultime, sono da conoscere assolutamente <em>Ernani, Forza del Destino e  Fanciulla del West,</em> testimonianze della collaborazione con Dimitri  Mitropoulos, uno  dei piú grandi direttori della storia. L´incontro di due personalitá  artistiche di questo livello porta a risultati interpretativi  assolutamente straordinari che, riascoltati a piú di mezzo secolo di  distanza, non hanno perduto nulla della loro impressionante carica  comunicativa.<br />

<a href='http://www.gbopera.it/2011/03/mario-del-monaco-lheldentenor-italiano/othello/' title='othello'><img width="70" height="70" src="http://www.gbopera.it/wp-content/uploads/2011/03/othello-70x70.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="othello" title="othello" /></a>
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</p>
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