Milano, Teatro alla Scala: “La vedova allegra”

Milano, Teatro alla Scala, Stagione D’opera e balletto 2008/2009
DIE LUSTIGE WITWE” (
La vedova allegra )
Operetta in due atti – Libretto di Viktor Leon e Leon Stein.
Musica di Franz Lehar
Barone Mirko Zeta WOLFGANG BANKL
Valencienne NINO SURGULADZE
Conte Danilo Danilowitsch WILL HARTMANN
Hanna Glawari EVA-MARIA WESTBROEK
Camille de Rossillon DMITRY KORCHAK
Visconte di Cascada DAVID ADAM MOORE
Raoul de St. Brioche ALEX KAIMBACHER
Bogdanowitsch ALESSANDRO PALIAGA
Sylvaine ELENA ROSSI
Kromw FRANCIS DUDZIAK
Olga PAOLA GARDINA
Pritschitsch ANDREA SNARSKI
Praskowia GIOVANNA DONADINI
Njegus PHILIPPE DAVERIO
Grisettes IRINA KAPANADZE, ALISA ZINOVJEVA,  ALESSANDRA VOLPE,
ELENA ROSSI, PAOLA GARDINA, GIOVANNA DONADINI
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Ascher Fisch
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Coreografia Gheorge Iancu
Milano, 11 novembre 2008

Appare sbalorditivo che un’operetta, tra le più famose e rappresentate al mondo, appaia solo oggi sul palcoscenico del Teatro alla Scala. In effetti bisogna considerare che l’operetta è sempre stata considerata spettacolo di serie “B” e pertanto in quasi tutti i teatri italiani, eccezione per il Festival di Trieste, vi è da sempre una certa reticenza. Puntualizziamo che per operetta s’intende: uno spettacolo d’argomento giocoso o sentimentale i cui dialoghi in prosa e parti cantate si avvicendano senza una sicura e prevedibile logica esterna, insieme a parti corali e a numeri di danza in un allestimento che tiene particolare conto della ricchezza scenografica. Dunque, non un declassamento, ma un genere a se stante con proprie peculiarità e storia. L’operetta ebbe origine in Francia alla metà dell’Ottocento, si diffuse quindi a Vienna a Londra nell’ultimo quarto del secolo, e conservò inizialmente caratteristiche nazionali, affini agli autori più importanti. Rifacendosi nella forma a generi già esistenti nel teatro musicale sua caratteristica principale è la stretta aderenza a temi attuali, come la satira sociale e politica o la semplice caricatura sociale abbinata al sentimentalismo. L’epoca di maggior popolarità l’ebbe durante la Belle Époque, che coincise con la massima internazionalizzazione del gusto borghese. La fase conclusiva dell’operetta si colloca fra le due guerre, accompagnata dal declino dello stesso spirito borghese ottocentesco. E’ proprio questo spirito borghese tipicamente europeo di Belle Epoque, di divertimento, spensieratezza e comicità. Altrettanto vero che allestire un’operetta tedesca non è affatto facile per la “versione” che si decide adottare. Infatti l’operetta in questione è originariamente in lingua tedesca e pertanto i lunghi e complicati recitativi sarebbero stati piuttosto ostici in un teatro non di madrelingua. Generalmente si adotta la traduzione locale ( l’inglese per la von Stade al Met, la Sutherland a Sydney, italiano per la Kabaivanska a  Roma o a Napoli) per rendere più comprensibile il testo ma soprattutto l’intricata vicenda con le doverose attualizzazioni. Alla Scala i si è scelto di eseguire la versione in lingua originale, “filologica” (come afferma Pizzi  nell’intervista nel programma di sala) eseguendo le parti cantate in tedesco e affidando a un narratore, peraltro bravissimo e simpatico come Philip Daverio, raccontare la sintesi degli eventi.  Un errore e un grosso limite. Con questa operazione sono spariti molti personaggi minori che contribuivano all’aspetto comico dell’operetta, i componenti dell’ambasciata e le loro consorti, e soprattutto il personaggio di Njegus, che fu parte recitata da tanti grandi comici, come Macario alla Rai negli anni ’60. Si aveva poi l’impressione di assistere a una sorta di selezione, molto slegata , venendo anche mancare l’essenza della comicità e della satira. Pizzi, come ormai di sua consuetudine ha firmato l’intera produzione e non ha creato l’ambiente, l’atmosfera e una recitazione  convincente e ed ironica. L’impianto scenico era simile a tanti altri suoi allestimenti visti e stravisisti negli ultimi anni: la solita scala bianca centrale, le pareti cromatiche, cosi come i costumi, gli specchi che riflettevano il teatro sul palcoscenico, tutti elementi ripetitivi. Un allestimento  in un ambiente senza tempo rendeva poco credibile una vicenda,  che  va decisamente collocata nel suo tempo con le sue caratteristiche. Sono parse apprezzabili talune citazioni al bianco e nero  dei vecchi film di Ernst Lubitsch, o la vaga somiglianza della protagonista alla hollywoudiana Jean Harlow. Sul podio, Ascher Fisch è un onesto accompagnatore e non ha certo a risollevato le sorti dello spettacolo, pur con l’importante impiego dei bravi Allievi dell’Accademia della Scuola di ballo  che hanno  dato qualche tocco di vivacità coreografica. Il cast alquanto alterno proponeva la poco più che volonterosa Eva-Maria Westbroek, troppo estranea al personaggio sia per vocalità sia per temperamento, un corretto  Danilo di WIll Hartmann,  con  scarso appeal seduttivo. Nino Sugurladze una Valencienne ben cantata, ma anche in lei  de tutto assente  al ruolo, molto meglio  di lei il Camille di Dmitri Korchak misurato e molto musicale. Discrete le parti di contorno, in particolare il Raoul di Alex Kaimbacker. Successo tiepido con poche chiamate al termine.

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