Napoli: “Pergolesi in Olimpiade” di Roberto De Simone

Napoli, Teatro San Carlo, Stagione lirica 2010-2011
“PERGOLESI IN OLIMPIADE”
Dramma per musica in due atti di Pietro Metastasio
Musica di Giovanni Battista Pergolesi
revisione dell’opera e intermezzi di Roberto De Simone
Clistene FRANCESCO MARSIGLIA
Aristea MARIA GRAZIA SCHIAVO
Argene RAFFAELLA MILANESI
Licida LAURA POLVERELLI
Megacle ANNA MARIA DELL’OSTE
Alcandro ROSA BOVE
Aminta MARK MILHOFER
Pergolesi FABRIZIO VON ARX
Orchestra e Coro di voci bianche del Teatro San Carlo di Napoli
Direttore Alessandro De Marchi
Maestro del Coro Stefania Rinaldi
Regia Roberto De Simone
Scene Mauro Carosi
Costumi Odette Nicoletti
Nuova produzione del Teatro San Carlo di Napoli
Napoli, 29 gennaio 2o11

Sul palco del San Carlo di Napoli la sera del 29 gennaio è andata in scena la “revisione acritica” di Roberto De Simone: Pergolesi in Olimpiade, uno spettacolo lirico liberamente tratto dall’opera di G. B. Pergolesi: il palcoscenico, fornito d’un candido impianto di scale che arrivava fino al boccascena, conteneva tutta l’orchestra divisa in due ali alle spalle dei cantanti che emergevano spesso dal golfo mistico fino ad arrivare in platea; ai lati due clavicembali per il basso continuo. Sullo sfondo una riproduzione gigante della Nike di Samotracia e alcune dell’Auriga di Delfi sparse qua e là, a suggellare il richiamo alla classicità olimpica; sulla destra del proscenio un marmoreo e spiovente albero d’olivo da cui pendevano numerose maschere tragiche e comiche e, a delimitare l’intera scenografia  di Mauro Carosi, erano istallate pareti di specchi di sapore neoclassico e altri alberi; predominavano colori bianco e oro marezzati in vario modo dai colori degli elaboratissimi costumi dei cantanti creati da Odette Nicoletti che, ispirati dalla pittura metafisica di De Chirico, si stagliavano sul biancore della scalinata e dello sfondo. A ridosso del palcoscenico, sullo stesso livello del pubblico un trio jazz trovava posto a un certo punto del prim’atto attorno a un pianoforte a mezza coda: un pianista pop, Mimmo Napolitano, con capelli mescidati di blu elettrico, un dicitore, Paolo Romano in redingote bordata di pelliccia e una pop-vocalista, Renata Fusco amplificati al microfono entrambi, in tenuta rock-metallara con un teschio di strass per fibbia lui, una calotta a specchio lei.  Questi si sono esibiti in vari momenti con quattro “odi” a Pergolesi composte per l’occasione.
Poi la musica: il carattere della “ri-creazione” di De Simone dell’opera pergolesiana balzava subito all’orecchio alla ripresa del da capo delle arie e dei pezzi chiusi in cui le variazioni del canto erano ricercatamente dissonanti, sincopate e comunque tali da far pensare a un massiccio intervento sul tessuto melodico-armonico-ritmico in chiave contemporanea: ai cantanti toccava scendere e salire con sbalzi vocali notevoli e a volte sforzatamente pericolosi; intervenivano inoltre nel da capo di ogni aria molti strumenti accostati con grande effetto alla partitura originaria: chitarra elettrica, chitarra classica, fisarmonica e bandoneon, trombone, sax, xilofono e percussioni accompagnavano i cantanti o si sostituivano spesso a loro nelle cadenze. Programmaticamente il M° De Simone  ha operato i tagli di pressoché tutti i recitativi definiti nel programma di sala “ teatralmente insostenibili”, salvo pochi: uno di questi  era affidato al Coro di Voci Bianche diretto dal M° Stefania Rinaldi: allora i cantanti hanno mosso la bocca a mo’ di play-back mentre i bimbi che prestavano loro la voce erano fuori scena. Stupire, colpire l’orecchio e l’occhio con panneggi e svolazzi di strascichi e grandi teli agitati da mimi per simulare le onde del mare durante le arie di similitudine come Siam navi all’onde algenti di Aminta, sembravano gli scopi maggiori dello spettacolo in cui rientrava anche tutto un mondo parallelo e allusivo: il lavoro dei pittori madonnari ( Dario Sallustio e Michele Strino) con dei mimi che dipingevano un’enorme tela, la grande impalcatura che compariva nell’ultimo atto, la compagnia di archi guidata dal violinista Fabrizio von Arx che impersonava molto degnamente lo stesso Pergolesi, con Federica Tranzillo, Gennaro Cardaropoli, Raffaella Cardaropoli, Martina Iacò, erano alcuni degli elementi inseriti nei cosiddetti intermezzi di De Simone che ha proposto sue composizioni oltre alle trascrizioni per strumenti particolari di arie e brani pergolesiani provenienti da altre opere, tra cui, molto gradevole, quella dell’aria dell’usignolo tratta dall’Adriano in Siria eseguita dal violino e mandolino (Agostino Oliviero) e lo struggente  Quando corpus morietur eseguito con la sola fisarmonica (Mariostefano Pietrodarchi). Molto presenti le percussioni (Pasquale Bardaro e Marco Pezzenati) a scandire vari momenti musicali della revisione desimoniana. I cantanti: Francesco Marsiglia in Clistene, Maria Grazia Schiavo in Aristea, Raffaella Milanesi in Argene, Laura Polverelli in Licida, Annamaria Dell’Oste in Megacle, Mark Milhofer in Aminta e Rosa Bove in Alcandro, sono i noti specialisti della musica barocca che tutti conoscono e che si sono dimostrati ancor più versatili e generosi nell’onorare la lettura di De Simone dell’opera pergolesiana.
La contaminazione operata da De Simone (autore dei memorabili allestimenti del Flaminio e de Lo frate ’nnamorato e pertanto devotissimo al genio marchigiano) investiva non solo lo stile musicale ma anche i generi – alla fine dell’esecuzione compaiono le voci bianche in gran tenuta a ben cantare il Fac ut ardeat dello Stabat – e i cantanti hanno dovuto mostrarsi in grado di spaziare da stile a stile puntando soprattutto sulla dizione che era curata e chiara in tutti. Particolarmente apprezzata la grande morbidezza vocale di Anna Maria Dell’Oste, una delle poche voci a non aver dimostrato fatica nel sostenere le impervie aggiunte di De Simone. Questi poi ha evitato di intervenire sulla celebre aria di Megacle Se cerca, se dice, operando una fin troppo ovvia eccezione su un’opera di riscrittura che fin dall’inizio sembrava avere tutti i crismi della coerenza e quasi di un meccanico rigore. Si notava allora come lo scetticismo enunciato programmaticamente da De Simone circa la possibilità di riprodurre l’abilità improvvisativa dei cantanti barocchi – scetticismo che egli basa sulla considerazione della oralità della competenza musicale del primo 700 – trovasse diversi cedimenti e incongruenze sia nella scelta strumentale che nella elaborazione delle aggiunte. Alla fine la suggestione della musica pergolesiana ha avuto la meglio su tutto. Un pregio innegabile del lavoro era l’utilizzo serrato e funzionale del ritmo scenico e dei tempi musicali: non un cedimento e un indugio hanno fatto cadere l’attenzione da quanto avveniva sulla scena e si avvertiva come i tempi staccati dal direttore dell’Orchestra del San Carlo di Napoli, il M° Alessandro De Marchi, grande specialista di 700, fossero così ben adeguati allo scandire dei quadri scenici e alle transizioni da un’aria all’altra. Completavano il cast  i mimi tutti in candida tenuta classica Biagio Abenante nel personaggio aggiunto di Hemes e gli aggiunti Dioscuri Alessandro Caricchia, Marco Caricchia, Fabio Caputo, Ignazio De Ruvo, Maurizio Murano, Adriano Mottola, Andrea Bassi. Foto Luciano Romano – Teatro San Carlo di Napoli


 

 

 


One Comment

  1. alberto esposito

    due ordini di lettura possibili, uno è vedere o sentire l’opera recuperando per quello che era possibile la trascrizione più tradizionale che riusciva a regalare in molti momenti il sapore antico dell’opera anche avvertendo parte delle innovazione “moderne”, l’altro modo era riuscire a sentire l’opera nella sua integralità “De Simoniana” e questo in verità è stato molto difficile, e si notava un certo imbarazzo del pubblico solidale col maestro ma che non riusciva ad abbandonarsi pienamente alla musica, solo nella seconda parte si sentiva un certo abbandono, credo dovuto ad un tentativo quasi forzato da parte del pubblico di volere un successo del maestro anche se non convinti del tutto. Parlo comunque della serata a cui ho assistito e per la precisione era la sera dopo che a Napoli c’era stata la spaccatura dei risultato sulle primarie del PD. Un mio pensiero era che mentre De Simone tentava in modo massiccio di tenere insieme un opera del settecento con richiami forse anche più antichi e con incursioni incredibili ed originali il mondo napoletano e non solo trovavano qualsiasi motivo per dividersi.
    A parte questa digressione penso che l’articolo di Zepponi dica qualcosa di notevole, ma non fa i conti col pubblico, in quanto la sua indagine, anche se interessante rischia di restare tra specialisti, per cui credo che sarebbe auspicabile che quest’opera (e non solo questa) sarebbe pubblicata su DVD ed anche al più presto. sic…. per riuscirne a poterne parlare. alberto esposito

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