Belcanto: parola, senso, uso, storia (seconda parte)

A cavallo tra Settecento e Ottocento, e specie nella temperie classicista imperante nella cultura italiana di inizio Ottocento, la questione del bello ideale riferita all’arte del canto ha avuto sicuramente un grande ruolo nella formazione dell’espressione belcanto : lo testimoniano le Rossiniane, ossia Lettere musico-teatrali (1824) di Giuseppe Carpani in cui la parola canto ricorre spesso con espressioni bello ideale, idea del bello, buona musica, ecc. senza mai tuttavia attuare l’attribuzione dell’aggettivo bello direttamente al sostantivo canto.
Il termine viene usato in vario modo spesso fuori dalla sua odierna accezione soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento quando per alcuni autori come Giovanni Gaetano Rossi (Fidenza 1820- Genova 1886), contemporaneo di Verdi, che scrive una Raccolta di ventiquattro melodie di gusto moderno per l’amico tenore Angelo Testori dal titolo: L’arte del solfeggio e del bel Canto, opera che rivela un uso dilettantistico, dove bel Canto (sic) è espressione generica che indica semplicemente il canto d’arte esemplato su quello operistico imperante in cui non si ravvisano più i tratti virtuosistici del primo Ottocento.
A partire dalla metà del secolo la costituzione di una critica musicale professionale avrà giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’espressione, ma certamente il suo impiego trae la sua origine dall’autorità dell’epigono maggiore del belcantismo, Gioachino Rossini, il quale usa l’espressione in un contesto squisitamente nostalgico che rimanda a un tempo perduto nella celebre intervista rilasciata ad A. Michotte nel 1858. Ciò che intendeva Rossini, quando ebbe a dire che “…l’Italia aveva perso il suo bel canto…”, è anche quello che intendiamo oggi quando parliamo di belcanto e di belcantismo con la differenza che noi vi includiamo anche gli esiti ottocenteschi di quella competenza canora e virtuosistica degli evirati cantori passata poi alle prime donne di primo Ottocento tra cui la nostra Maria Felicita Malibran. Il termine invocato da Rossini soddisfaceva inoltre a due requisiti: nel primo rendeva conto della collocazione settecentesca del belcanto come appannaggio dei castrati e nel secondo adeguava il termine alla temperie neoclassica che vagheggiava nostalgicamente il passato come culla di valori estetici ed etici da riproporre nel presente.
Duole dire che successivamente l’espressione non avrà più un significato così chiaro ed univoco come quello dato da Rossini, ma conoscerà le vicende semantiche più alterne fino a buona parte del Novecento. A sensi meramente nostalgici rimanda l’espressione quando ricorre in testi di tipo specialistico, sempre in ambito ottocentesco e in un contesto musicologico conscio della diversità stilistica della musica contemporanea: un certo numero di critici e musicologi alla fine del secolo, vestendo la toga dei laudatores temporis acti, lamentano la decadenza del canto in Italia e additano rimedi e ripari usando l’espressione con un certo senso di prospettiva storica ; nell’estratto dalla Gazzetta Musicale di Milano del 1889 edito da Ricordi, Liberio Vivarelli si esprime sulla Decadenza dell’arte del canto, delle sue cause e del modo di provvedervi; in polemica con Cantelli che si pronunciava anch’egli sulla decadenza del canto in Italia adducendo come causa principale l’uso di metodi arbitrari ed erronei nelle scuole di canto e la mania di far presto di allievi e maestri, Vivarelli dice che : ” …[per Cantelli] la decadenza ha la sua radice in un concetto non vero che maestri, cantanti e pubblico si sono formati della moderna musica, cosiddetta drammatica, per rispetto all’uso che in quella si fa delle voci. Per questo appunto non posso dividere interamente l’opinione da molti tenuta ed espressa in una nota dalla Redazione del periodico sullodato[1], che cioè il quasi totale abbandono del bel canto[2] nell’opera debba considerarsi come la prima causa dell’abbandono del bel canto nella scuola. Il canto sostenuto e quello declamato che vengono principalmente in uso nella musica in discorso non richiedono[3] quella educazione accurata e completa della voce che si reputa necessaria per eseguire quella della scuola cosiddetta schiettamente italiana che durò in vigore fin verso la metà del secolo corrente…”.
Lo stesso contesto polemico e nostalgico troviamo nello scritto di Leopoldo Mastrigli che si apre con una prefazione di Delle Sedie datata 1896. Il titolo del saggio, redatto in forma di Memoria presentata a sua Eccellenza il Ministro della Pubblica Istruzione per i tipi della Paravia  è  sempre dello stesso tenore : La decadenza del canto in Italia – Cause e rimedi. Qui, nell’ennesimo contesto nostalgico, si evince che tra le cause della decadenza del bel canto ci sarebbe “secondo taluni l’abbandono della melodia in favore della melopea e infine l’ignoranza o abbandono di quei preziosi precetti che ci tramandarono gli insigni maestri della grande scuola italiana.”
(fine seconda parte)


[1] La Gazzetta Musicale di Milano.

[2] In corsivo nel testo.

[3] Secondo il pensiero dei critici con cui Vivarelli polemizza.

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