Jesi, Teatro Pergolesi: “Il Trovatore”

Jesi, Teatro Pergolesi, 43esima Stagione Lirica di Tradizione
“IL TROVATORE”
Dramma in quattro parti di Salvatore Cammarano, da dramma El Trovador di Antonio Garcìa-Gutiérrez
Musica di Giuseppe Verdi
Edizioni Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano
Conte di Luna DARIO SOLARI
Leonora ANNA KASYAN
Azucena ANNA MALAVASI
Manrico ANTONIO CORIANO
Ferrando DEYAN VATCHKOV
Ines LAURA BALDASSARI
Ruiz e Un Messo GIORGIO TRUCCO
Un vecchio zingaro DIEGO MANTO
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Orchestra giovanile “Luigi Cherubini”
Direttore Nicola Paszkowski
Maestro del Coro Corrado Casati
Regia e ideazione scenica Cristina Mazzavillani Muti
Costumi Alessandro Lai
Luci Vincent Longuemare
Visual director Paolo Micciché
Immagini fotografiche Enrico Fedrigoli
Progetto spazializzazione dei suoni Alvise Vidolin
Realizzato da BH Studio
Allestimento a cura di Roberto Mazzavillani
Coproduzione Fondazione Pergolesi Spontini, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro dell’Aquila di Fermo, Teatro Rendano di Cosenza,Teatro Comunale di Ferrara, Teatro Verdi di Pisa.
Jesi, 27 novembre 2010

Il Trovatore con regia e ideazione scenica di Cristina Muti Mazzavillani, ri-creazione in chiave romagnolo-adriatica della vicenda spagnolesca consacrata dalla musica verdiana, ha avuto il suo successo a Jesi. Definito un Trovatore tecnologico, l’opera si avvaleva di una “spazializzazione del suono” ottenuta tramite tecnologie multimediali che rifrangevano le voci dei cantanti; queste poi riverberavano nella sala in molti momenti dell’esecuzione e in modo spesso sorprendente: per esempio nella grande aria di Leonora D’amor sull’ali rosee l’effetto di spazializzazione diventava a volte un’eco che sovrapponeva i suoni. La presenza di tali tecnologie nella messa in scena era di forte impatto anche nel lato visivo: velatini e proiezioni continue su fondali semitrasparenti individuavano agli occhi dello spettatore diversi piani scenici e profondità stranianti come quella della raffineria di petrolio, immagine tratta dal territorio ravennate, che torreggiava, quale moderno coacervo architettonico, nella prime scene del terzo e quarto atto. Dietro questi diaframmi anteposti sulla scena a volte anche ai cantanti, si celava spesso il coro: all’inizio del primo e del secondo atto al racconto di Ferrando e durante il celebre coro degli zingari la quasi nulla visibilità di masse corali accresceva il senso di vaghezza e di indefinito, ma la fisicità di quel coro gitano è così gradita al pubblico, che toglierla pare proprio un peccato. Peraltro la suggestione delle proiezioni era innegabile quando il loro commento alla musica verdiana aveva il sopravvento: per esempio nel duetto Manrico-Azucena, dove nella proiezione scorreva una fosca radura attraversata da cavalli a significare l’urgenza della passione e dello slancio eroico di Manrico verso l’amata da strappare al convento e poi nella scena successiva della monacazione in cui verdi fronde si frapponevano come trine o ventagli al coro.
Le luci assumevano spesso il compito di incidere sulla definizione del personaggio, anzi lo rivestivano come nella grand’aria di Leonora in cui la cantante era investita da luci cangianti e iridate quasi a trasfigurare i suoi tratti fisici in quelli di donna-angelo. Solo la cabaletta delle cabalette, la “pira”, non era accompagnata da particolari trovate tecnologiche: qui la tradizione era ostentatamente osservata con tanto di fondale e pertichini; il coro faceva la sua comparsa e Manrico, dopo aver emesso il do sovracuto, rimaneva a scena aperta ad ottenere il plauso del pubblico. Alla fine, nella lettura della Mazzavillani, Manrico muore strangolato dallo stesso Conte che (faceva fede il costume slacciato della cantante) ha già abusato della promessa di Leonora.
Tutti giovani i cantanti e forti ciascuno di un certo fisique du rôle, si avvalevano anche di una vocalità supportata da una direzione energica e incisiva nei tempi: l’opera era in esecuzione integrale con tutte le cabalette. Nell’evidenza di una produzione che nasce come laboratorio, va notata la valorosissima Anna Malavasi in Azucena che ha eseguito la famosa cadenza acuta del duetto del second’atto e ha ridato freschezza alla parte evitando di incorrere nei soliti verismi: le frasi oniriche e visionarie della zingara vengono scandite dalla Malavasi in modo diverso e centrano ancor di più il personaggio reso per di più con una giovane ed esuberante fisicità; la Leonora di Anna Kasyan ha brillato sul versante lirico e della agilità, nonché per la bellezza del colore vocale; il baritono Dario Solari nella parte del Conte ha dato prova di tecnica e di rigore anche in condizioni non ottimali: la voce non sempre era timbrata, ma gli ha permesso i giusti accenti verdiani; adeguato colore vocale aveva il Manrico del tenore Antonio Coriano e volenteroso nel restituire la patina belcantistica della parte vocale, ma non sempre felice e sicuro nella resa: le quartine della pira snocciolate con ostentato tecnicismo e il do acutissimo sbiancato e stimbrato non hanno schiuso lo scroscio di applausi che si aspettava. Voce sicura e uguale nei registri era quella del basso Deyan Vatchkov in Ferrando e corrette  anche quelle  di Laura Baldassari (Ines), Giorgio Trucco ( Ruiz e messo) e Diego Manto (vecchio zingaro). Foto Binci

 

 

 

 


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