Teatro alla Scala: “L’elisir d’amore”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2009-2010
“L’ELISIR D’AMORE”

melodramma giocoso in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Nemorino ROLANDO VILLAZON
Adina IRINA LUNGU
Belcore GIORGIO CAODURO
Dulcamara RENATO GIROLAMI
Giannetta BARBARA BARGNESI
Direttore Donato Renzetti
Maestro del coro Bruno Casoni
Coro e Orchestra del Teatri alla Scala
Regia e costumi Laurent Pelly
Regia ripresa da Hans Christian Räth
Scene Chantal Thomas
Luci Joëll Adam
Maestro del coro Bruno Casoni
Produzione dell’Opéra National di Parigi e della Royal Opera House di Londra
Milano, 14 Ottobre 2010

E’ sempre piacevole assistere alla rappresentazione di un capolavoro qual è “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti, anche quando l’allestimento in questione può considerarsi riuscito solo a metà. La produzione di Laurent Pelly, con le scenografie di Chantal Thomas, ambientata negli anni 50, è molto ben ideata ed efficace in ogni suo aspetto: il primo atto si apre con un’enorme piramide di balle di fieno, sulla quale Adina si gode la sua lettura, mentre Nemorino si arrampica goffamente, nel tentativo di farsi notare dalla sua amata. La seconda scena rivela il retro di una trattoria paesana (con tanto di vista su di una spartana toilette) ed uno scorcio di strada, dove passano ragazzi e ragazze in bicicletta, o in sella ad una Lambretta, che si chiamano e si salutano allegramente l’un l’altro. In questo scenario caratteristico, fa il suo ingresso Dulcamara, in un sozzo camice bianco per darsi arie da medico, guidando un grosso furgone che trasporta di tutto: mobilio, oggetti di ogni sorta, persino un fantoccio per lo studio dell’anatomia umana e moltissimi scatoloni del magico elisire. La cura per il dettaglio scenico è ammirevole ed alcune furbe trovate per sollecitare il sorriso dello spettatore non mancano: le scorribande di un simpatico cane bassotto per il palco, oppure l’entrata in scena di un Nemorino ubriaco, a bordo di un trattore che va dritto a sbattere contro un lampione. Musicalmente parlando, la direzione di Donato Renzetti è parsa più preoccupata della coesione generale che della valorizzazione di una partitura tanto ricca di dinamiche, colori e contrasti. Ciononostante, durante la serata, sono stati numerosi i momenti d’incomprensione fra la bacchetta ed i cantanti (per dirla tutta, lo stacco dei tempi ha generato più d’un pasticcio), pur senza causare danni permanenti. L’Orchestra del Teatro alla Scala ha comunque prodotto un suono sempre bello ed omogeneo, anche se piuttosto avaro di brillantezza. Sul versante canoro ed interpretativo, la situazione non migliora. Il divo Rolando Villazon disegna un Nemorino esaltato, sia vocalmente che scenicamente, tramutando la fresca semplicità del personaggio in una comicità un po’ troppo sopra le righe, con movenze che ricordano, a tratti, quelle di un Roberto Benigni a briglie sciolte. La voce è un ricettacolo di malvezzi canori (attacchi con singulto in primis) e l’emissione risulta compromessa soprattutto dalla continua spinta che il tenore opera sul registro centrale e grave (spesso poggiandosi sulla gola), nella vana ricerca di maggior volume. Il passaggio al registro acuto appare più sorvegliato rispetto a prove passate, ma il timbro nella fascia acuta risulta come prosciugato di armonici e completamente privo di squillo. Il modo di articolare le parole, poi, è impregnato di una grandeur che non ha nulla a che vedere con Nemorino. Si aggiunga una furtiva lagrima molto sottotono, eseguita con percettibile insicurezza ed avremo una prestazione tutt’altro che indimenticabile. Irina Lungu avrebbe anche voce e fisique-du-rol adatti ad Adina, ma il suo canto è perennemente venato da una mestizia che fa piuttosto venire in mente una Maria Stuarda, tanto per restare in tema con Donizetti. E’ corretta, precisina e garbata, ma esibisce anche un timbro monocromatico, dove latita del tutto la dose di civetteria richiesta dalla parte. Canta discretamente l’aria del secondo atto (pur messa alle corde nella stretta finale) interpolando un sovracuto che, in tutta sincerità, sigla il miglior momento vocale di tutta la serata. Giorgio Caoduro impersona il sargente Belcore con prestanza fisica, ma con voce piccola e chiara, tanto educata quanto anonima. Il Dulcamara di Renato Girolami, come apre bocca, funge da cartina al tornasole rispetto al resto del cast: voce ampia, solare e splendida dizione, in linea con i caratteri distintivi del suo personaggio. Tuttavia si sarebbero potute evitare occasionali défaillances, dovute all’emissione troppo aperta di taluni acuti, mentre non avrebbe guastato una maggiore verve attoriale. Barbara Bargnesi delinea la sua Giannetta in modo sufficientemente disinvolto e quindi godibile. Su tutti e sopra tutti, il Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni, che nel suo essere esempio di affiatamento, entusiasmo e doti sceniche, finisce per essere l’elemento più accattivante di questo spettacolo. Fotografie di Marco Brescia & Rudy Amisano, Archivio Fotografico del Teatro alla Scala

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