Torino, Teatro Regio: “Così fan tutte”

Torino, Teatro Regio, stagione d’opera 2017/18
“COSÌ FAN TUTTE”
Dramma giocoso in due atti su libretto di Lorenzo da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Fiordiligi FEDERICA LOMBARDI
Dorabella ANNALISA STROPPA
Guglielmo ANDRÈ SCHUEN
Ferrando FRANCESCO MARSIGLIA
Despina LUCIA CIRILLO
Don Alfonso ROBERTO DE CANDIA
Direttore Diego Fasolis
Regia Ettore Scola
Ripresa da Vittorio Borrelli
Scene Luciano Ricceri
Costumi Odette Nicoletti
Luci Vladi Spigarolo
Maestro del coro Andrea Secchi
Torino, 1 luglio 2018
Per Così fan tutte, terzo titolo del ciclo Mozart – Da Ponte chiamato a chiudere a guisa di piccolo festival estivo la stagione del Teatro Regio, si è optato per la ripresa dell’ormai classico allestimento firmato da Ettore Scola per la stagione 2002/03 e ripreso per l’occasione da Vittorio Borrelli, responsabile anche della precedente ripresa dello spettacolo nel 2012.
La parte scenica è di taglio tradizionalissimo e non manca di suggestione visiva. Le scene di Luciano Ricceri ricreano una Napoli tardo-settecentesca in cui si alternano immagini vedutistiche del tempo e suggestioni architettoniche come l’inconfondibile teoria di arcate del “Palazzo dello Spagnuolo” di Ferdinando Sanfelice trasformato nell’abitazione delle sorelle ferraresi, mentre il giardino si apriva sull’inconfondibile veduta del Golfo di Napoli ripresa da un acquerello di gusto hackertiano. Completavano il suggestivo quadro d’insieme i bei costumi di Odette Nicoletti, alternanti stilemi neoclassici e suggestioni orientali più indiane che turche con qualche guizzo di originale follia nell’orchestrina di satirelli che accompagna la festa del II atto. La regia di Borrelli deve far fronte all’horror vaqui che dominava la produzione originale e, per quanto proceda per via di levare, ancor troppo rimane in scena. Troppo controscene, troppi figuranti anche nei momenti dove dovrebbe emergere la solitudine dei personaggi, troppe concessioni alle cifre immutabili del folklore napoletano tra lustrascarpe e cornetti apotropaici. Resta uno spettacolo godibile ma una maggior parsimonia di elementi accessori non avrebbe gustato.
Per quanto riguarda la parte musicale le cose andavano invece nel migliore dei modi. Diego Fasolis dirige qui un’orchestra moderna come quella del Regio ma la dirige con il gusto e lo stile delle compagini filologiche facendo interagire in modo perfettamente compiuto le due anime coinvolte. Una direzione che opta per tempi brillanti, nervosi, teatralissimi come oggi si usa per Mozart ma che realizza queste dinamiche sfruttando la ricchezza e la pienezza di suono che l’orchestra del Regio sa sviluppare ottenendo un perfetto amalgama fra tutte le componenti. La grande conoscenza di questo repertorio si apprezza inoltre nella cura rivolta ai dettagli sia strumentali che dinamici. Vengono riaperti tutti i micro-tagli interni ai singoli brani, vengono integralmente eseguiti i recitativi – sfruttando al riguardo le possibilità offerte da un cast interamente madre-lingua – così che a mancare era solo come da tradizione la seconda aria di Ferrando “Ah, lo veggio: quell’anima bella”.
Ottima nel complesso la compagnia di canto. Per il pubblico torinese è stata una splendida rivelazione la Fiordiligi di Federica Lombardi, giovane promessa da seguire con attenzione. Voce ricca, ampia, particolarmente sonora, compatta e omogenea in tutta la gamma, ha retto senza apparente difficoltà l’impervio cimento rappresentato dalle arie di Fiordiligi strappando un autentico trionfo personale al termine di “Come scoglio”.
Al suo fianco la Dorabella di Annalisa Stroppa formava un perfetto gioco scenico oltre che vocale con la Lombardi. Il mezzosoprano bresciano con la sua figura esile, scattante e il fare civettuolo rappresentava il perfetto contraltare alla figura imperiosa e quasi ieratica della sorella. Vocalmente la Stroppa conosce alla perfezione la parte e il colore chiaro e quasi sopranile crea il giusto impasto timbrico con la Lombardi. Scenicamente è irresistibile: splendida attrice, l’artista coglie – senza mai strafare – il carattere gioioso e di grondante vitalità del suo personaggio. La parte femminile del cast era completata dalla Despina di Lucia Cirillo che del ruolo dà un ritratto forse meno gioviale e spontaneo di quanto solitamente si tenda a fare ma più maturo e cosciente del proprio ruolo, rivelandosi una perfetta teatrante e degna spalla di Don Alfonso. Il timbro è molto personale, le qualità del canto e dello stile non mancano e la lunga frequentazione barocca l’ha decisamente arricchita in tal senso. Ma a convincere è soprattutto l’interprete con la ricchezza e la varietà del fraseggio e l’impeccabile riuscita del gioco scenico così che le si perdona anche l’inutile – seppur tradizionalissima – deformazione timbrica nei panni del notaio Beccavivi.
Sul fronte maschile troviamo l’interprete forse meno convincente della produzione. Francesco Marsiglia ha una voce naturalmente splendida per timbro e colore uniti a una naturale morbidezza nel porgere che non possono non affascinare. Però in più punti la sua voce risultava troppo leggera per la parte – e non si sottolineerà mai abbastanza quanto la leggerezza dei tenori mozartiani sia più apparenza che sostanza – così che, se lo si trovava perfettamente a suo agio in “Un’aura amorosa”, un po’ più di robustezza non avrebbe guastato in “Tradito, schernito!”. Ne risultava una lettura un po’ troppo sospirosa, un po’ datata rispetto al taglio espressivo degli altri interpreti.
Guglielmo era il giovane baritono alto-atesino Andrè Schuen che al canto solido e generoso ha unito una notevolissima presenza scenica, diventando protagonista di una prova pienamente convincente sotto tutti i punti di vista. Autentico artista della parola Roberto de Candia, pur al debutto come Don Alfonso, possiede già tutte le sfumature e tutti gli accenti del ruolo. Voce chiara, autenticamente baritonale più che da basso baritono retta però da una pronuncia esemplare e da una capacità rara di dar il giusto senso a ogni parola, a ogni frase – e quali gemme di teatralità sono i recitativi di Don Alfonso se eseguiti con questa cura – che gli permette di dare al ruolo la sua giusta funzione di centro nevralgico di ogni movimento e di ogni emozione. Ottima la prova del coro che con il nuovo direttore sta mantenendo gli altissimi livelli qualitativi cui ormai da diversi anni ci ha abituato. La recita è stata dedicata alla memoria di Claudio Desderi, grande interprete del repertorio settecentesco e direttore artistico del Teatro Regio dal 1999 al 2001 scomparsa lo scorso 30 giugno.