Firenze, Teatro Comunale: “La forza del destino”

Firenze, Teatro Comunale, Stagione Lirica 2010
“LA FORZA DEL DESTINO”
Melodramma in quattro atti  su libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma Don Alvaro o la fuerza del sino di Angel Perez de Saavedra
Musica di Giuseppe Verdi
Il Marchese di Calatrava ENRICO IORI
Donna Leonora VIOLETA URMANA
Don Carlo di Vargas ROBERTO FRONTALI
Don Alvaro SALVATORE LICITRA
Preziosilla ELENA MAXIMOVA
Il padre guardiano ROBERTO SCANDIUZZI
Fra Melitone ROBERTO DE CANDIA
Curra ANTONELLA TREVISAN
Mastro Trabuco CARLO BOSI
Un alcade FILIPPO POLINELLI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Zubin Mehta
Maestro del Coro Piero Monti
Regia Nicolas Joël
Scene Ezio Frigerio
Costumi Franca Squarciapino
video e proiezioni Sergio Metalli, per Ideogamma Rimini
Coreografia Sabine Mouscardès
Luci Jürgen Hoffmann
Firenze, 26 novembre 2010
Che si tratti di un’opera complicata da tanti elementi è innegabile: una serie di voci di sicuro impatto e spessore chiamate a esprimere le situazioni più drammatiche e strazianti; poi le parti corali, non sempre facili da amalgamare con quelle dei protagonisti e quella vocazione al bozzettistico finanche al comico in un’opera che dire tragica è dire poco, per non parlare della macchina scenica ricchissima di ambienti così diversi da  richiedere pertinenza e verosimiglianza…insomma una vera jattura! Se pensiamo alla jella che grava su quest’opera nell’immaginario comune, si può anche ipotizzare che Verdi se la sia proprio cercata costruendo un melodramma veramente difficile; non che le difficoltà già insite nel libretto e nella struttura scenica possano fungere da scusanti per le messe in scena mediocri, ma semmai da attenuanti in presenza di buona volontà ed energie generose messe in campo; tale è il caso della Forza del destino al Comunale di Firenze,  con un cast di tutto rispetto, almeno nelle potenzialità.
Il taglio ottocentesco dato dalla scenografia e dai costumi risultava piacevolmente integrato con la vicenda: piacevole anche il richiamo all’anniversario patriottico nel famigerato Rataplan del terz’atto con relativo sventolamento di tricolori: le masse corali, ben dirette come difficilmente si può vedere per la Forza, descrivevano sulla scena movenze misurate e confacenti alla situazione scenica (sapido e suggestivo l’episodio con Fra Melitone- De Candia; e questo tanto per notare che il lavoro di regia e coreografia c’erano, eccome! La novità della lettura scenica dell’opera verdiana trapelava in ogni atto, a cominciare dal primo in cui il Marchese di Calatrava si spegne senza essere assistito dal solito codazzo di servitori, fino alla fine dell’opera in cui Leonora muore uccisa in scena dal fratello Don Carlo, cosa inusuale nella storia interpretativa e sintomo di un preciso taglio registico che ha voluto portare alla vista del pubblico un dato ineludibile della vicenda senza ricorrere al solito andirivieni dentro e fuori scena; citazioni evidenti e funzionali dal film viscontiano Senso emergevano a tratti anche dal semplice personaggio di Curra.
Per venire alle voci, dirette da una bacchetta di comprovato e palese magistero verdiano, quella di  Zubin Mehta, va detto che il cast poteva definirsi davvero fortunato in barba alla proverbiale jella che accompagna l’opera: cosiddetti comprimari, ma io preferisco parlare di coprotagonisti nel caso di un melodramma in cui lo sfondo storico-corale irrompe in gran parte nella vicenda particolare, hanno illustrato egregiamente e con dovizia vocale e scenica i tratti del Marchese di Calatrava, di Curra, dell’alcade e di Mastro Trabuco, personaggi importanti per il colore ambientale; intelligente, generoso nella cavata di voce e ampio nel gesto e nella portata nobile del fraseggio è il Padre guardiano di Roberto Scandiuzzi, in splendida forma vocale; la difficilissima parte di Fra’ Melitone, assolta brillantemente da Roberto De Candia, bastava da sola a indicare la qualità del cast e delle forze messe in campo e ha delineato un personaggio verosimile e capace di spiccare con la proprio indiscussa individualità nel duetto con il Padre Guardiano nel quart’atto, senza ricorrere ad effettacci extramusicali. Frizzante e dotata di quelle prerogative che possono alludere a una Carmen era la Preziosilla di Elena Maximova, con quel tanto di coloratura e quadratura necessarie ad onorare una parte per vari aspetti virtuosistica, e il fisico in tono per il lato vagamente soubrettistico della parte. Per venire alle prime parti, il Don Carlo di Vargas di Roberto  Frontali aveva il giusto colore verdiano: dizione sonora e sicura sia nel sillabato del secont’atto, Son Pereda, sia nelle parti dal canto spiegato e di vario registro come il duetto con il tenore, Or muoio tranquillo,  l’aria con cabaletta Urna fatale e gli altri duetti drammatici con il tenore, dove ha mostrato grande tenuta e uguaglianza vocale: in particolare il secondo duetto del terzo e quello quarto atto hanno ottenuto entusiastici (e meritati) applausi  a scena aperta.
Nella recita del 26 il tenore Salvatore Licitra in Alvaro ha risolto onorevolmente le asperrime difficoltà della parte; l’ampiezza notevole e  pressoché unica nell’odierno panorama lirico, della sua voce, nonché il colore brunito hanno sbalzato un personaggio verdiano di attendibile verità vocale; anche se non sempre il fraseggio e la dinamica hanno seguito lo spartito alla lettera, le espansioni e gli accenti sono stati di sicuro impatto sul pubblico. Infine la Leonora della Violeta Urmana, che sta seguendo il suo percorso sopranile dopo una brillante carriera di mezzo soprano, va ascritta agli esiti di una evoluzione vocale e artistica di una grande cantante dalla spiccata personalità, la quale attraversa una fase di sperimentalismo interpretativo; se non si può dire che il ruolo vocale le si attagli compiutamente in ogni dettaglio, va apprezzato l’impegno e l’indubbia abilità di rendere il dovuto accento verdiano nelle frasi del duetto con il tenore, Son tua, in quello con il basso del second’atto e nel terzetto finale dove è emerso di più quell’elemento che è sempre più raro da trovare nei teatri d’opera: la capacità di comunicare emozioni e commuovere.


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