Brescia, Teatro Grande: “Die Zauberflöte” (Il flauto magico)

Brescia, Teatro Grande – Stagione Lirica 2010
“DIE ZAUBERFLÖTE (Il flauto magico)
Opera in due atti, Libretto di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
La Regina della notte CLARA POLITO
Monostato ANICIO ZORZI GIUSTINIANI
Pamina SERENA GAMBERONI
Papagena LAURA CATRANI
Papageno FILIPPO BETTOSCHI
Sarastro STEFANO RINALDI MILIANI
Tamino LEONARDO CORTELLAZZI
Prima Dama LOREDANA ARCURI
Seconda Dama ANGELA NICOLI
Terza Dama LORENA SCARLATA
Primo Armigero/Secondo Sacerdote MARCO VOLERI
Secondo Armigero/Primo Sacerdote ALESSANDRO CALAMAI
Primo Paggio SILVIA SPRUZZOLA
Secondo Paggio BEATRICE PALUMBO
Terzo Paggio SIMONA DI CAPUA
Coro del Circuito Lirico Lombardo
Orchestra “I Pomeriggi Musicali”
Direttore Oliver Gooch
Maestro del Coro Antonio Greco
Regia, scene e costumi Eugenio Monti Colla
Light Designer Roberto Gritti
Allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, Teatri s.p.a. di Treviso e Teatro dell’Aquila di Fermo, Coproduzione dei Teatri del Circuito Lirico Lombardo: Ponchielli di Cremona, Grande di Brescia, Sociale di Como, Fraschini di Pavia
Brescia, 31 Ottobre 2010

Tutto esaurito al Teatro Grande di Brescia per “Die Zauberflöte” (Il flauto magico) di W.A. Mozart. La veste fiabesca di questo capolavoro settecentesco intriso di illuminismo, giusnaturalismo e carico di simbolismo massonico, esercita da sempre un grande charme sul pubblico di ogni età. L’allestimento proposto dai Teatri del Circuito Lirico Lombardo nasce dalla maestria di Eugenio Monti Colla, direttore artistico della Compagnia marionettistica Carlo Colla e Figli. Questa produzione ha il merito non comune di unire semplicità ed efficacia, sortendo esiti di notevole fascino visivo. In questo senso, ogni elemento scenico azionato da marchingegni a corde, tiranti o manovelle (con palese richiamo alle tecniche teatrali in uso all’epoca di Mozart) è frutto di estrema cura artigianale e costituisce uno dei punti di forza dello spettacolo. I tre coloratissimi genietti in cima ad una cremosa nuvoletta sospesa sul palco, ad esempio, sono qualcosa che non ci si stancherebbe mai di guardare; come pure le simpatiche sagome di leoni dagli occhi rubineschi che accompagnano le apparizioni dei sacerdoti del sole. I costumi non sono forse allo stesso livello delle scenografie (piuttosto dozzinali quelli delle tre dame), ma contribuiscono comunque alla riuscita complessiva dell’idea registica. Oliver Gooch dirige orchestra e cantanti in modo sicuro, con la tendenza più a valorizzare le dinamiche (con chiara predisposizione al forte), che ad evidenziare le trasparenze sonore di cui la partitura è fitta. La Pamina di Serena Gamberoni vale, da sola, l’ascolto dell’opera. Voce di soprano lirico-leggero luminosissima, di bel timbro ed emissione che rasenta la perfezione. Non c’è attimo in cui venga a mancare l’omogeneità di tutta la gamma: dalle note centrali, che sono morbide, pulite e caratterizzate da una presenza invidiabile (la voce si espande perfettamente poggiata sul fiato e priva di qualsiasi asperità, permettendo al soprano un controllo delle messe di voce e dei pianissimi da manuale) fino ad acuti raggianti e permeati di un brillìo suggestivo. L’interprete poi, è sempre partecipe, mettendo in luce l’aspetto più volitivo e determinato del personaggio. Clara Polito nei panni della Regina della Notte si destreggia sufficientemente nella prima aria e stentatamente nella seconda, dove le evidenti stonature in corrispondenza delle vette del pentagramma, smorzano l’entusiasmo del pubblico che, pur bendisposto, saluta la cantante con tiepidi applausi. Leonardo Cortellazzi fa esprimere Tamino con un canto levigato e molto musicale, ma il timbro è un poco fibroso e pena della mancanza di armonici, soprattutto nel registro acuto. Filippo Bettoschi, coadiuvato molto bene dalla spigliata Papagena di Laura Catrani, è un Papageno abbastanza simpatico (del resto, con tale personaggio, è praticamente impossibile non esserlo), ma stupisce il constatare che il volume del parlato sia superiore a quello del cantato, segno che qualche cosa nell’emissione del baritono andrebbe sistemata. Stefano Rinaldi Miliani (Sarastro) presenta un tipico difetto connaturato a molte voci di basso profondo: un vibrato largo e laborioso. Evita, tuttavia, di tubare l’emissione (altro difetto comune a questa tipologia di voci), guadagnando in volume e proiezione; inoltre spetta proprio a lui la palma del costume più bello. Il Monostato di Anicio Zorzi Giustiniani esibisce buone doti di cantante-attore e gestisce la sua presenza scenica con vivacità. Discrete, anche se non precisissime, le tre dame di Loredana Arcuri, Angela Nicoli e Lorena Scarlata. Foto Rastelli per gentile concessione del Teatro Grande di Brescia

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