Belcanto:parola, senso, uso, storia (terza parte)

Tra le diverse accezioni del termine si attesta quindi un aspetto che doveva avere molta fortuna nella musica d’uso del tempo, quello in cui si  identificava  il belcanto con la bella melodia italiana che tanto operava nell’immaginario dei dilettanti nei salotti d’Europa. Il virtuosismo settecentesco e rossiniano non era più il linguaggio esclusivo dell’opera nel secondo Ottocento e alla limitata competenza dei consumatori di musica da salotto rimaneva da vagheggiare la bella e appassionata melodia che doveva essere ambasciatrice privilegiata del belcanto italiano in un’epoca che vedeva la crescente integrazione della vita musicale su scala internazionale anche nei termini di consumo e di mercato della musica e del repertorio.
Questa ottocentesca vaghezza di significato del termine continua nel Novecento, quando, come è ovvio pensare, trapassa anche in ambito letterario e viene citato da autori di prosa e di poesia in contesti sempre fortemente deformanti o banalizzanti: un esempio in ambito poetico è quello offerto dal crepuscolare Guido Gozzano nella lirica L’amica di nonna Speranza ; qui si fa riferimento non al termine preciso, ma al genere di canto settecentesco rappresentato dal Giordanello[1]. Nei versi 31-42 del testo emerge tutta la carica ironica del poeta che inscrive tale musica vocale tra le buone cose di pessimo gusto.
Se in Gozzano troviamo tale intento ironico e deformante, in un altro contesto letterario il termine viene citato indicando con esso il canto italiano nella sua accezione più internazionale e popolare del primo Novecento: le arie da camera di Tosti, espressioni di un larvato decadentismo o quelle del verismo più corrivo di un Leoncavallo. Nel romanzo di Elsa Morante del 1948, Menzogna e sortilegio, l’autrice mette in scena una protagonista che vive in una sorta di carcere famigliare che viene demistificato grazie a un’analisi impietosa con cui mette a nudo i meccanismi psicologici e sociali di un mondo piccolo-borghese attraverso un linguaggio ridondante e barocco, carico di stilemi romantici e usato in chiave ironica.
Vediamo come anche in questo contesto il termine assume una connotazione deformante e non in linea con una prospettiva storica, ma viene  attualizzato rispetto alla sua accezione corrente al tempo della stesura del romanzo. Questo il testo della Morante: “ … Certe sere, sentendosi nervoso e stanco, [Edoardo] incominciava a dirgli: Cantami qualcosa, Francesco, ho voglia d’ascoltare la tua bella voce. Vediamo, che cosa mi canterai? A me piacerebbe di sentire L’aurora di bianco vestita[2] … oppure, no, Cosa c’era in quel fior che m’ hai dato[1]Volentieri egli sedeva al piano per accompagnare la voce dell’amico; e cessando di suonare, al tacere del canto, esclamava con infatuazione adulatrice: – Forse un giorno, io non sarò che uno del pubblico, in un grande teatro d’Opera di qualche metropoli d’Europa, e tu sulla scena, nel trionfo degli applausi, simile ad un eroe…- Ma non tardava a soggiungere, con una piccola risata: – E forse invece canterai delle strofette in un caffè-concerto di quart’ordine, fra lazzi e buffonate, e poi girerai col piattino… Ed io, riconoscendoti a stento, griderò infine: “Francesco, sei tu! A qual grado ti sei ridotto!”, e ti abbraccerò singhiozzando!- Certe volte, invece d’incoraggiarlo al bel canto, gli consigliava di non indulgere alla propria passione per quell’arte, ricordandogli i più seri compiti per i quali, forse, egli era nato…”
I titoli citati nel brano assurgono ad esempi di bel canto o perlomeno di arie appartenenti al repertorio di qualsiasi dilettante da salotto che si riprometteva di far bella figura cimentandosi in un genere così lontano da ciò che noi intendiamo per belcanto quanto diffuso nel sentire comune del tempo. Questo per gran parte del primo Novecento anche ad opera di una cultura massificata che, sull’onda di una discografia di maniera, non distingueva gli stili musicali e non aveva una prospettiva storica affinata. È anche ovvio rievocare la consuetudine in voga dai primi del Novecento di attribuire i ruoli Colbran e Malibran delle opere rossiniane e belliniane a sopranini leggeri che, in mancanza di peso vocale e di una giusta lettura interpretativa, esibivano solo le capacità iugulari o al massimo l’abilità nella coloratura ricadendo in quello sterile virtuosismo di maniera avallato tra l’altro dal gusto floreale del tempo che si identificava con lo stile liberty.
Troviamo ricorrere l’espressione anche nel romanzo Sorelle Materassi (1934) di Aldo Palazzeschi, il quale la usa descrivendo l’abitudine della arcigna sorella Giselda di sottolineare la propria estraneità alle vicende delle altre sorelle Teresa e Carolina soggiogate dall’amato nipote Remo, cantando brani di arie d’opera: “Lasciar le sorelle alle prese col nipote e magari con la serva e limitandosi, se mai, a far sentire dal primo piano un motivetto sentimentale, patetico, nostalgico, e magari eroico o comico, a seconda dei casi, proprio nel momento in cui quelli del piano disotto si trovavano nelle disposizioni di spirito meno adatte per gustare il bel canto. In modo che le vicende gravi della famiglia si svolgevano in musica come quelle dei melodrammi.”
Da un uso vulgato del temine si passa, come da un eccesso all’altro, ad un suo uso specialistico altrettanto inadeguato: ad esempio Vittorio Ricci nel suo volumetto La tecnica del canto[2], non distingue più il canto cinque-seicentesco da quello settecentesco e ingloba tutti nella stessa definizione di bel canto. Lamentando anch’egli la decadenza vocale in Italia si esprime in questi termini: “Dov’era dunque il bel canto del ‘5 e ‘600, dove il sincero entusiasmo dei neofiti della nuova scuola propugnata dalla  Riforma fiorentina?”
L’attuale significato che tutte le persone di gusto e di certa competenza danno alla parola belcanto si fa strada con Armand Machabey che scrive nel 1928 una monografia intitolata : Il bel canto, opera pubblicata in Italia solo nel 1963.
Egli si esprime così: “La stessa espressione belcanto appartiene piuttosto ai dilettanti che non agli artisti. Si pretende risalga alla fine del XVII secolo, ma cantanti famosi e didatti che lasciarono opere teoriche intorno alla loro arte, come Tosi e Mancini non ricorsero mai alla espressione bel canto. Non vi sono d’altronde particolari ragioni per rinunciare al cliché belcanto: esso è per lungo uso acquisito alla tradizione e ciascuno sa più o meno approssimativamente ciò che designa. Importante è ricordare come la cosa sia più antica dell’espressione con cui la si indica; essa corrisponde ad un atteggiamento dell’animo umano e ricorre in testi letterari, ma soprattutto musicali di un autentico interesse per il musicista, qualunque sia.”
Le osservazioni di Machabey sono di acutezza formidabile, sennonché, perseguendo un intento definitorio sempre più assoluto, egli indica con belcanto, più che un preciso stile in un preciso momento storico, una categoria ricorrente in tutta la storia musicale a partire dall’antica Grecia  (se non dall’antico Egitto) e che solo nel 1650 –1700 conoscerebbe  il suo apogeo di classicità. (!)
Se poi ci si chiede quali siano le costanti che permettono a Machabey l’individuazione dei tratti belcantistici, la risposta è che egli considera belcantismo l’uso melismatico e virtuosistico della voce, cioè la capacità di diversificare l’emissione canora che assegna una nota a una sola sillaba con quella che invece usa più note sulla stessa sillaba. La differente intelligibilità del testo cantato è l’elemento discriminante tra le due modalità canore.
È comunque il primo studioso del Novecento che mostra di avere una vera prospettiva storica e la consapevolezza di dover comprendere con il termine belcanto un significato tecnico connesso a scopi espressivi. A questo punto non è necessario invocare la ricerca musicologica e filologica degli ultimi trent’anni e non è certo in questa sede che si debbano tessere le lodi o menzionare i progressi nel campo della prassi esecutiva, della riscoperta del repertorio da quello barocco a quello  rossiniano e del recupero della tradizione belcantista (operata peraltro già da una Callas in tempi non sospetti), ma è certo grazie ad essa se una nuova sensibilità per il termine belcanto trapela in un autore come Gesualdo Bufalino, che nel 1981 pubblica il romanzo Diceria dell’untore. In questo la parola viene usata secondo un significato molto più aderente al nostro concetto.
Questo il testo di Bufalino: “…. Tali, press’a poco, le parole di Marta. E posso averci aggiunto qualche trucco di crome, ci casco sempre. Ma l’intonazione era quella: febbricitante, tenera, pomposa. Un assolo di belcanto che pareva invocare nello stesso tempo applausi e misericordia…”
Non credo che esistano espressioni  più adatte ed eloquenti per evocare all’immaginazione di  un lettore medio, e non necessariamente musicista, ciò che si intende oggi per belcanto.
( Fine )

P. ADUEY : Belcanto in its Golden Age ( New York, 1951)
R. CELLETTI, Storia del belcanto,  Discanto,( Fiesole 1983)
V. FUCHS: The Art of Singsing ( London 1963)
D. GALLIVER : Cantare con affetto : Keynote of the bel canto , S.M. VIII (1974)
A. MACHABEY, Il bel canto ( Parigi, 1928)
A. MICHOTTE : “An evening chez Rossini” 1858, Opera , XVIII (1967)
V. RICCI: La crisi del belcanto ( Firenze, 1915)
F. THOMAS:Belcanto: die lehere des Kunstgesanges nach der Altitalienischen Schule (Berlin 1968) .
A.A. V.V. La grande letteratura italiana Einaudi , 2000


[1] Si tratta dell’aria da camera Malia con versi di R. E. Pagliara e musica di F.P. Tosti.
[2] V. RICCI La tecnica del canto, Livorno, R. Giusti Editore, 1920.
[1] Nel passo viene citato per esteso il testo dell’aria Caro mio ben, attribuita tradizionalmente a Giuseppe Giordani.
[2] L’aria è nota come Mattinata di R. Leoncavallo.

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