Milano, Teatro alla Scala: “Die Walküre”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2010-2011
“DIE WALKÜRE”
Libretto e musica di Richard Wagner
Siegmund SIMON O’NEILL
Hunding JOHN TOMLINSON
Wotan VITALIJ KOWALJOW
Sieglinde WALTRAUD MEIER
Brünnhilde NINA STEMME
Fricka EKATERINA GUBANOVA
Gerhilde DANIELLE HALBWACHS
Ortlinde CAROLA HÖHN
Waltraute IVONNE FUCHS
Schwertleite ANAIK MOREL
Helmwige SUSAN FOSTER
Siegrune LEANN SANDEL-PANTALEO
Gringerde NICOLE PICCOLOMINI
Rossweisse SIMONE SCHRÖEDER
Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Daniel Barenboim
Regia Guy Cassiers
Scene Guy Cassiers ed Enrico Bagnoli
Costumi Tim van Steenbergen
Luci Enrico Bagnoli
Video design Arjen Klerkx e Kurt D’Haeseleer
Coreografie Csilla Lakatos
In coproduzione con Staatsoper Unter den Linden di Berlino e in collaborazione con Toneelhuis (Antwerpen)
Milano, 2 gennaio 2011

Lunghi applausi hanno salutato la recita conclusiva de “Die Walküre” di R. Wagner che ha aperto la Stagione d’Opera 2010-2011 del Teatro alla Scala di Milano. Le ragioni di un tale successo appaiono chiarissime in questo allestimento con la regia di Guy Cassiers. Il regista belga riesce nell’impresa di realizzare uno spettacolo contemporaneamente elegante ed espressivo, statico, ma non immobile, formale, ma non impettito. Uno spettacolo che sa evocare mirabilmente, se non proprio raccontare. Le istallazioni che adornano la scena sono strepitose: la capanna di Hunding, delineata da pareti su cui le moderne proiezioni si fondono alla perfezione con le più classiche ombre cinesi (curatissime le proporzioni che simboleggiano l’incombere minaccioso di Hunding su Sieglinde); la sfera, simbolo del potere, che, ruotando, dona tridimensionalità alle immagini durante la narrazione di Wotan. E ancora, il subitaneo scolorare degli elementi scenici in un bianco opalescente in corrispondenza del messaggio di morte o della profezia sul disfacimento del mondo divino; fino alla sensazionale scena finale, quando Brunhilde dormiente ed avvolta negli ampi drappeggi del suo abito, si eleva su di una pedana mobile, divenendo ella stessa un’istallazione vivente, avvolta dalle fiammeggianti lampade e le abbaglianti luci di Enrico Bagnoli. I costumi ad opera di Tim van Steenbergen sono anch’essi una commistione di passato e presente, con accessori dalla forte connotazione nordica (le gobbe e le estensioni  posteriori delle gonne in pelliccia) e linee tipiche dell’alta moda che caratterizzano gli abiti dei personaggi femminili, realizzati per di più nelle nuances che vanno dal grigio fumo di londra al nero cangiante. Daniel Barenboim dirige con solido mestiere e discreta fantasia, un’orchestra che, qua e là, perde ispirazione, segnatamente nel finale del primo atto, dove Barenboim, pur incitando con calore, non ottiene l’effetto desiderato (e non manca di esprimere, spalle al pubblico, il proprio stizzito disappunto agli orchestrali durante lo scoppio dell’applauso). Se l’introduzione all’opera non freme come ci si aspetterebbe, gli slanci melodici di Siegmund e Sieglinde sono invece sensuali ed avvolgenti. Dopo un buon secondo atto, l’atmosfera prende finalmente quota: al terzo atto, l’orchestra si desta ed il suono, da spesso ed un poco greve, diviene ampio e carico di vibrazioni. Il cast, giunto alla fine della serie di recite, appare in forma. Waltraud Meier è un’artista di levatura, affascinante sulla scena e con un fraseggio dalle mille sfumature. La voce è parecchio stanca, purtroppo, e ad un registro centrale prosciugato di armonici, corrisponde un settore acuto ancora sonoro, ma meno fulgido d’un tempo. Nina Stemme (Brünhilde) ha dalla sua, un timbro abbastanza omogeneo e di bel colore; inoltre esibisce acuti che, seppur lievemente spinti da sotto, risultano ben saldati con il resto dell’estensione. Il suo personaggio, al pari della figura, è fiero e maestoso, con accenti patetici, laddove richiesto dalla parte. Ekaterina Gubanova nei panni di Fricka, oltre ad indossare il costume più bello di tutta la produzione, canta molto bene. La voce di mezzosoprano risuona compattissima ed è intrisa di colori voluttuosi; in più, sembra trovarsi davvero a proprio agio nei panni della moglie gelosa ed offesa, che viene a reclamare il rispetto dovuto dal consorte.  Simon O’Neill è un Siegmund di routine, con voce forse non sufficiente a sostenere il ruolo nella sua interezza, ma la sua emissione è senz’altro convincente, con un’ottima proiezione di tutti i registri ed un riconoscibile impegno nella ricerca di legato nel “Winterstürme”. Il Wotan di Vitalij Kowaljow è penalizzato da un abbigliamento molto al di sotto del livello generale, con una giacchina argentata che richiama il peggior look dei primi anni novanta ed un trucco che lo fa assomigliare a Gene Simmons dei Kiss; però ha voce interessante che, pur senza la risonanza di molti interpreti del passato, lo conduce indenne all’incantesimo del fuoco nel finale. Interpretativamente, non pare avere molte frecce nel suo arco, mostrando pesanti limiti nell’espressione dei contrasti che affliggono il personaggio. John Tomlinson (Hunding) non è un cantante di primo pelo, però la voce è ancora ampia e densa; se poi si sorvola su certi oscillamenti del vibrato, il basso britannico compone un ritratto di tutto rispetto. Ottimo l’apporto delle otto valchirie, le quali, dopo un inizio a voce fredda ed un poco in sordina, recuperano terreno nella scena successiva, cavalcando la grande orchestra in modo ammirevole. Foto Marco Brescia – Archivio Teatro alla Scala

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