Genova, Teatro Carlo Felice: “La rondine”

Genova, Fondazione Teatro “Carlo Felice” – Stagione d’Opera 2017-18
“LA RONDINE” (2a versione)
Commedia lirica in tre atti su libretto di Giuseppe Adami
Musica di Giacomo Puccini
Magda MARIA TERESA LEVA
Lisette FRANCESCA TASSINARI
Ruggero ROBERTO IULIANO
Prunier ALESSANDRO FANTONI
Rambaldo SERGIO BOLOGNA
Périchaud GIUSEPPE DE LUCA
Gobin DIDIER PIERI
Crébillon DAVIDE MURA
Yvette/Georgette / Un cantore FRANCESCA BENITEZ
Bianca/Gabriella MARTA LEUNG
Suzy/Lolette MARINA OGII
Un maggiordomo LORIS PURPURA
Mimi danzatori DEOS: Luca Alberti, Angela Babuin, Filippo Bandiera, Emanuela Bonora, Emilia Calabrese, Fabio Caputo, Arianna Cavallo, Francesco Collavino, Michela Cotterchio, Barbara Innocenti, Samuel Moretti, Ilenia Romano, Emanuele Rosa, Sveva Scognamiglio, Noemi Valente.
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
Direttore d’Orchestra Alvise Casellati
Maestro del Coro Franco Sebastiani
Regia, Giorgio Gallione
Scene e costumi
Guido Fiorato
Coreografie
Giovanni Di Cicco
Luci 
Luciano Novelli
Genova, 24 marzo 2018
Forse il nocciolo del problema de “La rondine” di Puccini va cercato in noi, non nell’opera. Ma andiamo con ordine: il teatro “Carlo Felice” di Genova decide di produrre una nuova messa in scena dell’ottavo titolo pucciniano. Tuttavia, nel proporlo al grande pubblico, si cerca, ancora una volta, di accostarlo a qualcos’altro: tra il ricco programma di sala e gli eventi correlati all’opera, si fa continuo riferimento a “La Traviata”, la cui storia, in effetti, pare il pozzo da cui “La rondine” sia stata attinta. Come se Puccini non fosse abbastanza. Come se “sì, facciamo La rondine, ma cerchiamo di venderla con qualcos’altro, altrimenti…”. In effetti, guarda un po’, il prossimo spettacolo in cartellone è proprio una “Traviata”, anch’ella prodotta dalla fondazione genovese.
Invece no, signori miei, vi sbagliate di grosso. Questa “Rondine” sta di diritto nell’empireo dell’opera, come Magda de Crivy, la sua protagonista, rientra perfettamente nel pantheon pucciniano. A fugare tutte le titubanze di cui sopra ci pensa, senza se e senza ma, Maria Teresa Leva: la tenevamo d’occhio da tempo, questa giovane soprano calabrese, e con quest’opera possiamo dire abbia trovato finalmente modo di esprimere la sua naturale propensione alla scena, quanto le non indifferenti capacità della sua voce. Il suo suono è duttile e tondo, propende alla forza ma non delude nei passaggi più elegiaci e sognanti, fino al vibrante dramma dell’acuto finale. Possiamo ben dire che la sua interpretazione tenga insieme lo spettacolo, e proprio quando pensiamo di esserci abituati al suo buon registro, ecco che si spinge ancora un po’ più in là, stupendoci. Certo, ad aiutarla c’è un contorno davvero stimolante: la regia di Giorgio Gallione e soprattutto le scene e i costumi di Guido Fiorato non hanno paura di osare col kitsch, di esagerare oltre il pop, ricreando non il “Secondo Impero” del libretto di Adami, ma una sorta di anni Ottanta eccessivi e citazionisti. Ecco allora che l’aria celeberrima di Doretta si canta su una enorme luna sospesa, con tanto di pioggia di glitter sul finale; ecco che Bullier (set di quel secondo atto così tanto secondo-quadro-di-“Bohème”, primo-atto-di-“Manon” e secondo-quadro-del-secondo-atto-di-“Traviata”), si trasforma in uno Studio 54 rutilante, al di là di qualsiasi Momus che si sia mai visto, con danzatori provetti, ballerine brasiliane, travestiti, marinarette, cougar, toreri, e tutta una congerie splendida di freaks, meravigliosamente interpretati sia dai danzatori della DEOS, sia dal coro, ben diretto dal Maestro Franco Sebastiani, coro che evidentemente si diverte in scena, ma non manca di strapparci un brivido sul concertato a metà del secondo atto; ecco allora che la casa parigina di Magda è una sorta di night d’altri tempi, in cui si sprecano i pianoforti e gli ospiti sembrano i personaggi di un mélo che per sbaglio siano stati inzuppati in un arcobaleno acrilico di paillettes. Questa regia circonda da vicino la protagonista, senza mai soffocarla, anzi: ne esalta la centralità. Il terzo atto, poi, lascia a bocca aperta: la spiaggia immacolata della Côte richiama per antitesi atmosfere baltiche di roseti addosso al mare, di nodosi rami sotratti alla risacca, ma anche di giardini dei ciliegi strehleriani, con Ruggero in completo sabbia e panciotto ecrù. Roberto Iuliano, nella parte del giovane innamorato di Magda, fa sfoggio di buone doti attorali drammatiche, forse per compensare una interpretazione vocale non sempre all’altezza, dell’opera e della partner: tuttavia il timbro squillante spesso riesce a cammuffare sbavature e cali. Cosa che non si può, purtroppo, dire del Prunier di Alessandro Fantoni: vocalmente faticoso; anche dal punto di vista scenico risulta sempre un po’ prevedibile, non a suo agio in un personaggio che si vorrebbe comico, operettistico. Non l’aiuta a figurare meglio avere accanto una caratterista coi fiocchi come Francesca Tassinari, bella e disinvolta, fisicamente quanto vocalmente, sorprendente in certe morbidezze vocali, mentre talvolta sui bassi cala di volume – mai di precisione: è una bella conferma di questa “Rondine”, speriamo di rivederla presto in parti ancora leggere e brillanti. Altre note positive del cast sono il sempre carismatico Sergio Bologna nella parte di Rambaldo e la mezzosoprano russa Marina Ogii, che pur in due piccole parti, dimostra la potenza vocale e il temperamento che ci aspetteremmo da altre sue compatriote. Infine, la direzione del Maestro Alvise Casellati, pur non perfetta (imprecisa, talvolta quasi caotica, più a suo agio nei “numeri chiusi” che nello scandire l’abbondante fraseggio della partitura) riesce a incorniciare dignitosamente la performance. La sensazione d’insieme è evidente: “La rondine” di Puccini è una grande opera, ma ci pone di fronte i nostri limiti, di ascoltatori e (talvolta) melomani. Riusciremo a dare al terzo atto la sua dignità, senza subito pensare al secondo di “Traviata”? Questo – uno tra le decine di interrogativi che potremmo porci, insieme con la critica degli ultimi cent’anni – è un problema nostro; se non siamo in grado di cogliere le differenze tra il brulichio bourgeois natalizio di Momus e la caotica ballroom del Bullier, è un problema nostro; se vogliamo che Rambaldo sia Giorgio Germont, o Geronte di Ravoir, è ancora una volta un problema nostro. Giacomo Puccini ha scritto un’opera originale, su soggetto originale, che, inevitabilmente, affonda le sue radici nel fior fiore del larmoyant del XIX secolo. Perché nel 1917, in piena Grande Guerra, dopo che Strauss aveva già chiuso i conti col passato, grazie a quei due capisaldi di “Elektra” e “Salome”, di opere liriche così non se ne potevano fare più, nemmeno Puccini poteva più. Ecco allora che “La rondine” diviene il primo tentativo di postmoderno nell’opera lirica, più novecentesco di tutte le elektre, poiché già così distante dall’Ottocento da poterci giocare, copiandolo, distorcendolo, amplificandolo, frantumandolo e ricomponendolo come e quanto le pare. E non a caso manca, in quest’opera, il finale tragico che avrebbe mandato in brodo di giuggiole il pubblico di trent’anni prima: ma, signori, questo è il 1917, i beni di prima necessità scaseggiano, van di moda le bombe a gas; se la sgallettata si fa i film sull’amore romantico, lei e solo lei se ne deve prendere la responsabilità, e se non lo fa, non avrà la facile via del veleno, della lama, dell’abisso. Dovrà elaborare il lutto, come tutti, e tirare avanti. Perché non siamo mica a teatro: Magda de Crivy è la vita, e non ce ne siamo mai accorti. E, anche questo, rimane un problema soltanto nostro. Foto Marcello Orselli