Giuseppe Verdi (1813-1901): “Aida”

Giuseppe Verdi (1813-1901): “Aida”
Opera lirica in quattro atti su libretto di Salvatore Ghislanzoni. Anja Harteros (Aida), Jonas Kaufmann (Radames), Ekaterina Semenchuk (Amneris), Ludovic Tézier (Amonasro), Erwin Schrott (Ramphis), Marco Spotti (Il re), Paolo Fanale (Un messaggero), Eleonora Buratto (Una sacerdotessa), Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, Antonio Pappano (Direttore), Coro dell’Accademia di Santa Cecilia, Ciro Visco (Maestro del coro). Registrazione: Roma, Auditorium Parco della Musica, febbraio 2015. 3 CD Warner Classics  0825646106639
Questa nuova registrazione di “Aida” ha come merito principale quello di farci riascoltare il vero Pappano; dopo alcuni prodotti discografici sostanzialmente retti più dal mestiere che dall’ispirazione qui ritroviamo il grande direttore che tante volte abbiamo potuto ammirare. È difficile trovare una propria via personale in una discografia tanto ricca come quella del capolavoro verdiano eppure Antonio Pappano riesce nell’impresa cogliendo pienamente l’ambiguità di quest’opera dove su una tinta notturna, crepuscolare, quasi pre-decadente si stagliano le monumentali architetture sonore dei grandi momenti eroici. Fin dai primi accordi del preludio emergono i tratti essenziali della direzione di Pappano, un taglio fortemente sinfonico che fa dell’orchestra la vera protagonista di questa edizione; i colori sono soffusi, morbidi, crepuscolari, l’agogica distesa, ampia, nobilmente scandita. L’opera scorre come il Nilo, un grande fiume – in questo caso sonoro – che riflette la luna delle luminose notti egiziane. Una lettura come questa non può che esaltare al massimo il colore ambientale del III atto così come i profumi stordenti d’oriente che emana il boudoir di Amneris. Ma proprio questo soffuso lirismo rende ancor più evidente lo scatto improvviso delle accensioni drammatiche ed eroiche nel grande concertato del I atto, nella marcia trionfale veramente eroica e solenne nelle sue dinamiche ampie e distese senza inutili smanie di velocizzare, fino alla soggiogante, titanica esplosione che accompagna la maledizione di Amneris capace di far tremare lo stesso tempio in cui viene scagliata. Inoltre in Pappano il senso teatrale si unisce ad una cura di ogni dettaglio, ad una capacità di valorizzare anche le componenti più minute senza mai perdere di vista la costruzione complessiva. A una grandissima “Aida” sul piano orchestrale e della concertazione non corrisponde la compagnia di canto che non appare dello stesso livello.
Quasi spiazzante per certi versi il Radames di Jonas Kaufmann il quale parte magnificamente tratteggiando una “Celeste Aida” di intenso lirismo senza inutili esibizioni muscolari e chiusa da un notevole si bemolle in pianissimo; di contro nel successivo concertato il tenore non convince. “Sacro fremito di gloria” non ha l’autorità necessaria e nell’insieme la voce tende a risultare poco evidente.  Questo doppio binario lo accompagnerà in tutta l’opera: di altissimo livello i momenti più lirici – spettacolare il canto sul fiato di “O terra, addio; addio, valle di pianti...” – rispetto ad una mancanza di autentica fibra drammatica nei momenti più scoperti in tal senso rovesciando quanto ci si potrebbe aspettare dal suo tipo di vocalità. Gli acuti sono alquanto personali come tecnica con una tendenza non piacevolissima ad allargare al momento dell’attacco ma una volta che la voce sale non manca di squillo e pienezza di suono.
Di Aida Anja Harteros avrebbe la voce ideale per colore e tessitura – per una volta si ascolta un’Aida con tutte le note gravi omogenee e ricche di suono –. La cantante mostra anche una certa volontà di costruire un personaggio compiuto sul versante interpretativo ma l’emissione vocale è aliena al canto italiano e risulta troppo costruita. Nonostante l’impegno gli acuti risultano duri, fissi e striduli compromettendo la linea di canto.
Ekaterina Semenchuk è un’Amneris dai cospicui mezzi vocali ma alquanto anonima come interprete, totalmente priva dello scatto ferino che il ruolo spesso richiede; si nota, inoltre, una tendenza a forzare inutilmente i gravi con un gusto decisamente obsoleto. Bravissimo invece Ludovic Tézier che non indulge sulla tradizione di fare di Amonasro un selvaggio esagitato ma canta il ruolo con eleganza sfruttando appieno la bellezza timbrica e la pulizia della linea di canto per tratteggiare un Re nobile e autorevole anche nella sconfitta. Erwin Schrott (Ramphis) è sostanzialmente un basso-baritono alle prese con un ruolo da autentico basso che lo costringe cantare in modo innaturale e l’artificiosità si sente nonostante la convinzione dell’interprete. Marco Spotti è un Re vocalmente solido – evidente il confronto fra la sua naturale vocalità di basso e quella costruita di Schrott – e curato nell’accento e nel fraseggio. Presenze di lusso quelle di Paolo Fanale (il messaggiero) e di  Eleonora Buratto (sacerdotessa). Ottima la prova del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia diretto da Ciro Visco.
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