La “Giselle” di Anna Razzi al San Carlo di Napoli

La “Giselle” di Anna Razzi al San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro di San Carlo, stagione 2017-2018
“GISELLE”
Balletto in due atti di Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges da Théophile Gautier
Musica Adolphe Adam
Coreografia di Jean Coralli – Jules Perrot
Ripresa coreografica Anna Razzi
Giselle CLAUDIA D’ANTONIO
Albreht  DENIS CHEREVYCHKO
Hilarion ERTRUGREL GJONI
Bathilde NATALIA MELE
Myrtha MARTINA AFFATICATO
Due contadini GIOVANNA SORRENTINO, DANILO NOTARO
Wilfried MASSIMO SORRENTINO
Berthe VALENTINA VITALE
Corpo di ballo e orchestra del Teatro di San Carlo
Direttore David Garforth
Direttore del Corpo di Ballo Giuseppe Picone
Assistente alla coreografia Patrizia Manieri
Scene Raffaele Del Savio 
Costumi Mario Giorsi e Giusi Giustino
Napoli, 27 marzo 2017

Giselle è senza dubbio uno dei titoli del grande repertorio ottocentesco che garantisce affluenza e gradimento costanti. Un po’ per l’attaccamento del pubblico (specie quello della danza) a ciò che è già noto, ma soprattutto perché non smette di far valere il proprio messaggio universale in cui  vicenda della protagonista si veste ogni volta di luce e di ‘abiti’ nuovi. Non solo prodotto perfetto del ballet-pantomime romantico, per via del fortunato connubio di elementi letterari, spettacolari e musicali ricchi di potenzialità espressive (per approfondire la drammaturgia di questo balletto si rinvia al seguente link, curato da chi scrive), Giselle è uno dei titoli più ambiti per le danzatrici, dal punto di vista interpretativo. È  un terreno sul quale si distingue l’artista dall’esecutore e in cui il corpo di ballo è messo alla prova in uno stile da rendere con rigore, adeguando il tutto alle aspettative del pubblico di oggi.

Operazione non semplice, che la ripresa di Anna Razzi – dall’originale di Jean Coralli e Jules Perrot (Opéra di Parigi, 1841 su musica di Adolphe Adam) a sua volta riletto da Marius Petipa – ha reso con eleganza e rispetto della tradizione. Per venticinque anni alla guida della Scuola di Ballo sancarliana, Anna Razzi ha insegnato i segreti della danza e del gesto fin dai tempi della formazione ai solisti di casa che si sono succeduti nei ruoli principali.
Solo cinque recite per tre protagoniste: dalla celebre Marianela Nuňez, che non ha bisogno di presentazioni, alle migliori danzatrici di casa Claudia D’Antonio e Anna Chiara Amirante, tra le vincitrici dell’edizione 2017 degli Oscar della Danza GBopera. Abbiamo dunque scelto, in conformità all’orientamento della nostra rivista, di seguire la recita che ha visto protagonista Claudia D’Antonio e l’esito della performance ha confermato le aspettative. Nonostante le difficoltà di un ruolo in cui i paragoni si sprecano e che spesso vede anche importanti guest star incespicare nei momenti di tensione drammatica (come la scena della follia, in cui a tutt’oggi è insuperata

l’interpretazione di Carla Fracci) o nella quintessenza dello stile romantico, in cui la danzatrice deve trascendere la tecnica e usarla in maniera funzionale alla fenomenologia del soprannaturale che è alla base del ballet blanc, la giovane sancarliana ha dimostrato di avere ottime qualità anche in questo contesto. Solitamente applaudita nei ruoli brillanti, ha dato prova non solo di sicurezza tecnica senza strafare e senza lasciarsi prendere dalla voglia di ostentare estensioni e virtuosismi, ma ha saputo dosare pulizia e tecnicismo senza perdere la freschezza dell’innocente giovane  contadina nel primo atto, offrendo al pubblico anche una interessante interpretazione della follia. L’esperienza saprà senz’altro far maturare ancor più l’attorialità drammatica,  ma era da tempo che al San Carlo questa scena non convinceva appieno, nonostante gli illustri interpreti. Musicale ed eterea nel secondo atto, ha incarnato in maniera lodevole lo spirito di Giselle anche nei punti critici, benché il partner, nei lift e in alcune sezioni ‘di leggerezza’ non fosse sintonizzato a dovere.
L’Albrecht di Denis Cherevychko (alternatosi a Vladislav Lantratov), principal all’Opera di stato di Vienna, non è di fatto apparso efficace nella gestione di un ruolo che, già per sua natura intrinseca, rischia di essere opaco. E questo non per difetti da imputare alla tecnica, quanto per una innata mancanza di carisma scenico e a causa di tratti somatici poco ‘interessanti’ da un punto di vista teatrale. L’inespressività di un volto in cui non si percepiscono differenze nella gioia e nel dolore è certo una caratteristica che poco ha a che vedere con lo studio, in quanto attributo di cui pochi possono vantarsi.
Ben calato nel ruolo di Hilarion Ertrugrel Gjoni, le cui fattezze e la cui gestualità hanno saputo rendere l’essenza del guardacaccia che è al contempo il personaggio forse più sfortunato della vicenda, perché è causa inconsapevole della morte dell’amata, della quale non riesce a guadagnare neanche il perdono e sarà punito dalle Villi, pur amando probabilmente Giselle più di Albrecht.
Ben eseguito – anche se invero poco sostenuto da un pubblico non molto espansivo – il passo a due dei contadini con Giovanna Sorrentino, moderatamente romantica (gli evidentissimi orecchini di swarowsky avrebbero potuto essere evitati in un contesto campestre), e Danilo Notaro, che altre volte ha brillato in maniera più evidente.
Martina Affaticato è stata un Myrtha austera e pulita, non sempre eterea nell’atterraggio dai grandi salti.
Il corpo di ballo diretto con attenzione da Giuseppe Picone e preparato con accortezza da Patrizia Manieri è in progressiva crescita: preciso nel primo atto, lo è stato meno nel secondo, specie nella musicalità e nella coordinazione delle file. Le meravigliose scene di Raffaele del Savio e i bellissimi costumi di Mario Giorsi e Giusi Giustino hanno contribuito al successo dell’allestimento. Lo stesso non può dirsi, purtroppo, della esecuzione orchestrale diretta da David Garforth, che spesso è apparsa dissonante con il resto della performance, in un balletto in cui la partitura –  di mestiere –  è strettamente funzionale alla drammaturgia e al carattere di situazioni e personaggi (cosa che, storicamente, contribuì al successo immediato di Giselle). Gli ottoni sono risultati spesso inidonei sia per le sonorità che per la poca precisione ritmica. La scarsa cura della concertazione della partitura ha creato, talvolta, effetti bandistici inappropriati rispetto all’azione del ballo; inoltre alcuni interventi orchestrali si sono dimostrati eccessivi come è avvenuto, ad esempio, per il triangolo, nella diagonale finale della variazione di Hilarion morente nel secondo atto, così ‘stridente’ rispetto alla compagine degli archi e perfino degli ottoni. Anche i rallentandi orchestrali risultavano esasperati nel primo passo a due del secondo atto, creando visibili problemi ai protagonisti nel reggere determinate pose troppo a lungo, in una sconnessione tra la drammaturgia della musica e quella della danza. Accade ancora oggi, evidentemente, che la scarsa considerazione di cui gode il balletto presso i professionisti della musica  porti a non pensare l’esecuzione in relazione al significato del movimento.
Ma Giselle non si smentisce e i non addetti ai lavori non vanno per il sottile, in questo senso. La città ha apprezzato ancora una volta uno dei suoi titoli prediletti, in una messa in scena elegante e pittorica in cui la sapiente mano di una delle ultime eredi della scuola ballettistica italiana, quale Anna Razzi, ha saputo fondere tradizione e moderna eleganza in un balletto che ha ancora molte cose da dire. (foto Luciano Romano, Francesco Squeglia)

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