Pesaro, ROF 2011: un “Mosè in Egitto” tra kalashnikov e kamikaze

Pesaro, ROF 2011: un “Mosè in Egitto” tra kalashnikov e kamikaze

Pesaro, Rossini Opera Festival 2011, Adriatic Arena
“MOSE’ IN EGITTO”

Azione tragico-sacra di Andrea Leone Tottola
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi,
a cura di Charles S. Brauner
Faraone ALEX ESPOSITO
Amaltea OLGA SENDERSKAYA
Osiride DMITRY KORCHAK
Elcia SONIA GANASSI
Mambre ENEA SCALA
Mosè RICCARDO ZANELLATO
Aronne YIJIE SHI
Amenofi CHIARA AMARU’
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Roberto Abbado
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia Graham Vick
Scene e Costumi Stuart Nunn
Progetto luci Giuseppe Di Iorio
Nuova produzione
Pesaro, 9 agosto 2011

Quando una regia è d’autore, in genere non si intervista per niente il regista, dato che la sua opera parla da sé; quando poi il regista lascia libera ogni interpretazione dell’evento artistico cui ha dato il via, come ha dichiarato Graham Vick la sera della prima a Pesaro di Mosè in Egitto a RadioTre RAI, allora significa che l’artista innesca una provocazione che stimola la coscienza critica del pubblico. La recita del Mosè cui ho assistito era la generale del 9 agosto: la trasposizione temporale ai nostri giorni delle scene e costumi di Stuart Nunn in un non ben precisato territorio del Medio Oriente (Egitto al tempo della spartizione della striscia di Gaza e Cisgiordania nel 1948? Ma i palestinesi non si vedevano. Guerra del Kippur del 1973? (Ma ci sono i telefonini e i computer) c’era da aspettarsela. Due quadri ufficiali posti alle pareti laterali del teatro ricavato negli spazi dell’immensa Adriatic Arena di Pesaro raffigurano il dittatore Faraone e consorte in posa da sovrani illuminati del Medio Oriente.
Entrando in teatro si accolti dal personale di sala che indossa  gli stessi grembiuli  che ritroveremo addosso alle schiave ebree che nasconderanno delle cinture dinamitarde. Imponente la scenografia: al centro il palazzo del dittatore sinistrato dalle bombe, ai lati due ali di tre ripiani designati a a essere degli ambienti sontuosi e curati per gli Egizi, dimessi quelli  destinati agli  Ebrei. Una sorta di balcone praticabile di tubi Innocenti aggettante sul golfo mistico e ringhiere nella parte ebraica a delimitare gli squarci aperti dagli attacchi armati. Sullo sfondo vi è  un alto muro che  rendeva il senso di una spazialità ulteriore oltre l’ambito del palazzo. In basso un pianterreno di alloggi degli ebrei e il loro quartier generale dove si intravvedevano varie scene di addestramento alla guerriglia ( anche dei bambini)  e al martirio, di intercettazione telefonico-informatica e di sabotaggio delle risorse elettriche.
È lì che gli ebrei insubordinati vengono sorpresi dai pretoriani di Faraone pentitosi di aver permesso la loro partenza dall’Egitto.  Da qui l’azione ovviamente prende delle connotazioni diverse rispetto al libretto originale. Le azioni di Mosè non hanno nulla di “divino”. Perché gli Egiziani sono nelle tenebre (nel libretto il sole oscurato) all’inizio del prim’atto?  Semplicemente perchè gli Ebrei hanno manomesso  le centraline elettriche del palazzo. Cosa fa cader morti i maschi primogeniti egizi (ma stramazzano anche Amaltea ed altre donne!) nel secondo dopo le minacce del  Faraone? Un gas nervino che non tocca i primi nati ebrei (e gli altri no!?) perchè forniti di maschere antigas. Il fulmine che colpisce il povero Osiride nell’atto terzo? Un lampadario di cristallo sabotato dalle inservienti ebree, quelle stesse che nel finale del primo atto si aprono i grembiuli mostrando i timer pronti ad innescare le loro cinture bomba. Altro che pioggia di grandine e fuoco! Per tutta l’opera vi sono  continue incursioni tra le file della platea di militari armati di mitra bombe a mano,  la corsa rumorosa degli Egizi che  diffondevano (complice il progetto luci di Giuseppe Di Iorio) una particolare inquietudine tra il pubblico che già aveva assaporato l’orrore di vedere i panni insanguinati e i grumi di sangue sulle vesti bianche di figuranti che vagavano tra gli spettatori mostrando foto di cari “desaparecidos”.
A ciò aggiungiamo quelli che possono essere interpretati come  riferimenti alle sevizie di Guantanamo, con uomini  incappucciati e tenuti a quattro zampe  al guinzaglio durante il Coro dei Grandi d’Egitto dell’atto secondo e, per tutta la scena,  annusano eventuali “cimici” e ordigni per attentati. Il Mar Rosso che si divide?
Nella visione di Vick si risolve con l’abbattimento di due prefabbricati del muro di confine al tumultuoso sopraggiungere del Faraone in tenuta da generalissimo, mentre gli Ebrei, dopo aver sistemato degli ordigni a orologeria nel palazzo, attraversano incolumi il varco e coperti dal fuoco amico di un carro armato israeliano che stermina gli egiziani.
Ma non basta: un bambino (egizio o ebreo?) al quale un soldato uscito dal carro offre una tavoletta di cioccolata, sugli accordi conclusivi dell’opera, mostra la fatale cintura di kamikaze lasciando tutti nel dubbio circa l’esito. Una interpretazione della partitura di Rossini indubbiamente scioccante che lascia  aperto il varco a vari interrogativi, primo fra tutti: “Dove sono i buoni? Dove i cattivi?” Intelligibile è solo l’intenzione di Vick di stigmatizzare ogni fondamentalismo, da qualunque parte lo si voglia identificare.
E comunque, anche a detta dello stesso regista inglese, nelle poche parole pronunciate dopo la prima, una visione pessimistica e oscura di un futuro cupo e violento se perfino Mosè durante il sublime Dal tuo stellato soglio ha tra le mani il kalashnikov e lo esibisce al pubblico quasi fosse il destinatario della sua preghiera.
E veniamo alle voci. Riccardo Zanellato in Mosè, reso dai costumi attualizzanti per tutti gli interpreti di Stuart Nunn una specie di Bin Laden, onora bene la sua parte, ma la sua voce di basso, che nella generale tradiva qualche secchezza, è messa troppo a confronto con quella di Alex Esposito in Faraone dalla vocalità piena, rotonda e morbida in ogni momento anche nelle trascendentali agilità del duetto Parlar, spiegar non posso con l’Osiride di Dmitry Korchak, tenore di ampio raggio vocale e di generoso colore e volume. Giovane nell’aspetto e nella vocalità è risultato con Esposito il vero trionfatore dell’esecuzione quando, nelle scene d’insieme, nei duetti e terzetti, gli sono destinati i virtuosismi più impervi e gli acuti più stratosferici che ha affrontato non da contraltino, ma a piena voce riempiendo il teatro. Così i duetti con Sonia Ganassi in Elcia Ah se puoi così lasciarmi nel prim’atto e Qual assalto! qual cimento! indi il famoso quartetto Mi manca la voce lo hanno messo in evidente rilievo su una cantante che interpreta ruoli Colbran con una zona medio-grave abbastanza precaria e una durezza evidente nelle agilità: nell’intervento di Elcia Non reo, ma sventurato si poteva vedere la Ganassi tremolare e divincolarsi per snocciolare le diminuzioni della scrittura rossiniana; lo sforzo era sensibile anche nei salti e negli sbalzi dove allungare il collo e beccheggiare non sono propriamente un precetto belcantistico.
Sorprendente bravura quella del cinese Yijie Shi in Aronne che, già collaudato interprete al ROF del Comte Ory, si è riaffermato valido tenore rossiniano dalla pronuncia italiana decisamente migliore rispetto a Olga Senderskaya in Amaltea, soprano dal bel colore, ma dalla vocalità non ancora a fuoco; dalla sua parte è stata tagliata l’aria Ah sì spiegar vorrei (tratta peraltro da Rossini dal Ciro in Babilonia e soppressa nel Mosè già nella versione del 1819). Buone esibizioni e adeguatissime quelle di Chiara Amarù in Amenofi nel duettino con Elcia e di Enea Scala in Mambre che ha incarnato bene la doppiezza del ministro mago e longa manus di Faraone. Un coro diviso a metà fra Egizi ed Ebrei quello del Teatro Comunale di Bologna il cui Maestro era Lorenzo Fratini ha potentemente sbalzato il ruolo musicale della coralità nel Mosè e dimostrato con la propria consistente presenza vocale il primato che ha quest’opera nell’importanza attribuita al coro: nelle vertiginose dissonanze della scena delle tenebre all’inizio del primo atto e nei trascinanti concertati si ravvisavano tutti i colori timbrici delle sezioni corali.  Non a caso il Direttore Roberto Abbado sul podio della Orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha dato notevole risalto alla portata sinfonica della strumentazione rossiniana, senza nulla togliere al profilo vocale dei cantanti, fino a darne una lettura incandescente e davvero in linea con le scelte registiche e scenografiche. Foto Studio Amati Bacciardi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 comments

  1. Avatar
    Walter A. Speidel

    Devo andare all’opera per impostare prima della politica mondiale quotidiana? Mia moglie ed io sono venuto un (CH) Zurigo 3 giorni dopo Pesaro. Nella prima serie, abbiamo vissuto la guerra … cosa succederebbe se un terrorista avrebbe insinuato negli extra? Mia moglie aveva paura … Peccato per questa meravigliosa opera di Rossini, beh, che conosciamo altre performance.
    Muss ich in die Oper gehen, um die tägliche Weltpolitik vorgesetzt zu bekommen? Meine Frau und ich sind von Zurigo (CH) 3 Tage nach Pesaro gekommen. In der ersten Reihe erlebten wir Krieg… was wäre, wenn ein Terrorist bei den Statisten eingeschlichen wäre? Meine Frau hatte Angst… Schade um diese wunderbare Oper von Rossini, gut, dass wir auch andere Aufführungen kennen.

  2. Avatar
    discantus

    Rilevo con una certa delusione la tendenza anche di questo simpatico sito ad una certa indulgenza verso gli spettacoli del ROF di quest’anno di cui questo Mosè è senz’altro il riferimento culminante in negativo. A parte lo scempio e lo sperpero inutile dell’impianto scenico e dell’impostazione registica che ormai ha del “vecchio” in questa forzata e forzosa trasposizione ai giorni nostri di tristi vicende contemporanee (regie così è da anni ed anni che affliggono e deprimono il pubblico dell’ Europa teutonica e non!), rilevo una scarsa obiettività nella resa del cast vocale. Non si può fare a meno, ad esempio, di non riconoscere che la scelta del protagonista sembrerebbe quasi “funzionale” a far emergere le qualità del “Faraone” che ci sono senza dubbio, senza gridare al miracolo: ma con un vero artista e cantante per Mosè tutto si sarebbe equilibrato con un serio progetto di casting. Anche sul tenore le lodi sono un po’ troppo “sperticate”: si tratta di una discreta voce che però tende ad aprire e spingere gli acuti, cantando nei centri troppo “aperto” con poca pertinenza stilistica. La scure invece si abbatte sulla Ganassi che, in confronto della sua collega soprano, sembrava essere la Colbran, in una parte che obiettivamente non c’entrava nulla con lei. Insomma, mi sembra che a parte Abbado che, come al solito, è riuscito a dare una lettura molto convincente della partitura, questo Mosè si sposi bene con gli altri spettacoli del ROF di quest’anno caratterizzati da un’iniquità e povertà di scelte tale da preoccupare gli appassionati e gli addetti ai lavori che fossero obiettivi ed attenti!

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    Andrea Zepponi

    Riferendomi al commento lasciato dall’anonimo “discantus” faccio presente che sul lato qualitativo delle voci ( bellezza e colore ) si può discettare all’infinito perchè esso è esposto al giudizio soggettivo di ognuno, mentre dal punto di vista quantitativo ( valori musicali, tenuta del fiato, delle agilità, ampiezza ed estensione vocali e contegno scenico) l’oggettività è garantita sia pure non dalla testimonianza di uno solo ( il sottoscritto), ma dalle registrazioni e dalla testimonianza di tutto un pubblico presente. Sono io a rilevare invece che l’anonimo “discantus” ( un nome, un programma) non ha idea di come si canta Rossini e che con le sue frasi pretenziose ha voluto farsi paladino di qualcosa e di qualcuno.

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