“La Vedova allegra” al San Carlo di Napoli

“La Vedova allegra” al San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro di San Carlo – Stagione d’Opera e Balletto 2015/2016
“LA VEDOVA ALLEGRA”  
Operetta in tre atti su libretto di Victor Léon e Leo Stein dalla commedia L’Attaché d’ambassade di Henri Meilhac.
Musica di Franz Lehár    
Il Conte Danilo Danilowitch MARKUS WERBA
Hanna Glawari MARIA PIA PISCITELLI
Il Barone Mirko Zeta BRUNO PRATICÒ
Valencienne VALENTINA FARCAS
Camille de Rossillon BERNHARD BERCHTOLD
Il Visconte Cascada DOMENICO COLAIANNI
Roul de St. Brioche ENZO PERONI
Bogdanowitch MATTEO FERRARA
Sylviane FRANCESCA MARTINI
Kromow DONATO DI GIOIA
Olga MIRIAM ARTIACO
Pritschitch DARIO GIORGELÈ
Praskowia LARA LAGNI
Njegus PEPPE BARRA
Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo
Direttore Alfred Eschwé
Maestro del coro Marco Faelli
Regia Federico Tiezzi
Scene Edoardo Sanchi
Costumi Giovanna Buzzi  
Allestimento realizzato dalla Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, in coproduzione con la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, la Fondazione Teatro di San Carlo di Napoli e la Fondazione Arena di Verona.
Napoli, 22 Gennaio 2016   
Il secondo titolo per la stagione d’Opera 2015/2016 al Teatro di San Carlo è La vedova allegra di Franz Lehár. Lo spettacolo riprende la produzione andata in scena presso lo stesso Teatro nel maggio 2010, che vide il debutto nel 2009 presso il Teatro Verdi di Trieste. La “vedova napoletana” debutta in una serata quanto mai fredda per la città partenopea, che spinge il pubblico ad un ingresso rapido quanto ristoratore, offrendo anche il tempo necessario per dare un’occhiata al libretto di sala. Le premesse sono quelle giuste, ridare alla vedova la sua musica, la sua ambientazione, entrando nei dettagli del testo teatrale e del libretto, evitando, come indicato dal regista Federico Tiezzi, le concrezioni accumulatesi negli anni, eredità discutibili di numerosi interpreti, evitando così che la recitazione possa correre il rischio di sottoporsi ai soliti cliché da “vecchio teatro”. Una scelta di questo tipo può funzionare, ammessa che sia coerente fino alla fine, magari evitando l’inserimento di pezzi aggiunti da altri autori, al posto di pagine originali, che dopo aver letto tali premesse lasciano un attimo perplessi. Al di là di queste scelte, che comunque per la vedova rappresentano da sempre un’annosa questione, la regia non riesce ad essere efficace, risultando talvolta scarna e scollata. La commedia di equivoci, che condurrà la ricca ereditiera a sposare il bel Conte Danilo, è ambientata in una Parigi dei primi anni trenta del secolo scorso, nel momento della Grande Depressione. Tutto rimanda al denaro ed all’euforia che esso genera, dalle scene di Edoardo Sanchi, belle (ad eccezione dell’orrendo telo argentato posto sul proscenio) e rigorose nella loro architettura, ispirate ai saloni di Borsa, dove i titoli si avvicendano nel salire e scendere, tutto sovrastato da un grande orologio, quasi a voler sottolineare il fatto che il “tempo è denaro”, alla protagonista, Hanna Glawari, che entra in scena fuoriuscendo da una gigantesca cassaforte ed al suo apparire tutti i grafici di Borsa, costellati di segno meno o in picchiata, invertono la loro tendenza, ai gradevoli  costumi di Giovanna Buzzi.
Il Direttore Alfred Eschwé, consolidato professionista di questo genere e fine conoscitore del repertorio viennese, offre una lettura della partitura in linea con la tradizione, tempi giusti e sonorità gestite bene. Buona la prova da parte dell’orchestra, con una sezione ritmica nutrita, ma ben calibrata e attenta all’eleganza del suono. Eccessivi i portamenti nell’assolo del primo violino, come pure il vibrato troppo stretto. La protagonista Hanna Glawari, interpretata da Maria Pia Piscitelli, subentrata a Carmela Remigio per indisposizione di quest’ultima, non convince del tutto dal punto di vista attoriale, conferendo al suo personaggio movenze e recitazione eccessivamente impettita, mentre sotto il profilo vocale mostra un registro centrale vellutato e squillante, che gli permette una buona dizione chiara e timbrata. Nonostante il ruolo non preveda un’eccessiva esposizione nel registro acuto, la Piscitelli mostra un’emissione un po’ fozata e non sempre controllata nella gestione del fiato. Per contro il baritono Markus Werba, dalla vocalità assai chiara, adatta a questo ruolo, mostra notevoli capacità interpretative, conferendo al Conte Danilo l’eleganza che abbisogna. Tecnica ed emissione sicura, pur con dei limiti di brillantezza del suono. Bruno Praticò più che cantare la parte del Barone Mirko Zeta, la “parla”, ma lo fa con un profondo senso teatrale, mostrandosi interprete acuto ed originale. Nonostante ciò la sua voce presenta un’emissione faticosa e un canto sfocato. Piacevole l’interpretazione della macchietta napoletana “’A risa”, pur se distante dalle scelte registiche, denotando incongruenza fra il dire e il fare. Ovviamente, s’intenda, all’interprete va solo il merito di essere entrato appieno nello spirito partenopeo! Ricca di verve la Valencienne di Valentina Farcas.
Attenta nel delineare il suo personaggio, che in modo troppo semplicistico può correre il rischio di assumere tratti da civettuola, ma che al contrario, in questo conteso è risultata piacevolmente misurata, dal timbro morbido e luminoso e con bella musicalità, lodevole anche la sua performance da ballerina di Can-can. Il tenore Bernhard Berchtold ha interpretato Camille de Rossillon in modo corretto, con voce ben impostata anche se non eccessivamente voluminosa, leggermente carente nel sostenere i fiati, conferendo febbrilità al canto, limite evidente soprattutto nell’aria “Come di rose un cespo”. “Politicamente corrette” le numerose parti dei comprimari: Domenico Colaianni (Visconte Cascada), Enzo Peroni (Raoul De St. Brioche), Matteo Ferrara (Bogdanowitch) Francesca Martini (Sylviane), Donato Di Gioia (Kromow), Miriam Artico (Olga), Dario Giorgielè (Pritschitch), Lara Lagni (Praskowia). Ad interpretare il ruolo di Njegus l’istrionico Peppe Barra, che conquista il ruolo solo strada facendo, forse perché privato di quel tessuto dialogico che è tipico del “suo” teatro. Buona la resa del coro diretto da Marco Faelli. Nel complesso, e dispiace dirlo, lo spettacolo si trascina, non lasciando una traccia significativa, considerando soprattutto le forze in campo. Teatro gremito e applausi non del tutto convinti  da parte del pubblico, con qualche accenno di contestazione. Foto Francesco Squeglia

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