Bergamo Musica Festival: “Don Pasquale”

Bergamo, Teatro Donizetti, Bergamo Musica Festival 2010
“DON PASQUALE”
Dramma buffo in tre atti di Giovanni Ruffini
Musica di Gaetano Donizetti
Don Pasquale PAOLO BORDOGNA
Norina LINDA CAMPANELLA
Ernesto IVAN MAGRI’
Malatesta CHRISTIAN SENN
Un notaro LUIGI BARILONE
Orchestra e Coro Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti
Direttore Stefano Montanari
Maestro del Coro Fabio Tartari
Regia Francesco Bellotto
Scene Massimo Checchetto
Costumi Cristina Aceti
Disegno luci Claudio Schmid
Nuovo allestimento del Bergamo Musica Festival in coproduzione con la Fondazione Teatro Coccia di Novara
Bergamo, 3 Dicembre 2010

Insolito e molto personale il “Don Pasquale” messo in scena al Teatro Donizetti di Bergamo che conclude la stagione lirica 2010 del Bergamo Musica Festival. I punti focali di questa nuova produzione sono indubbiamente la concezione registica e scenica del Direttore Artistico del Teatro stesso, Francesco Bellotto e la lettura invero originale che, del protagonista dell’opera, dà il baritono Paolo Bordogna. Bellotto ambienta la narrazione operando uno split essenziale tra il mondo antico da cui Don Pasquale proviene e quello moderno che appartiene alla giovane coppia di innamorati e che si ispira scenicamente agli anni ’60 nella loro accezione più innovativa e di rottura. Le scene di Massimo Checchetto sono perfettamente calibrate su tale concezione, così come i magnifici costumi di Cristina Aceti omaggiano la moda, ma anche il cinema, dei “favolosi ’60”. Paolo Bordogna ha in mente un Pasquale da Corneto che rappresenta la summa dello stile, dell’eleganza e della compostezza tipici di un’epoca passata, dall’effetto molto fané. Innanzitutto questo Don Pasquale ha fascino da vendere, con la sua bianca chioma impomatata che fa venire alla mente Richard Gere e con una figura snella, impreziosita da un nobile portamento (volutamente sporcato da un leggero accenno di zoppìa). Il suo personaggio appare quindi come un anziano e distinto signore piuttosto che il vecchio becero e panciuto della tradizione. Così, quando Norina-Sofronia si riferisce a lui tacciandolo di essere un uom decrepito, pesante e grasso e la conseguente espressione incredula di Don Pasquale, il tutto suona come un insulto femminile perfido e gratuito, proferito con la sola intenzione di ferire. In quest’ottica Bordogna realizza un protagonista verso il quale l’empatia del pubblico è totale. Il momento dello schiaffo costituisce l’apoteosi di tale visione: un improvviso cambio di luci dà inizio allo scioglimento della scenografia,che collassa lentamente su se stessa, cullata dalla straziante musica di Donizetti, mentre par di scorgere lacrime vere negli occhi di Bordogna, tutto assorbito in una dolente catarsi. Il cantante poi, non è da meno dell’attore. Di rado, in tempi recenti, tale parte è stata cantata con altrettanta dovizia di particolari, soprattutto per quanto concerne l’esecuzione di tutte le indicazioni dinamiche ed i segni d’espressione scritti da Donizetti, la chiarezza di dizione, il legato nei recitativi, la precisione ritmica nei sillabati (la sezione conclusiva del duetto con Malatesta, peraltro eseguita con un’unica presa di fiato), l’uso del cantato per frasi che solitamente vengono parlate. Insomma, Bordogna si riconferma un cantante-attore di classe, capace di trovarsi a suo agio in qualsiasi terreno interpretativo. Accanto a lui la travolgente Norina di Linda Campanella. Il soprano appare in forma vocale smagliante, in una parte che le si confà a meraviglia. Disinvolta e coinvolgente, questa Norina fa il suo ingresso con un look alla Jane Fonda in Barbarella che accende più d’un sussulto tra il pubblico. L’aria scorre brillantissima e gradevolmente abbellita in un’esecuzione immune da difetti. E via così per tutta l’opera, dove la Campanella fa valere le ragioni di una fresca coquetterie. In sostanza, si ritrovano le belle qualità già riscontrate nella sua recente Gilda bergamasca, rese più efficaci dalla maggiore fusione vocale con il ruolo. Christian Senn (Malatesta) ha una voce il cui morbido impasto, unitamente ad un volume generoso, si fa apprezzare notevolmente, anche se latitano un poco i colori. Tuttavia, la sua recitazione è sempre elegante e misurata, riuscendo così a comporre un ritratto piacevole. Purtroppo, ogni rosa ha la sua spina: il tenore Ivan Magrì, nonostante un timbro molto interessante, dimostra di avere qualche falla tecnica da risolvere. Il registro centrale appare piuttosto teso ed il percorso che conduce all’acuto suona particolarmente difficoltoso. Se la canzone fuori scena al terzo atto riesce discretamente, lo stesso non si può dire del difficile duetto con Norina (bellissime qui, le luci ultraviolette di Claudio Schmid, che creano un fondale stellato da paese dei balocchi), in cui le stonature sono di entità tale da trascinare nel baratro anche il malcapitato soprano. Inoltre, una diversa mise avrebbe giovato a questo Ernesto, che si presenta indossando un costume da pittore bohémien più piccolo di circa due taglie. Sul podio, Stefano Montanari sembra possedere velleità sinfoniche spiccate, dato che la sua direzione è tutta all’insegna dell’ipertrofia sonora, coadiuvato da un organico orchestrale denso, in cui gli strumenti solisti non si coprono certo di gloria. Il Coro del Bergamo Musica Festival è invece simpaticissimo nel “Che interminabile andirivieni”, eseguito con sicuro aplomb. Foto per gentile concessione del Teatro Donizetti di Bergamo


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